Dario Argento: “Io con la macchina da presa ci andavo pure a letto” (da rollingstone.it)
Dave Nichols, ricchissimo uomo d’affari di San Diego, chiede a Boone Daniels, ex poliziotto e investigatore privato, di indagare sulla moglie Donna, perché teme che questa lo tradisca. Boone accetta, anche se pensa che si tratti di una seccatura bella e buona. Del resto deve occuparsi anche di un altro incarico, molto più scottante. Lo studio legale di Alan Burke, presso il quale lavora la bella Petra, gli ha commissionato un compito di cui non avrebbe mai voluto sapere: capire se è possibile scagionare Corey Blasingame, il giovinastro che è stato accusato di aver ucciso Kelly Kuhio, leggenda del surf californiano. Il fatto è che Boone e i suoi più cari amici, tutti surfisti, erano molto legati a Kuhio. Nessuno vorrebbe che Corey, ragazzo violento e razzista, la faccia franca. Eppure Boone comincia a lavorare, attirandosi il rancore dei suoi inseparabili compagni e di tutta la pattuglia dell’alba, il mitico gruppo di surfisti che si ritrova quotidianamente alle prime luci del mattino per celebrare ogni nuovo giorno sulle onde, e che sul mare precede sempre gli affezionati più attempati – i professionisti e i benestanti… – della successiva ora dei gentiluomini. Questa volta, però, Boone si è cacciato proprio in un brutto guaio. Perché si accorge ben presto che Corey non può aver ucciso Kuhio e che Donna tradisce effettivamente il marito, peraltro con un uomo che nel frattempo viene assassinato; e la polizia, dal canto suo, accusa di ciò anche Boone. È un ginepraio, intricatissimo. C’è odore di strane speculazioni immobiliari, di fastidiosi sodalizi xenofobi, di confessioni sostanzialmente falsate, se non estorte… e naturalmente c’è da rischiare la vita, perché la verità è davvero difficile da ingoiare e di mezzo si è messa anche la più spietata malavita della Baja California. Le due indagini finiscono per intrecciarsi, inevitabilmente, e per Boone è l’anticamera di una nuova avventura.
Don Winslow è un ottimo romanziere, ma la cifra che più gli si addice è quella del grande sceneggiatore. Il suo Boone Daniels – che aveva già debuttato in La pattuglia dell’alba – sembra un nuovo e perfetto Magnum P.I., senza Higgins, certo, senza T.C. e Rick, e senza isole Hawaii. Ma ha tutto il fascino che serve, vive nella San Diego di Simon&Simon, si muove a suo agio in splendide spiagge, ha un gruppo di amici veri e un senso innato per la scelta giusta. Ovviamente Boone deve scontare il fatto che gli anni Ottanta non ci sono più, e che non c’è più un Vietnam da dimenticare. Quindi il quadro è radicalmente, e quasi logicamente, più corrotto e più violento di quanto avrebbe potuto essere allora. Tuttavia, dai tempi di Point break, surf e scena del delitto funzionano assai. E in questo libro c’è anche da confrontarsi con un crimine organizzato pronto a qualsiasi cosa, fattore che in tempi di Gomorra non è per nulla stonato. Questo, a ben vedere, è il prezzo da pagare all’altro Winslow, quello de L’inverno di Frankie Machine o de Il potere del cane, il conoscitore freddo e crudo (come pochi) del gangsterismo legato al narcotraffico. Comunque sia il mix è gradevole, anche perché è ben temperato da una trama e da un tono che solo il legal thriller può assicurare. Una volta cominciato, insomma, è dura lasciare questo libro. Il finale lascia pure presagire che ci sarà presto un terzo atto e che con tutta probabilità non sarà l’ultimo. In questa serie, infatti, Winslow ha dato vita a tanti personaggi che non si sono ancora rivelati appieno e i cui tratti fanno pensare a potenzialità di livello, ancora inesplorate. Li aspettiamo fiduciosi sulla battigia, con i piedi già in acqua.
