Il 2 dicembre 2014 Giampaolo Rugarli è scomparso e il giorno dopo il Corriere della sera, Repubblica, La Stampa e Il Fatto Quotidiano gli hanno dedicato il classico coccodrillo. Per chi non ne ha mai sentito parlare, gli scrittori si scoprono anche così, ed è finita, come tante altre e analoghe volte, che l’indomani ho ordinato La troga (1988), romanzo in tre atti (con prologo ed epilogo). Ma che cos’è questa troga? Anche il commissario Pantieri – il protagonista – non lo sa; gliene ha parlato un’insolita vecchina, poi trovata morta nel Tevere, e da quel momento gli sembra che la strana parola sia sulla bocca di tutti. La confusione è tanta, Pantieri si sente solo con i ricordi della sua infanzia; d’altra parte è rimasto vedovo e ora convive con l’eccentricità disarmante del giudice Biraghi. Non gli resta che provare a indagare, in una Roma umida e fangosa, colpita senza tregua dalla pioggia, ma anche da indecifrabili eventi: misteriosi attentati, apparizioni improvvise di dirigibili, febbri sconosciute, diffuse e letali, delitti più o meno celebri. È soprattutto dalla morte del dottor Gruvi, illustre primario e figlio della vecchina scomparsa, che Pantieri comprende che i tentacoli della troga sono pericolosissimi e che lui stesso è in pericolo. Le insidie, infatti, lo perseguitano e provengono da ogni dove: dal volgarissimo procuratore Conti, che pare volerlo incastrare; dalla sua ex fiamma Mirella Janca, che è diventata una prostituta; e dal marito di lei, il temibile latitante De Fiore. Oltre a ciò, non sa capacitarsi delle strane fotografie trovate nell’armadio della moglie defunta e dei bizzarri comportamenti del suo coinquilino, trasferitosi d’emblée nella nuova villetta di Lavinio. E nel frattempo le morti eccellenti non mancano e Lauro Grato Sabbioneta, il morigerato ma potente leader politico, viene rapito e spedisce ex captivitate sorprendenti missive pubbliche, che ne rivelano un’immagine insospettabile e depravata. Tra un pericolo e l’altro, ivi compresa una rocambolesca e fortunosa fuga dal carcere in cui è stato arbitrariamente rinchiuso, Pantieri giunge alla soluzione dell’enigma e alla scoperta, angosciante, dell’identità reale di Raimondo di Turenna, pseudonimo del grande capo della troga.

Con La troga Rugarli, ex bancario divenuto scrittore di successo soltanto in età matura, consegna alla storia della letteratura nazionale tre cose: 1. un commissario perspicace e saggiamente normale, quasi la reincarnazione del credibilissimo Ciccio Ingravallo di gaddiana memoria (ma collocata in una Gotham City degli Anni di Piombo); 2. l’immagine di un’Italia grottesca e irrimediabilmente compromessa, perché geneticamente consegnata alla doppiezza e all’ambizione fini a se stesse di un’intera classe dirigente (accecata dalla mistica dell’intrigo e dall’art pour l’art del potere per il potere); 3. un modello di stile sofisticato e ironico, ricco di immagini folgoranti e di una terminologia finemente cesellata, avvolgente e disorientante (come il magma stagnante che vuole rappresentare). Ammiratore di Sciascia e stimato da Volponi, l’Autore non e dei più semplici e per questo è stato anche aspramente criticato: la difficoltà della sua prosa, in effetti, può ubriacare molti lettori. Tuttavia non si tratta di un disordine inespressivo. L’abilità narrativa di Rugarli sta tutta nella riproduzione della malìa delle grandi favole, come è La troga stessa, sia pur nel suo pessimismo, e come anche la chiusura del libro vuole visibilmente suggerire. Al termine della sua perigliosa vicenda, di fronte a una deriva generale e pressoché inarrestabile, Pantieri e la sua donna si rifugiano in una antica dimensione rurale, nella quale non c’è altra ragione per sperare che non sia quella del racconto da Mille e una notte. Non è un caso che a Rugarli riesca anche di giocare, in modo civilmente blasfemo, con la memoria del caso Moro. Ecco: La troga è una delle tante, se non infinite, variazioni sul tema del grande e irriducibile, e inafferrabile, mostro nazionale, che macina ogni cosa, che alimenta la terribile e ammiccante complicità degli stessi italiani, che non può essere eliminato e che, anzi, può essere soltanto domato dalla ricerca di un racconto finalmente diverso.

