Drago Furlan è un ispettore di provincia, in servizio a Cividale del Friuli. È da anni che non gli capita un caso di omicidio: le sue giornate trascorrono tranquille tra il tavolo dell’osteria da Tarcisio, il tavolo del suo vero ufficio e il tavolo di casa, imbandito sempre a puntino da mamma Vendramina. All’improvviso, però, un cadavere spunta fuori, da un vecchio pozzo di Montefosca, un paesino di montagna. A Furlan e al suo vice, il fido Moroder, tocca l’indagine, che si fa subito difficile, un po’ perché Drago non è proprio abituato e si lascia distrarre dalla quiete della sua terra, un po’ perché i pochi testimoni e i vaghi indizi indicano piste tra loro contraddittorie. O si tratta di un losco giro di vecchi pedofili; o c’è di mezzo qualche vecchia e terribile vicenda, che forse risale alla seconda guerra mondiale. Il morto, infatti, è un anziano tedesco, ucciso da una pallottola esplosa da una pistola molto diffusa sul fronte orientale e su quello italiano. Drago ha un certo intuito, e il suo cervello continua a macinare, ma di fatto è alle strette: così fa un viaggio a Monaco, litiga con la morosa, si dà al giardinaggio, fa lunghi giri in moto, arresta un usuraio, si prende anche una sbornia; ma non riesce proprio a trovare il bandolo della matassa. Ad un certo punto, tuttavia, una strana fortuna sembra volerlo soccorrere, anche se sarà solo la sua intelligenza, finalmente risvegliata del tutto, a chiarire ogni cosa.

Flavio Santi è un (ottimo) poeta prestato alla narrativa e questo libro è il suo primo giallo. Di questo colore, però, a dire il vero, nel romanzo c’è poco, tanto che il mistero da risolvere è che cosa ha indotto l’Autore a cimentarsi con una prova per lui del tutto inusuale. Il risultato, per certi versi, è piacevole; Furlan, soprattutto, è un personaggio riuscito. E, a lettura finita, viene anche voglia di conoscere meglio il Friuli e le sue tradizioni culinarie. Ma la storia è un po’ fragile e le digressioni di contesto si rivelano o troppo lunghe o poco utili. Probabilmente Santi ha bisogno di far circolare Furlan ancora un po’ e di fargli riprendere effettivamente il possesso di tutte le sue capacità investigative. Lo aspetteremo fiduciosi, alle prese con il prossimo barbecue domenicale e in compagnia del suo porcellino Tito (eh sì, proprio così…) e della sua fresca e genuina fidanzata (una vera e propria “Perla” del Nordest). Resta, comunque, una questione interessante. Perché a questo romanzo, in verità, gli ingredienti giusti non mancano: c’è un ispettore simpatico; c’è un territorio altrettanto ammiccante; e c’è un passato che forma ancora parte dolorosa della nostra memoria. La primavera tarda ad arrivare, tuttavia, è l’ultima manifestazione di una tendenza più ampia e ricorrente, che sembra spingere volutamente in prima linea prodotti narrativi di un certo tipo: anziché puntare sulla bontà del racconto e delle parole che lo esprimono – ciò richiederebbe, forse, troppa fiducia nella capacità di masticazione dei lettori? – si vuole suscitare subito empatia e immedesimazione; come se bastasse il fascino di un marchio slow food a garantire la sostanza del gusto… Come se, usando un’altra immagine, si utilizzasse il Montalbano televisivo per inventare quello letterario. Siamo certi che ci piacerebbe?

Recensioni (di Annamaria Trevale; di Paolo Medeossi; di Davide Brullo)

L’Autore racconta il suo romanzo

Un po’ di poesie di Flavio Santi (da leparoleelecose.it e da poetarumsilva.com)

I crimini di Avasinis: una ricostruzione e un piccolo documentario

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Tutto il calcio minuta per minuta (da nazioneindiana.com)

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Relato de una dama alemana (da lavanguardia.com)

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Milano, il giudice: “I figli alla scuola pubblica” (da milano.repubblica.it)

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Vado… ma non so / che direzione devo prendere (Bugo)

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Umberto Eco, frammenti di un discorso semiotico (da alfabeta2.it)

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Cutting immigration would mean higher taxes or deeper spending cuts (da independent.co.uk)

