Altre statue cadranno (da doppiozero.com)

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Viaggio nella letteratura (da quadernidaltritempi.eu)

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In seconda media avevo ricevuto in regalo Annibale, un libro che racconta la storia del grande generale cartaginese e ricostruisce le sue famose battaglie con le legioni romane. Ne ero rimasto affascinato e mi ero subito precipitato nella biblioteca comunale alla ricerca di altri libri scritti dallo stesso autore. È così che sono arrivato a Carlo Magno, il saggio che a Gianni Granzotto aveva meritato il premio Campiello. Anche quella è stata una lettura importante. Tanto che di seguito, dominato dall’improvvisa passione per il Medioevo e per la storia d’Europa, ho scoperto Henri Pirenne e Roberto Lopez, passando alcuni pomeriggi estivi che ricordo tuttora tra i momenti più felici e solidi della mia formazione. Carlo Magno mi è riemerso nella memoria qualche settimana fa e la tentazione di rileggerlo ha avuto la meglio. La sensazione è che sia tuttora un lavoro utile e suggestivo. Lo è, innanzitutto, perché continua a fornire un’introduzione piana e discorsiva alla storia del magnus rex e della sua affermazione: dai presupposti istituzionali maturati con l’ascesa del padre Pipino al trono di Francia alla vittoriosa campagna militare contro i Longobardi; dall’alleanza strategica con Papa Adriano alle ripetute e spietate guerre contro i Sassoni; dalle altalenanti e critiche relazioni diplomatiche con Bisanzio e la sua imperatrice Irene all’incoronazione solenne di Roma. Granzotto, però, fa anche molto di più.

In primo luogo, riesce a fornirci un diario di viaggio, compiuto nei luoghi e nei caratteri dei protagonisti che li hanno resi celebri. È una divulgazione storica per immersione, che con un registro familiare e un ricorso frequente all’aforisma invita il lettore a trarre dal racconto le sollecitazioni utili per un aggiuntivo apprendistato morale: historia magistra vitae, sosteneva Cicerone; così è anche per Granzotto. Nel contempo, però, Carlo Magno illustra con particolare efficacia anche la sostanza culturale della originale cornice geopolitica, dichiaratamente multipolare, che ha dato vita all’unione giuridico-amministrativa più longeva del continente. E questo, del libro, è lo spunto di più stringente attualità. Negli ultimi mesi, infatti, c’è chi ha sostenuto che l’Unione europea possa vivere oggi il suo momento hamiltoniano: si è tracciato, cioè, un parallelo molto affascinante tra i delicati e dibattuti processi di condivisione del debito avvenuti alla fine del XVIII secolo tra gli allora neonati Stati Uniti d’America e le decisioni recentemente assunte dalle istituzioni europee sul finanziamento del debito necessario a fronteggiare l’emergenza coronavirus. È un’ipotesi che va approfondita. Ciò che è senz’altro rilevante è l’insegnamento che si può trarre, comparativamente, dallo studio del diverso momento carolingio. Che non consiste nella (troppo) facile battuta per cui un momento di quel genere ci può essere soltanto se c’è chi lo sa qualificare: oggi, se manca un Carlo Magno, manca di sicuro anche un Hamilton. Il fatto è che affinché qualcuno possa interpretare un certo ruolo occorre che vi siano delle convergenze di carattere politico, istituzionale ed economico: occorre, cioè, che più forze convergano verso un comune risultato utile. È questo il tassello mancante. Ed è quella che Granzotto, nello stile che gli appartiene, e che in parte si avvicina ad una nota lezione di Machiavelli, definisce in conclusione come fortuna; ma che fortuna, in senso proprio, non è mai.

Carlo Magno secondo Barbero

Carlo Magno secondo Angela

Carlo Magno era tedesco o francese?