Recensioni (di Alfredo Giuliani; di Alfio Squillaci)

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Nel bel mezzo dei mondiali non è semplice evitare di parlare di calcio, e in effetti l’Autrice di questa agile raccolta di saggi non ci chiede di metterci alla prova in un così grande sforzo. Semmai l’invito è a cogliere nello sport del pallone, così come in tutta la fenomenologia che esprime e che gli fa da contorno, un efficace criterio di lettura di molte tendenze socio-culturali. La proposta è formulata in modo interessante e il tenore di alcune suggestioni – talvolta ricercate – non travolge la freschezza dei ricordi e delle immagini familiari di una tifosa sinceramente appassionata, che cerca e suscita empatia sin dalle prime righe. Si parte proprio da qui, dalla rievocazione dei piccoli sedili di polistirolo che papà Serafini preparava ai due fratelli e al loro cugino per il pomeriggio domenicale sui gradoni della curva romanista. Allo stesso modo, poi, qui si finisce: con la confessione, sempre emozionata, che l’unica cosa “che resta uguale alla prima volta” è “entrare all’Olimpico”. Tuttavia, nel mezzo, si avanza con decisione un raffronto ficcante tra gli impossibili equilibri del calcio – che è fatto di schemi fissi e di guizzi imprevisti e risolutivi – e i segreti dei format televisivi e dei successi cinematografici (in fondo il calcio è un palinsesto, no?). Ci si avventura, pagina dopo pagina, anche nelle strategie della comunicazione pubblica, e politica in particolare, laddove i riferimenti al calcio possono essere spia di un determinato assetto nei rapporti di genere e, più in generale, di un modo ricorrente di pensare in maniera risolutamente indifferenziata ad una certa identità collettiva. Pure il discorso sulla fede incondizionata per una squadra può illuminare itinerari critici: non è forse vero che oggi si possono vedere tifosi anche fuori dagli spalti, e così tra gli elettori, gli spettatori, i lettori…? Che cosa significa, socialmente e antropologicamente, questa forte istanza di personalizzazione? Dov’è andata l’Italia in questi ultimi trent’anni? Non si parla di calcio, dunque; o, meglio, se ne parla per la semplice ragione che in società non se ne può prescindere. Come ricordava Pasolini, il calcio “è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e, come sottolinea l’Autrice, “i campionati ricominciano sempre (…) almeno fino a quando saremo in grado di preservare il giocattolo”.

È un bel volume, con tanti pregi: la buona scrittura; la sincerità espositiva; l’andatura studiatamente rabdomante, e quindi gradevolmente affabulatoria, dell’argomentazione; i moltissimi riferimenti colti, impreziositi da un’appendice bibliografica altrettanto ricca che propone un verosimile e appagante prolungamento di lettura; la struttura ricorsiva del discorso complessivo. Quest’ultimo carattere è quello più curioso, poiché denota la tensione, diffusa in tutto il testo, per la realizzazione di una perfetta coincidenza tra la forma dell’esposizione e il significato che si vuole veicolare. C’è dell’hegeliano in tutto ciò, e le modalità con cui si presenta il thema, già nel secondo capitolo, lo confermano: la magia di un gioco che è sempre vivo perché si alimenta di contrasti apparentemente inconciliabili non è altro che una bellissima variazione della dialettica tesi-antitesi-sintesi, intesa come logica, naturale e irrinunciabile invariante. Anche i grandi campioni sono implicitamente inquadrati con la lente con cui Hegel guardava Napoleone a cavallo per le strade di Jena nell’ottobre del 1806: pure e tangibili manifestazioni dell’anima del mondo. In questo testo non si parla di calcio, è proprio vero: perché si riflette sull’utilità di uno specifico modo di guardare alla realtà, sul valore che questa prospettiva epistemologica porta con sé e sull’incoscienza quasi colpevole che si può naturalmente produrre allorché si dimentichi la forza esplicativa e riflessiva dell’analisi a favore di soluzioni apparentemente più (e troppo) facili e convincenti. Al termine del libro mi sono ricordato di una bella citazione di Sciascia (da La strega e il capitano), riportata all’inizio di un altro volume, letto recentemente e con pari soddisfazione: “Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende”. Se fatto in questo modo, anche scrivere e leggere di calcio può risultare particolarmente accattivante.