Questo breve saggio – il cui sottotitolo è “Il linguaggio e il potere” – si divide in due parti. Nella prima l’Autore propone la sua tesi: la svolta fondamentale del pensiero di Wittgenstein – nel passaggio dal celebre Tractatus alle Philosophical Investigations – sarebbe avvenuta grazie alle sollecitazioni provenienti dal dialogo con l’economista Piero Sraffa, che a sua volta gli avrebbe mediato alcune delle più importanti intuizioni gramsciane. Anzi, per Lo Piparo sarebbero individuabili continuità particolarmente significative tra la nozione di gioco linguistico, teorizzata dal filosofo tedesco, e specifiche osservazioni articolate da Gramsci in uno dei Quaderni (il n. 29) compilati durante la sua carcerazione. Sraffa, in particolare, ne avrebbe conosciuto il contenuto in anteprima, restandone influenzato e finendo, così, per influenzare anche Wittgenstein, amico e collega in quel di Cambridge. La seconda parte del libro ospita, nell’ordine, una sintetica biografia parallela dei due protagonisti (finalizzata a dimostrare le ragioni esistenziali delle sintomatiche convergenze tra i due interpreti); una ricostruzione altrettanto compatta del rapporto costantemente dialettico, in Gramsci, tra la vocazione accademica e l’impegno politico (per chiarire che la forte inclinazione per gli studi linguistici è sempre stata viva nell’intellettuale sardo); una veloce analisi dello studio dedicato da Gramsci, nei Quaderni, al Canto X dell’Inferno dantesco (per suggerire che la crisi seguita alla restrizione definitiva di ogni orizzonte politico concreto avrebbe concentrato il dirigente comunista nella coltivazione radicale delle intuizioni che ne avevano fatto, in gioventù, un promettente, e preveggente, studioso).
Riesce molto arduo riflettere sulla credibilità della ricostruzione di Lo Piparo. Occorrerebbe poterlo fare con maggiore cognizione di causa. Tra l’altro, assumendo le classiche vesti della lettura congetturale, una simile ricostruzione, ahimè, può e non può dirsi fondata, con il medesimo grado di approssimazione. Né sono mancate, tra gli appassionati e gli addetti ai lavori, critiche puntuali (cfr., ad esempio, qui, qui e qui). Questo testo, tuttavia, ha un suo intrinseco valore, che è percepibile soprattutto sotto un diverso angolo visuale. Riesce, cioè, in modo molto efficace, a risvegliare anche nel grande pubblico l’interesse per due giganti del Novecento (su Gramsci, però, v. anche il bellissimo libro di Giuseppe Vacca) e per la singolare vicinanza che si potrebbe comunque intravedere nella prospettiva con cui essi guardano alla natura, normativa e istituzionale, delle regole linguistiche. Quello che conta, in particolare, nel linguaggio, è la pratica dei parlanti, che per Wittgenstein identifica un “gioco linguistico” e per Gramsci corrisponde a “una concezione del mondo integrale”, frutto di processi sociali particolarmente complessi. È qui che Lo Piparo immagina un raffronto tra la “forma di vita” di Wittgenstein e la “praxis” di Gramsci. Ed è sempre a questo riguardo che, in un capitolo quasi sperimentale (pp. 81 ss.), lo stesso Lo Piparo prova ad esemplificare la tenuta dell’analogia così ipotizzata, attingendo a esercizi di scuola e ad aneddoti filosofici. Il passaggio forse più bello di questa trattazione è quello in cui l’Autore spiega le origini della teoria gramsciana dell’egemonia, soffermandosi sulle riflessioni che i Quaderni dedicano al “moderno Principe”. Il saggio, in generale, può avere una certa importanza anche per i giuristi. Permette di verificare la presenza, nelle migliori elaborazioni intellettuali della prima metà del Secolo scorso, di un humus comune, di quell’onda lunga del positivismo scientifico di fine Ottocento che, fondendosi in modo apparentemente inaspettato con una radicata impostazione romantica e idealistica, ha largamente condizionato anche le scienze umane e sociali, dando vita a letture particolarmente potenti, come quelle di Santi Romano (L’ordinamento giuridico, 1917), e Costantino Mortati (La costituzione in senso materiale, 1940).