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Sull’ultimo numero de “La Parola agli Antichi”, per la rubrica “Fendenti”, è stata pubblicata una lettera. Il professore l’ha letta, e così hanno fatto tutti i suoi colleghi e collaboratori; anzi, tutta l’università ne parla. È un vero e proprio attacco, non c’è dubbio: si mette in dubbio la capacità e la reputazione dell’illustre docente, colto in fallo dall’ignoto lettore a proposito della corretta etimologia della parola “ipocrita”. Il professore, più che turbato, comincia la caccia, alla ricerca del nemico, la cui erudizione lascia supporre che non sia uno sprovveduto: che sia un altro membro della Facoltà? O forse uno studente? Che sia, forse, Daverio, il collega che in molti sembrano sospettare, per via dell’attrazione, che ha sempre coltivato, per la moglie del professore? Certo Daverio è letteralmente ossessionato per la giovane donna… Il fatto è che anche il professore ha una seconda vita, non certo più nobile. E la lettera gli ha fatto perdere sia la lucidità che credeva di avere sia il senso del pieno controllo della sua carriera e del suo ménage quotidiano. Quasi gli viene il dubbio che la polemica sull’ipocrita non sia questione di vocaboli ma lo riguardi personalmente. Poi – come in una delle grandi partite di scacchi del passato, delle quali il professore è appassionato – accade qualcosa di imprevisto, la scelta sbagliata che permette a uno dei due giocatori di scegliere una tattica nuova, apparentemente perdente e in definitiva vincente. Ma è vera vittoria?

Il giocatore invisibile è un romanzo raffinatissimo, che si può comprendere a fondo solo alla seconda o alla terza lettura. In superficie la storia può sembrare banale o scontata, percorsa com’è da motivi apparentemente triti e ritriti e infarcita di tanti stereotipi della vita accademica. Non che queste immagini siano sempre fallaci: Pontiggia, bisogna ammetterlo, raffigura il consueto zoo universitario in modo particolarmente verosimile. Ma il quadro è così efficace che ci si potrebbe fermare lì, senza accorgersi di altro. La stessa osservazione vale per l’estrema precisione compositiva, vero pregio dell’opera. Pontiggia studia parole e dialoghi in modo pressoché perfetto; se ne rimane facilmente sorpresi e ammirati, e questo è un dato ancor più notevole, visto che l’italiano utilizzato non è dei più semplici. È la dimostrazione che si riesce a scrivere bene e a farsi capire senza rinunciare a tutte le potenzialità della parola nazionale. Tuttavia, un’altra volta, ci si potrebbe fermare qui. Eppure il pervicace approfondimento espressivo induce a pensare che ci sia di più (perché mai tanto sforzo?) e che Pontiggia abbia voluto costruire, sulla forma, un ingranaggio, preciso come quello di un orologio e, al momento giusto, implacabile come la mossa risolutiva di un campione di scacchi. È su questo piano, infatti, quello della scacchiera, che si intravede il segreto del libro, quando, soltanto alla fine, di fronte ai molti non detti della chiusura, ci si arrende volentieri al dubbio che il professore ferito abbia ordito un piano mostruoso, accettando, nella battaglia, di sacrificare fatalmente il pezzo più importante per tentare di sconfiggere del tutto il suo avversario. Alla prima lettura il dettaglio non si rivela in modo compiuto. Poi, ad un altro sguardo, le sfumature si venano di un colore inatteso, frasi e figure cooperano in modo altrettanto decisivo, e si comprende che la macchina stilistica costruita da Pontiggia è perfettamente proporzionata all’obiettivo: rappresentare l’assurda perfezione di una vera deriva, conclamata nel suo farsi quanto incosciente e disperata. Per ben due volte si è tentata una trasposizione cinematografica del romanzo: la prima (filologicamente più corretta) con Adolfo Celi e Catherine Spaak; la seconda (più recentemente) con il bravo Luca Lionello. Ma (ri)leggere Pontiggia è un po’ come (ri)leggere Bassani, e alla fine ci si rallegra che il film, per quanto bello, non si possa mai avvicinare al libro.

Recensioni (di Giuseppe Pili; di Maria Tortora; di Margherita Lollini)

Un bel ritratto di Giuseppe Pontiggia

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Il romanzo dello Sciascia critico (da ilsole24ore.com)

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… the Easter Rising 100 years on (da theguardian.com)

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