Il titolo del libro è il nome dell’ospedale pediatrico di Roma, dove l’Autore – come recita la quarta di copertina – “ha lavorato come operaio”. Il suo sguardo si è posato più volte sui volti di tanti piccoli pazienti, restandone inevitabilmente segnato. Ne sono uscite 28 poesie, raccolte nella prima parte di questo volumetto. Ci parlano di sbigottimento, di stupore, di scoperta e di tenerezza, di intima commozione. Nei padiglioni della struttura, infatti, Mencarelli fa molti incontri: con occhi stanchi e spauriti, con la fisionomia inspiegabile della disgrazia, con il freddo più agghiacciante della vita (p. 27); ma anche con qualche sorprendente sorriso, con la speranza, con la fede che sa guardare un punto oltre l’orrore (p. 33); soprattutto, con l’amore materno che fronteggia la sfida del dramma attingendo all’umiltà più normale e tenace. E che avvicina, nel dolore, universi solo in apparenza distinti: Sembrano così sedute e vicine / due terre opposte l’una all’altra, / la prima di pelle chiara forse slava / la camicia a pois le scarpe lise, / facile intuirne la miseria, / ma nei suoi occhi tutta una dignità / di chi ha ben altro da pensare. / La seconda nascosta dal velo nero / il nero della sua religione, / all’aria solo le caviglie / grosse di scura carnagione. / Pare che ognuna / non sappia dell’altra l’esistenza, / poi si alzano come d’accordo / comandate da un bisogno condiviso, / un caffè caldo, / la forza di andare avanti (p. 12).

In marcia e Guardia alta – le altre due parti della silloge – sono la conferma di una pura attitudine ricettiva, di una poesia, cioè, che non ha bisogno di un’ispirazione, dal momento che è conseguenza diretta dell’assimilazione di una fisiologia più umana che mai, che necessariamente deve imporsi e riconoscersi come unica e univoca certezza. Difatti, quello di Mencarelli, è il sempiterno interrogativo, tipico del poeta vero: È un punto risaputo. / Non c’è mattina del creato / che non ci trovi qui / paralizzati, a noi stessi estranei (p. 44).Così non resta che assecondare gli stimoli della comunissima realtà che ci circonda, dall’asfalto delle vie urbane, incidenti compresi (quasi come schiaffi), ai quadretti dei ricordi, degli affetti, degli spazi domestici e degli amori: per accorgersi comunque di dover vivere, come tutti, in un eterno aprile, quasi seguendo l’istinto dei cani che abbaiano (p. 71). Occorre saper accettare, conoscere i propri confini, saperne godere sempre. In chiusura, la bellissima immagine di Roma lontana, vista sotto il gelo dell’inverno e in una mattina di domenica, è quasi un nuovo infinito leopardiano, ancora una volta periferico, ancora una volta, e contemporaneamente, “dentro” e “oltre” l’esperienza quotidiana: dato che Cose bellissime questi occhi vedono, e La mia casa è fin dove arriva lo sguardo, / questo palmo di terra, tutta mia vita (p. 91). Bambino Gesù è del 2010; è un’opera preziosa, una tappa di un percorso che poi è continuato e che conferma Mencarelli come una delle voci più felicemente “incarnate” di tutta l’odierna poesia italiana.

Recensioni (di Marco Lodoli, Maurizio Cucchi, Ottavio Rossani, Maurizio Clementi, Angelo Rendo)

Alcune poesie tratte da questo libro e altre da Figlio (2013)

La poesia di Daniele Mencarelli (da letteratura.rai.it)

Due poesie tratte dal libro:      

(padiglione S. Onofrio)

Lode al più grande artista vivente        
al suo genio alla sua opera immortale,  
lode a quel ragazzino o ragazzina         
che ha trasformato in arte pura
gli strumenti della quotidiana sua tortura,         
un cielo fatto di azzurre mascherine     
le nuvole di garza e ovatta idrofila,       
le verdi chiome degli alberi      
con il cotone della camera operatoria, 
creati con tubicini trasparenti e colorati
gli uomini le case gli steccati.   
Lode a te che davvero patisci la tua arte         
non nei pensieri ma nel male della carne,         
il tuo capolavoro è appeso fuori la cappella.    

—–

Ma il peso di questa guardia    
che tengo alta dalla nascita,     
di questo posto di vedetta       
da dove osservo e vigilo,         
mi pesa come un mondo sulla schiena. 
Uomo mascherato da angelo custode  
con ali posticce l’aureola di cartone     
senza miracoli nella cartucciera,           
senza rimedio contro l’emorragia del tempo.