Gianni Granzotto e il Premio estense

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Horace’s How-To (da nybooks.com)

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Everybody’s talking and no one says a word (John Lennon)

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Napoleone crolla e al Congresso di Vienna, tra il 1814 e il 1815, si gettano le basi della Restaurazione, cominciando dalle spartizioni territoriali. Ma c’è un punto, sulle carte topografiche, in cui la matita dei negoziatori ha tracciato un confine incerto. È un piccolo spazio di 3,4 Km², tra la Prussia e il regno olandese; una terra di nessuno, che non è così facile da attribuire, perché è appetita da entrambi gli stati. Vi si trovano una ricca miniera di zinco e, soprattutto, uno stabilimento industriale, che lavora quel minerale in modo innovativo e incredibilmente efficiente. Comincia qui la storia – tutta vera – del territorio neutrale di Moresnet, destinato a restare tale, conteso presto anche dal Belgio, per un secolo intero, finché sarà travolto e cancellato dalla prima guerra mondiale. Nel frattempo, però, Moresnet sperimenta i problemi e le possibilità dovuti all’ambiguità del suo singolare regime. L’Autore di questo libro ne fa una divertita e romanzata rassegna. È ben vero che gli abitanti di Moresnet non hanno più una cittadinanza certa e che per loro è difficile anche sposarsi. E poi c’è il dilemma della legge applicabile e del giudice cui rivolgersi in caso di controversie. Tuttavia Moresnet è una sorta di paradiso fiscale, che se consente il contrabbando e altre manovre speculative sui più vari tipi di merci, non impone troppe tasse, neanche agli operai più poveri. E le autorità che dovrebbero vigilare sono lontane e svogliate. Ciò che è chiaro è che, ad un certo punto, pur facendo discutere a lungo politici e giuristi di tutta Europa – c’è anche chi ritiene che il suo vero cuore sia l’azienda che ne sfrutta i giacimenti minerari e che dunque abbia una singolare natura commerciale – Moresnet potrebbe diventare qualsiasi cosa: un nuovo Principato di Monaco, ad esempio, meta ideale per i più ricchi giocatori d’azzardo di tutto il mondo; o un piccolo e tranquillo Stato in formazione, con propri fantomatici e preziosi francobolli, ma senza l’oppressione di un vero Governo. Perfino gli esperantisti ci mettono gli occhi, dandogli un inno ufficiale e immaginando che proprio lì la loro lingua universale possa radicarsi e accreditarsi definitivamente. Già censita da Graziano Graziani nel delizioso Atlante delle micronazioni, ma parimenti riscoperta anche da altri scrittori, la vicenda di Moresnet non è soltanto un curioso accidente; è una lezione spassosa ed efficace sugli elementi costitutivi dello stato, sul rapporto centrale tra fatto e diritto, e sul ruolo fondamentale del controllo delle risorse economiche come fattore agglutinante per originali soluzioni istituzionali. Leggere questo libro permette di comprendere, ancora una volta, che le idee e le esperienze maturate dalla statualità nel corso della sua storia plurisecolare offrono una lente assai utile per comprendere tante questioni presenti.

Recensione (di L. Fazzini)

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Quanti sono i volti del potere nel Signore degli Anelli? (da avvenire.it)

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La Rivoluzione francese e noi (da iltascabile.com)