Un’intervista all’Autrice

Letteratura e calcio (di Francesca Serafini)

Calcio, la più bella metafora del mondo (di Silverio Novelli)

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Accade che l’editoria riesca a compiere strane operazioni. Accade, cioè, che in un piccolissimo libro si possa confezionare la grande letteratura con le vesti pur sempre ambigue del richiamo da cassetta. Perché nel mercato editoriale non c’è nulla di strano se, dopo il riconoscimento dell’Oscar a Paolo Sorrentino per La grande bellezza, si arriva a stampare in grande velocità una raccoltina intitolata La bellezza di Roma, nella quale ordinare sei brevissimi pezzi (già pubblicati) di Raffaele La Capria, il grande scrittore, da poco novantenne, cui la fortunata pellicola pare essersi direttamente o indirettamente ispirata. Ciò che è straordinario, però, è che in queste brevi prose ci sono almeno due perle, quelle che aprono il volume, e il cui livello compensa certamente la sofferenza di dovervi accedere soltanto superando il disgusto per una copertina che più ammiccante non si può. Due perle – in forma di pedagogico ammaestramento borghese: Lamento su Roma (1975) e I consigli di papà (2009) – per un ritratto immaginifico e mordace degli aspetti che sembrano sempre e davvero eterni nella Capitale: della Direzione Generale della Democrazia Formale che in essa si compie; del trionfo anodino della casta amministrativa, la tribù dei Buro-Buro, e di tutti coloro che vi si impiegano e (quindi) vi si id-Enti-ficano; della Teoria del Fine Secondario, secondo cui nessun’altra giustificazione può darsi per cotanto apparato se non il suo stesso finanziamento.

Il posto alla Rai (2009) sviluppa queste sollecitazioni in corpore vili ed è il ritratto autobiografico dell’esperienza kafkiana di colui che arriva a Roma e si impiega, seguendo la regola ferrea per cui “il posto è di chi lo occupa”. In effetti, ne Un albergo a vita (1993), La Capria si produce anche in una lunga intervista, in cui narra del suo trasferimento, trentenne, da Napoli alla Capitale, in cerca, per l’appunto, di un posto; e in cui, tuttavia, si misura lo scarto tra la vitalità culturale della Roma de “Il Mondo” di Pannunzio e della Via Veneto dei registi e degli intellettuali, da un lato, e la Kaputt Mundi di oggi, dall’altro. La cosa che infastidisce di più lo scrittore è lo stato di abbandono di molti dei luoghi più belli della città monumentale: Una modesta proposta (1981) registra questo sdegno e formula qualche piccola idea a qualsiasi amministratore locale. Eppure Roma risplende, irresistibile, sotto il cielo terso delle sue mattine migliori, anche nelle vie di un centro storico offeso dal passare del tempo e privato della sua più giusta memoria, “dove tutto ti ricorda il gran disordine che governa il mondo”). La Capria ne avverte il fascino nelle passeggiate mattutine con la sua bassottina (A passeggio con Clementina, 2011). È tutto un susseguirsi di scorci barocchi, di “aeree architetture”, di inimitabili e persistenti suggestioni spaziali; a patto, certo, di assumere la prospettiva della vitalissima Clementina, di lasciarsi guidare dalle sue “possibilità percettive”. Sta qui, in fondo, la bellezza di Roma. Di fronte all’abbandono (delle cose) non c’è che l’abbandono (all’intuizione e alla contemplazione).

Recensioni (da ilfoglio.it, iltempo.it, corriere.it, wuz.it, politicamentecorretto.com)

Il sito dell’Autore

La Capria parla di La Capria: un libro da leggere!

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Il titolo del libro è il nome dell’ospedale pediatrico di Roma, dove l’Autore – come recita la quarta di copertina – “ha lavorato come operaio”. Il suo sguardo si è posato più volte sui volti di tanti piccoli pazienti, restandone inevitabilmente segnato. Ne sono uscite 28 poesie, raccolte nella prima parte di questo volumetto. Ci parlano di sbigottimento, di stupore, di scoperta e di tenerezza, di intima commozione. Nei padiglioni della struttura, infatti, Mencarelli fa molti incontri: con occhi stanchi e spauriti, con la fisionomia inspiegabile della disgrazia, con il freddo più agghiacciante della vita (p. 27); ma anche con qualche sorprendente sorriso, con la speranza, con la fede che sa guardare un punto oltre l’orrore (p. 33); soprattutto, con l’amore materno che fronteggia la sfida del dramma attingendo all’umiltà più normale e tenace. E che avvicina, nel dolore, universi solo in apparenza distinti: Sembrano così sedute e vicine / due terre opposte l’una all’altra, / la prima di pelle chiara forse slava / la camicia a pois le scarpe lise, / facile intuirne la miseria, / ma nei suoi occhi tutta una dignità / di chi ha ben altro da pensare. / La seconda nascosta dal velo nero / il nero della sua religione, / all’aria solo le caviglie / grosse di scura carnagione. / Pare che ognuna / non sappia dell’altra l’esistenza, / poi si alzano come d’accordo / comandate da un bisogno condiviso, / un caffè caldo, / la forza di andare avanti (p. 12).