Recensioni (di Dario Cecchi; di Paulo Fernando Lévano; di Francesco Raparelli; di Raffaele Simone; di Pietro Violante)
In una Milano fredda e sferzata dal vento, Carlo Monterossi, noto autore televisivo di talk show tanto trash quanto di successo, viene coinvolto in una brutta storia. Un venditore di auto di lusso e un’accompagnatrice di alto bordo sono stati uccisi, freddati dai proiettili di una stessa pistola. La seconda è stata anche torturata. Il vice-sovrintendente Ghezzi, per caso, si è quasi imbattuto nell’assassino, ma gli è andata male. Ora Carlo è preso da una rabbia invincibile: aveva conosciuto la donna – si faceva chiamare Anna – e non riesce a perdonarsi di non essere riuscito a intravedere il pericolo mortale che l’ha travolta. Cominciano le indagini, dunque, su tutti i fronti. Si muove la polizia, sia ufficialmente, con la squadra del sovrintendente Carella, sia ufficiosamente, con un Ghezzi quanto mai determinato. Si muove però anche Carlo, con l’amico Oscar, enigmatico factotum metropolitano. Il punto è che gli indizi sono pochissimi e che il killer è ancora a piede libero. Quel che è certo è che sta cercando un fantomatico “tesoro”, qualcosa che Anna custodiva, forse per lui. Le strade, così, sembrano condurre tutti gli investigatori verso la figura di un rapinatore tuttora latitante, vecchia fiamma della giovane uccisa. È lui il colpevole? Naturalmente le strade della polizia e quelle di Monterossi si incrociano subito e finiscono per convergere, almeno in parte. Almeno fino a quando il caso sembrerà risolto. Poi spetterà proprio a Carlo, tra suggestioni letterarie e frequentazioni (sic) cimiteriali, a scoprire gli ultimi segreti e agire di conseguenza.
Carlo Monterossi è una proiezione narrativa dell’Autore. I due fanno lo stesso mestiere, e la sensazione è che al secondo piacerebbe davvero vestire i panni del primo. Soprattutto, però, Monterossi è un personaggio ben riuscito, felicemente ammiccante: fa un lavoro che gli permette di vivere comodamente; è un uomo affascinante; ha un’agente che ci si immagina come un incrocio tra Giusy Ferré e Mara Maionchi; è coccolato dalle attenzioni culinarie della portinaia straniera che tutti vorrebbero avere; e si scopre saltuariamente detective non per passione o per affezione, ma per un insopprimibile istinto morale, che lo porta sempre, come per forza di gravità, a scegliere la via più complicata e ad andare fino in fondo. Robecchi, poi, scrive in modo efficace, possiede i ferri del mestiere e conosce i trucchi del genere. Le virtù del romanzo, dunque, sono tutte qui. Il punto è che, talvolta, queste virtù possono essere anche viziose. Perché quando i fattori di forza sono così evidenti, allora tutto rischia di sapere un po’ troppo di costruito. Specialmente quando di ingredienti giusti ce ne sono a bizzeffe. Sia chiaro che il libro è piacevolissimo e che questa terza avventura di Monterossi non è da meno delle precedenti. Quindi l’occasione è più che buona per constatare, ancora una volta, che nell’attuale e variegato mondo del noir italiano “nulla si crea e nulla si distrugge”, e che è difficile, pertanto, distinguere la ricorrenza puntuale, ma armoniosa, di veri e propri tòpoi dal peso specifico della riproducibilità tecnica, paradigma assoluto al quale l’opera d’arte finisce comunque per obbedire, da molto tempo ormai, anche in questo settore.
Recensioni (di Pietro Cheli; di Antonio D’Orrico; di Anna Girardi; di Sergio Pent)