La modernità del criceto (da doppiozero.com)

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Università, l’inutile sindrome da “rankitismo” (da ilsole24ore.com)

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Tres hurras por Escocia (da elpais.com)

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Oltraggiati e curati. L’uso politico dei corpi (da La Repubblica, in dirittiglobali.it)

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La Scozia al voto in 6 punti (da pagina99.it)

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Imi ha trascorso la sua infanzia nell’orfanotrofio del piccolo paese di Landor, in Ungheria, al confine con l’Austria. Ora ha coronato il suo sogno, quello di vivere e lavorare a Londra, dove è riuscito ad impiegarsi come factotum in una filiale della Proper Coffee, una grande catena di caffetterie. Mentre le vite degli altri orfani continuano a scorrere nel consueto clima di semplicità e di dolore che sempre fa da contorno alle loro paure e alle loro speranze, Imi comincia a conoscere meglio la grande “piramide” aziendale in cui lavora. Dapprima ne è entusiasta, essendo disposto ad accogliere con stupore tutte le piccole cose che a Landor non ha mai potuto sperimentare. Poi conosce Jordi, un collega spagnolo un po’ più smaliziato, e sperimenta la pochezza, l’ipocrisia e la vuotezza delle relazioni umane che alla Proper Coffee vengono incentivate con fredda determinazione. Conosce anche Morgan, un commesso iraniano di una vicina libreria. Ed è proprio la sensibilità di questo nuovo amico a salvare Imi dal disastro annunciato che può facilmente sortire dall’incontro tra la sua naturale ingenuità e le meschinerie dell’ambiente lavorativo. Morgan, infatti, fa entrare in scena un pezzo grosso, un premio Nobel che riuscirà a mettere in campo tutto il suo peso e a preparare l’atteso lieto fine.

Per questo libro Nicola Lecca va ringraziato, anche se per motivi che sono diametralmente opposti. Da un lato, perché il romanzo è scritto in modo pulito ed efficace, e perché lo schema e le intenzioni lineari che lo animano sono tali, a ben vedere, soltanto in apparenza: l’epilogo è felice, ma lo è anche in conseguenza dell’ambigua affermazione di una legge implacabile (quella per cui la forza si vince solo con la forza…); inoltre, le insospettabili opportunità dell’educazione sentimentale offerta dall’orfanotrofio si contrappongono con efficace senso malinconico all’istintiva volontà di allontanarsene e di tornare in un mondo spietato e comunque infelice; e poi ci si può imbattere in una libera rivisitazione della bella frase di Seneca, secondo cui “Non esiste vento favorevole per le barche alla deriva”; v. Lettere a Lucilio, lettera 71, “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”). Tuttavia La piramide del caffè è anche il prototipo scoraggiante di parte rilevante del novelism contemporaneo di successo: troppo pulito; troppo volutamente e scopertamente profondo; troppo fedele alla replica di cliché ad emozione pressoché assicurata (come quello “cinematografico”, alla Scoprendo Forrester, in cui finisce per annegare pure l’azione filantropica della scrittrice Margaret Marshall). Anche per questa constatazione occorre rendere omaggio all’Autore, perché, in effetti, il volume è paradigmatico di una scrittura di superficie che, se per un verso sa farsi anche allusiva di ben più complessi profili, dall’altro accetta di solleticare il palato del lettore-consumatore anziché di appassionarlo in una (minima e) necessaria fatica. In questa prospettiva, La piramide del caffè stimola voglie molto più sofisticate, e perciò merita l’attenzione che si deve ad un piacevole e rapido aperitivo.

Recensioni (di Sciltian Gastaldi, di Cesare Cavalieri, di Vincenzo Mazzaccaro)

La home page dell’Autore

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Scherzare col fuoco (da corriere.it)

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Storie nere: un giorno in pretura (da ultimouomo.com)

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Disoccupazione di massa: contro le macchine? (da ilfattoquotidiano.it)

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Capita a tutti di ricevere libri in regalo. Per chi legge molto, questo genere di letture può destare l’idea di un incosciente tempismo: la tentazione di rompere le gerarchie meticolosamente imposte alle diverse pile sul comodino si fa forte, tanto da aprire un piccolo spiraglio per un’avventura impensata e per il ribaltamento di altri e ben più intimi ordini. Non accade sempre, ma talvolta è così: anche un volume imprevisto può rispondere ai bisogni di un certo momento. Così è stato per Poco meno di Dio, che, se non fosse per l’aura che ancora circonda il nome del piccolo editore che lo ha licenziato, può rischiare di apparire come un perfetto esemplare dell’ambizione – il più delle volte sbagliata – che rode tanti aspiranti scrittori. Non che il libro difetti di alcune classiche mancanze (si perdoni il gioco di parole, ma questo può essere un buon modo per alludere elegantemente ai soliti fattacci di refusi, spezzoni sovrabbondanti, eccessi biografici…); il punto è che tutti abbiamo bisogno, qua e là, di qualche facile parabola per immaginarci nei panni del protagonista e godere dell’illusione di una chance corroborante. Quello che conta, in questo romanzo, non è lo spaccato – certamente godibile e verosimile, come frutto privilegiato della scienza privata dell’Autore – della quotidianità della vita di corsia e dei rapporti umani e professionali negli ospedali e nella piccola e media borghesia del Nordest. La cosa buona è la favola.

Mauro Alberti è un chirurgo quarantenne di un ospedale di provincia. Si è falsamente convinto di aver perso la brillantezza e la motivazione che lo avevano lanciato come talento precoce. Ormai pensa di doversi adattare alla situazione, in un clima che sembra premiare soltanto cinismo e arrivismo. Una vacanza senza meta, tra i monti dell’Appennino, lo porta in un paese un po’ isolato, e lì succede qualcosa che a Mauro cambia la vita, grazie all’intervento (tecnicamente) provvidenziale di una donna semplice e concreta. Non se ne accorge subito, però; per rendersene conto deve sperimentare tutte le tentazioni dell’improvviso successo che lo travolge al rientro e che lo porta vicino ai tanti giri – e ai tanti piccoli e grandi intrallazzi – degli alti papaveri della sanità e dell’accademia. È un po’ come se il Diavolo cercasse di ghermirlo nel modo più subdolo: non a caso, come nel bel racconto di Cazotte (a proposito: da leggere e rileggere…), la figura seducente e maledetta prende le forme di un altra donna, la giovane e spregiudicata Giolisa, la cui conquista assume sia il valore di una simbolica revanche, sia la possibilità di imboccare pericolosamente una direzione assai rischiosa. Pure la ex moglie, rivistolo nei panni del vincitore, torna a farsi sotto. Tuttavia Mauro, colpito dalle miserie che un lutto improvviso gli para di fronte, torna sui suoi passi e si avvantaggia della posizione raggiunta fino a quel momento per assecondare con serena decisione il futuro appagante che qualcosa gli aveva fatto intuire nella lontana e indimenticata pausa appenninica.

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