In marcia e Guardia alta – le altre due parti della silloge – sono la conferma di una pura attitudine ricettiva, di una poesia, cioè, che non ha bisogno di un’ispirazione, dal momento che è conseguenza diretta dell’assimilazione di una fisiologia più umana che mai, che necessariamente deve imporsi e riconoscersi come unica e univoca certezza. Difatti, quello di Mencarelli, è il sempiterno interrogativo, tipico del poeta vero: È un punto risaputo. / Non c’è mattina del creato / che non ci trovi qui / paralizzati, a noi stessi estranei (p. 44).Così non resta che assecondare gli stimoli della comunissima realtà che ci circonda, dall’asfalto delle vie urbane, incidenti compresi (quasi come schiaffi), ai quadretti dei ricordi, degli affetti, degli spazi domestici e degli amori: per accorgersi comunque di dover vivere, come tutti, in un eterno aprile, quasi seguendo l’istinto dei cani che abbaiano (p. 71). Occorre saper accettare, conoscere i propri confini, saperne godere sempre. In chiusura, la bellissima immagine di Roma lontana, vista sotto il gelo dell’inverno e in una mattina di domenica, è quasi un nuovo infinito leopardiano, ancora una volta periferico, ancora una volta, e contemporaneamente, “dentro” e “oltre” l’esperienza quotidiana: dato che Cose bellissime questi occhi vedono, e La mia casa è fin dove arriva lo sguardo, / questo palmo di terra, tutta mia vita (p. 91). Bambino Gesù è del 2010; è un’opera preziosa, una tappa di un percorso che poi è continuato e che conferma Mencarelli come una delle voci più felicemente “incarnate” di tutta l’odierna poesia italiana.

Recensioni (di Marco Lodoli, Maurizio Cucchi, Ottavio Rossani, Maurizio Clementi, Angelo Rendo)

Alcune poesie tratte da questo libro e altre da Figlio (2013)

La poesia di Daniele Mencarelli (da letteratura.rai.it)

Due poesie tratte dal libro:      

(padiglione S. Onofrio)

Lode al più grande artista vivente        
al suo genio alla sua opera immortale,  
lode a quel ragazzino o ragazzina         
che ha trasformato in arte pura
gli strumenti della quotidiana sua tortura,         
un cielo fatto di azzurre mascherine     
le nuvole di garza e ovatta idrofila,       
le verdi chiome degli alberi      
con il cotone della camera operatoria, 
creati con tubicini trasparenti e colorati
gli uomini le case gli steccati.   
Lode a te che davvero patisci la tua arte         
non nei pensieri ma nel male della carne,         
il tuo capolavoro è appeso fuori la cappella.    

—–

Ma il peso di questa guardia    
che tengo alta dalla nascita,     
di questo posto di vedetta       
da dove osservo e vigilo,         
mi pesa come un mondo sulla schiena. 
Uomo mascherato da angelo custode  
con ali posticce l’aureola di cartone     
senza miracoli nella cartucciera,           
senza rimedio contro l’emorragia del tempo.

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Ci sono libri-antipasto, libri-primo piatto, libri-secondo piatto, libri-frutta e libri-dessert. Ma ci sono anche libri particolarmente nutrienti, che valgono come un pasto intero, e libri che possono fungere da spensierato aperitivo. Povero cuor di donna appartiene a quest’ultima categoria, da assumere prima delle abbuffate estive, per solleticare l’appetito e per anticipare tutti i più classici sapori del giallo italiano. Gli ingredienti del cocktail, infatti, sono misurati a puntino: un’ambientazione intrigante (la città di Roma, in un caldo luglio 1947), un cadavere privo di identità (un misterioso corpo di donna, ritrovato lungo l’Appia Antica), un commissario stanco e smagrito, provato dalla storia e dagli accidenti della vita (l’umanissimo e fragile Achille De Santis), un intrigo da spy story (nel quale non mancano ex nazisti in fuga e partigiani coraggiosi).