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Non solo per le voci critiche del suo tempo, ma anche per tanti lettori, questo romanzo è uno dei meno riusciti di Hemingway. Che sia molto diverso da Fiesta o Per chi suona la campana o Il vecchio e il mare è una sensazione afferrabile sin dalle prime righe. Il tono è ridondante, l’andatura è lenta, il tema è ossessivo. Non c’è ritmo, né l’eccitazione dell’avventura. Non c’è neppure la tensione cosmica dell’immersione nella natura e del confronto con le sue forze primarie. C’è solo Richard Cantwell, un colonnello americano cinquantenne un po’ in disgrazia, appesantito dalle tante ferite di una lunga carriera di battaglie autentiche e sanguinose, malato di cuore. Dal territorio occupato di Trieste, dove è di stanza sin dal termine della seconda guerra mondiale, va a Venezia per vedere la giovane e nobile donna di cui è innamorato, Renata, e per andare a caccia di anatre nella laguna. Sente già che sarà il suo ultimo weekend. Dunque compie tutti i riti del caso. Il primo è tornare sul luogo in cui è stato ferito nella prima guerra mondiale, sulla strada per Venezia, lungo il fiume, per esorcizzare nuovamente la morte. Il secondo è perdersi, disorientarsi: nelle attenzioni avvolgenti e complici dell’Hotel Gritti e dei reduci che ci lavorano, nel girovagare labirintico lungo le calli della città, nei baci e negli abbracci del suo amore impossibile, tra i tavoli dell’Harry’s Bar. Il terzo è provare il piacere di uscire in barca nel gelo di una domenica d’inverno per appostarsi in una botte conficcata nel fango e mettere nuovamente alla prova la sua capacità di tiratore sugli stormi dei germani che migrano a Sud. Ma nessuno di questi riti, ahimè, funziona: il primo è un monumento nostalgico al passato, non serve ad evitare il destino più prossimo; il secondo resta costantemente dominato dall’inquietudine dei ricordi bellici e del tempo che passa e si consuma, invariabilmente, senza la reale soddisfazione di poter anche solo sperare di evadere dalla dura condizione di ex combattente; il terzo si trasforma in una caccia assai magra e in un commiato assolutamente malinconico, che prelude al decesso oramai inevitabile, di là dal fiume – lo stesso del viaggio d’andata – e tra gli alberi, nella fedele ma fredda compagnia dell’attendente, sulla strada verso Trieste.

Questo è il primo dei libri di Hemingway che ho afferrato dagli scaffali della libreria di famiglia. Forse è per tale motivo che continuo a ritenerlo, cocciutamente, uno dei migliori. Nella mia personale classifica è secondo soltanto a I quarantanove racconti. E la rilettura mi conferma l’assoluto valore del romanzo. Le ragioni sono due. La prima sta nella perfezione di ciò che producono gli elementi che per i più sono soltanto negativi: l’effetto di piena corrispondenza tra il disorientamento del lettore e quello del protagonista. In questo modo Hemingway riesce a dare alla sostanza la forma e il tono che si merita, con un effetto un po’ amaro e un po’ onirico che si addice completamente alla confusione fisica e mentale del vecchio soldato in disarmo. La seconda ragione è che quel vecchio soldato è Hemingway stesso. Ne rappresenta, cioè, la controfigura ideale, costruita nel punto archimedico della sua traiettoria di grande scrittore e di grande combattente. Una parte realmente vissuta: perché anche H. era presente sul fronte italiano del primo conflitto mondiale; inoltre H. era stato corrispondente in Francia e Germania durante la seconda guerra, dunque conosceva bene anche quel fronte; pure H., poi, amava la laguna veneta, come si era innamorato, allo stesso modo, di una giovane nobildonna veneziana; e sempre H., come è noto, adorava andare a caccia, e aveva effettivamente celebrato un pittoresco rito propiziatorio in riva al Piave, nel luogo in cui era stato ferito e miracolato al contempo. Il dettaglio ancor più interessante è che nella narrazione si può guardare a tutta la produzione del romanziere, indietro e in avanti: indietro, per il riferimento frequente alla Spagna e al suo mito, anche linguistico; in avanti, per il modo con cui Cantwell guarda trasognato ad alcuni pesci nel mercato di Rialto, come se il vecchio pescatore si trovasse già al cospetto del suo indomabile marlin. Sarà anche vero che H. ha scritto questo libro a Torcello, in piena crisi esistenziale e creativa, sotto l’influsso dell’alcol, e proprio di un buon Valpolicella, il vino preferito da Cantwell. Ma raramente l’atmosfera gelida della laguna invernale è stata resa in maniera così tangibile, così credibile. Anche questo è un grande pregio.

Una breve, ma accurata, videorecensione

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Czapski, Proust in Siberia (da succedeoggi.it)

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