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Ci sono libri-antipasto, libri-primo piatto, libri-secondo piatto, libri-frutta e libri-dessert. Ma ci sono anche libri particolarmente nutrienti, che valgono come un pasto intero, e libri che possono fungere da spensierato aperitivo. Povero cuor di donna appartiene a quest’ultima categoria, da assumere prima delle abbuffate estive, per solleticare l’appetito e per anticipare tutti i più classici sapori del giallo italiano. Gli ingredienti del cocktail, infatti, sono misurati a puntino: un’ambientazione intrigante (la città di Roma, in un caldo luglio 1947), un cadavere privo di identità (un misterioso corpo di donna, ritrovato lungo l’Appia Antica), un commissario stanco e smagrito, provato dalla storia e dagli accidenti della vita (l’umanissimo e fragile Achille De Santis), un intrigo da spy story (nel quale non mancano ex nazisti in fuga e partigiani coraggiosi).

Il “povero cuor” del titolo non è di una donna soltanto, ma si può intuire, come una luce di coscienza e di maturità, in molte delle figure femminili del libro: nella donna assassinata, nella prostituta Teresa, nella moglie di De Santis. Di fronte a queste silenziose protagoniste, tutti i personaggi maschili appiattiscono in un paradigma negativo che può differenziarsi caso per caso, ma che è sempre presente e muta solo di gradazione, lambendo anche i profili astrattamente più positivi. Donne e uomini si ricompongono simbolicamente nel finale, in un rinnovato legame d’amore e di tenerezza tra l’esausto investigatore e la sua piccola famiglia. Anche il registro linguistico è accattivante; ricorda il più complesso e famoso esperimento del “pasticciaccio” di Gadda, senza tuttavia ripeterne l’insistente esasperazione. Ne sortisce un romanesco meticcio, che ben si addice ai contorni polverosi e afosi di un’Urbe colpita dalla miseria del dopoguerra e ritratta in tinta espressamente neorealista. Una curiosità: nella collana di cui fa parte il libro (il rosa e il nero), due titoli portano un nome (Elvira) ed un cognome (Seminara) che si ritrovano, separati, anche nella trama di questo giallo; forse che si tratta di un omaggio ad un’altra collega della stessa squadra? Ci piace pensarlo, perché anche la letteratura, e non solo la società civile, ha bisogno di positivi gesti di sorellanza creativa.

Le prime pagine del romanzo

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Valentino Zeichen viene sempre associato, anche per questa sua ultima silloge, a tanti e diversi nomi (Kraus, Wilde, Flaiano), ed egli stesso, talvolta, ha dimostrato di sapersi calare espressamente nella figura di riferimento (come in Neomarziale).

Però questa voce così originale non è la voce di un poeta o di un autore “storico”; essa è, piuttosto, la voce del druido, il distillato di una sapienza che è intrinsecamente pagana. Così si è manifestata in molte occasioni: Museo interiore, Metafisica tascabile e Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.

Forse, per la tanta romanità che caratterizza la pulizia e l’ispirazione delle sue parole, più che di druido si dovrebbe parlare di aruspice, perché Zeichen legge nelle viscere del nostro tempo, cogliendo segnali che ai molti restano sconosciuti e che, ciò nonostante, provengono dal fegato gonfio delle esperienze a noi più vicine. Come se avesse un accesso privilegiato alle cose della natura.

In fondo, se tornassimo per un attimo al “gioco dei nomi”, allora il primo che verrebbe alla mente è quello di Lucrezio. Non per la forma, che, anzi, non è il poema, ma la sintesi perfetta tra Bashō e La Rochefoucauld. Lucrezio c’entra, invece, per la penetrazione profonda dello sguardo, per lo stupor continuato che lo anima, per l’attenzione intimamente scientifica che lo contraddistingue. E per una presupposta e schietta felicità di fronte a tutte le cose. Quella di Zeichen, in definitiva, è sempre una historia naturalis, che si parli dello scorrere del tempo, della donna, dell’arte, del ruolo degli intellettuali.

Di questo fortunato volume, Aforismi autunnali, finalista, senza dubbio meritato, del Premio PEN Club Italiano 2011, non si può aggiungere qualcosa di specifico; ciò equivarrebbe a svelare preferenze forse troppo personali. Una sola cosa è concessa, descrivere l’ipotetico podio in cui collocare quelli che, a giudizio di chi scrive, sembrano, tra i 150 componimenti, tre dei pezzi migliori:

 62.

Come la Bibbia ci insegna,

Dio non poteva spiegare

i dettagli della creazione,

e per non dilungarsi troppo

con le teorie dell’evoluzione,

preferì sintetizzarli nella

celebre “settimana” lavorativa.

70.

Dopo aver prestato all’uomo

le proprie sembianze,

il Signore sperimentò

l’individuo, e fra questi

selezionò gli individualisti;

una sottospecie umana

che si danna per imitarlo.

126.

Il tempo sarà anche denaro

ma non lo si può marchiare

come bestiali banconote,

chi fermerebbe l’inflazione?

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