Il “povero cuor” del titolo non è di una donna soltanto, ma si può intuire, come una luce di coscienza e di maturità, in molte delle figure femminili del libro: nella donna assassinata, nella prostituta Teresa, nella moglie di De Santis. Di fronte a queste silenziose protagoniste, tutti i personaggi maschili appiattiscono in un paradigma negativo che può differenziarsi caso per caso, ma che è sempre presente e muta solo di gradazione, lambendo anche i profili astrattamente più positivi. Donne e uomini si ricompongono simbolicamente nel finale, in un rinnovato legame d’amore e di tenerezza tra l’esausto investigatore e la sua piccola famiglia. Anche il registro linguistico è accattivante; ricorda il più complesso e famoso esperimento del “pasticciaccio” di Gadda, senza tuttavia ripeterne l’insistente esasperazione. Ne sortisce un romanesco meticcio, che ben si addice ai contorni polverosi e afosi di un’Urbe colpita dalla miseria del dopoguerra e ritratta in tinta espressamente neorealista. Una curiosità: nella collana di cui fa parte il libro (il rosa e il nero), due titoli portano un nome (Elvira) ed un cognome (Seminara) che si ritrovano, separati, anche nella trama di questo giallo; forse che si tratta di un omaggio ad un’altra collega della stessa squadra? Ci piace pensarlo, perché anche la letteratura, e non solo la società civile, ha bisogno di positivi gesti di sorellanza creativa.

Le prime pagine del romanzo

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Valentino Zeichen viene sempre associato, anche per questa sua ultima silloge, a tanti e diversi nomi (Kraus, Wilde, Flaiano), ed egli stesso, talvolta, ha dimostrato di sapersi calare espressamente nella figura di riferimento (come in Neomarziale).

Però questa voce così originale non è la voce di un poeta o di un autore “storico”; essa è, piuttosto, la voce del druido, il distillato di una sapienza che è intrinsecamente pagana. Così si è manifestata in molte occasioni: Museo interiore, Metafisica tascabile e Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.

Forse, per la tanta romanità che caratterizza la pulizia e l’ispirazione delle sue parole, più che di druido si dovrebbe parlare di aruspice, perché Zeichen legge nelle viscere del nostro tempo, cogliendo segnali che ai molti restano sconosciuti e che, ciò nonostante, provengono dal fegato gonfio delle esperienze a noi più vicine. Come se avesse un accesso privilegiato alle cose della natura.

In fondo, se tornassimo per un attimo al “gioco dei nomi”, allora il primo che verrebbe alla mente è quello di Lucrezio. Non per la forma, che, anzi, non è il poema, ma la sintesi perfetta tra Bashō e La Rochefoucauld. Lucrezio c’entra, invece, per la penetrazione profonda dello sguardo, per lo stupor continuato che lo anima, per l’attenzione intimamente scientifica che lo contraddistingue. E per una presupposta e schietta felicità di fronte a tutte le cose. Quella di Zeichen, in definitiva, è sempre una historia naturalis, che si parli dello scorrere del tempo, della donna, dell’arte, del ruolo degli intellettuali.

Di questo fortunato volume, Aforismi autunnali, finalista, senza dubbio meritato, del Premio PEN Club Italiano 2011, non si può aggiungere qualcosa di specifico; ciò equivarrebbe a svelare preferenze forse troppo personali. Una sola cosa è concessa, descrivere l’ipotetico podio in cui collocare quelli che, a giudizio di chi scrive, sembrano, tra i 150 componimenti, tre dei pezzi migliori:

 62.

Come la Bibbia ci insegna,

Dio non poteva spiegare

i dettagli della creazione,

e per non dilungarsi troppo

con le teorie dell’evoluzione,

preferì sintetizzarli nella

celebre “settimana” lavorativa.

70.

Dopo aver prestato all’uomo

le proprie sembianze,

il Signore sperimentò

l’individuo, e fra questi

selezionò gli individualisti;

una sottospecie umana

che si danna per imitarlo.

126.

Il tempo sarà anche denaro

ma non lo si può marchiare

come bestiali banconote,

chi fermerebbe l’inflazione?

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