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Ciascuno cerca i rimedi che meglio gli si addicono: i presìdi, come direbbe qualcuno. Anche i libri lo possono essere. In generale, nel senso che lo può essere la lettura in sé e per sé; o in particolare, per gli effetti specifici che può avere la ripresa di certi testi o la frequentazione periodica di un autore. Il mio rimedio, il presidio per eccellenza, è William Faulkner. È la mia penicillina, l’antibatterico che devo assumere periodicamente, preferibilmente nella calura estiva, chiudendo ogni tanto gli occhi e immaginandomi in qualche parte della sua mitica contea di Yoknapatawpha. Di Faulkner, negli anni, ho letto (e riletto) tantissimo. Questa antologia ancora mi mancava. Se Yoknapatawpha potesse avere, oggi, una sua perfetta serie tv, questi racconti – assemblati per Adelphi da Mario Materassi (che ne ha firmato la puntuale postfazione) – ne potrebbero essere gli undici magnifici episodi. Sono tutti diversi, naturalmente. Però sono percorsi da un comune e amaro gusto comico, o meglio satirico, pur annegando, come sempre in Faulkner, in un cocktail di tragico e di epico. 

Un corteggiamento, Foglie rosse e Capelli sono, forse, i pezzi migliori. Il primo è la storia di una sfida che due improbabili e determinatissimi “contendenti” intraprendono e spingono quasi fino all’estremo, per rimanere poi beffati in una maniera a suo modo classica. Il secondo è la descrizione di una fuga disperata e di un destino drammatico, quello che deve invariabilmente toccare allo schiavo nero di un capotribù indiano, che è morto e che non può, tuttavia, essere sepolto se non in compagnia di tutte le sue cose. Il terzo è paragonabile ad una sorta di exemplum “di provincia”, un racconto pedagogico, sia pur in modo sotterraneo, sulla tenacia inspiegabile di un uomo apparentemente mediocre e invisibile, ma capace di una trascinante forza di redenzione (lo stesso personaggio – che è un barbiere – compare anche in Settembre arido, cronaca terribile e fulminante di un gratuito e spietato linciaggio). Sempre esemplare è anche Scandole per il Signore, una parabola ficcante sull’esiziale povertà che si nasconde in ogni pretesa puramente individuale di superiorità etica. La mia Nonna Millard, il Generale Bedford Forrest, e la battaglia di Harrykin Creek va letto assieme a Muli in cortile. Entrambi sono divertenti, ma, in un certo senso, l’uno è l’opposto dell’altro, visto che nel primo l’anacronismo della old culture sudista viene messo apertamente alla berlina, mentre nel secondo è quello stesso attaccamento a contrapporsi all’amoralità di un tempo tanto nuovo e progredito quanto barbaro. Il senso di un cortocircuito inevitabile tra due mondi antitetici, con esiti addirittura diseducativi, è molto ben rappresentato in Sarà bello (geniale l’assunzione della prospettiva infantile da parte del narratore). Ne Gli uomini alti lo stesso cortocircuito si rivela come la principale ragione del mancato coinvolgimento del Sud nelle trasformazioni socio-economiche e politiche del Novecento americano, viste come fattori intempestivi di spiazzante disorientamento (l’incontro e il dialogo tra un saggio sceriffo e un giovane e ingenuo funzionario federale strappa più di qualche sorriso). 

La raccolta è singolare e importante perché, oltre a confermare la straordinaria bravura dello scrittore, rivela in modo evidente la proiezione universale, e salvifica, del pessimismo faulkneriano. È un sentimento che, nell’immediato, si radica nella fatalistica ricognizione dello scacco insuperabile della guerra civile e della maledizione che ha instillato tanto negli uomini che l’hanno vissuta quanto nelle generazioni successive (la “cappa” è palpabile specialmente nell’atmosfera western di Vittoria in montagna). Ma quello di Faulkner è uno sguardo che coinvolge biblicamente tutta l’umanità, della cui degenerazione, miseria e grettezza (come in Strascico della morte) le mille storie del Grande Sud – del “cielo” definitivamente “caduto” – non possono che essere la migliore occasione espressiva e, al contempo, il più efficace e provvidenziale sermone.

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L’iguana e il cardillo (da not.neroeditions.com)

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Sull’età delle tribù digitali (da minimaetmoralia.it)

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It’s just another manic Monday / I wish it was Sunday (The Bangles)

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Corrado Govoni, un continuo fascino (da nazioneindiana.com)

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Ogni tanto ci si imbatte in un libro geniale. Forse non ci voleva neppure molto a pensarlo. Ma esiste sul serio e offre soddisfazioni notevoli. Soprattutto ci si diverte. L’Autore sceglie alcune delle poesie più note della tradizione scolastica italiana e le sottopone all’indagine meticolosa di un radar originale, penetrante e dissacrante. Non si avvale della lente della critica o della filologia. Utilizza soltanto il filtro paradossale e impertinente di un realismo assoluto e quasi “scientifico”, che prende i testi alla lettera. È così, ad esempio, che scopriamo che, in Davanti a San Guido, era davvero assai difficile che Carducci riuscisse a vedere i famosi cipressi dal finestrino di un treno in corsa nel buio di un tardo pomeriggio invernale. Tanto più era fisicamente insostenibile che i cipressi gli venissero incontro. Ancor più inverosimile è ciò che racconta Leopardi ne La ginestra: perché le pendici del Vesuvio non sono per nulla aride, né lo sono mai state. Del tutto assurda, poi, la situazione in cui Foscolo (In morte del fratello Giovanni) afferma di volersi immaginare, “seduto” a mo’ di acrobata su di un loculo verticale. Anche La spigolatrice di Sapri, di Mercantini, descrive uno scenario improbabile: innanzitutto perché sui terreni salmastri, vicino al mare, non ci poteva essere alcuna spigolatrice, visto che non è certo il contesto adatto per la coltivazione dei cereali; poi perché la stessa spigolatrice afferma di aver traguardato a Ponza una bandiera tricolore, quando l’isola dista 240 chilometri e il suo porto è pure nascosto dietro un’altura. L’analisi del Giuramento di Pontida è ancor più radicale: Berchet, infatti, dice di aver visto i cittadini di venti città, anche se è chiaro che le città fondatrici della Lega lombarda erano solo cinque; dice anche di averli visti stringersi la mano… ma come è immaginabile che ci siano state 40 miliardi di strette di mano? Gli esempi potrebbero continuare ancora: l’irriverenza di Piancastelli non si accontenta di “sezionare” e “smontare” altri grandi classici carducciani, leopardiani o foscoliani, e si spinge a “bacchettare” anche Manzoni, Pascoli e Montale. Alla fine, curiosamente, l’ostinata irriverenza dell’Autore può produrre nel lettore due effetti positivi e tra loro apparentemente opposti. Perché non c’è dubbio – da un lato – che questo volumetto contribuisca meritoriamente a scuotere l’albero tuttora pietrificato delle letture che generazioni di studenti sono stati costretti a sorbirsi. Un tale esercizio decostruttivo – però – lungi dallo stimolare un allontanamento dalla poesia ne indica una speciale via d’accesso, rivelandone in modo efficace il proverbiale straniamento: lo scollamento necessario, che le consente, per questo solo, di dire al meglio ciò che altrimenti potremmo soltanto registrare e descrivere.

Recensione (di Luca Sancini)

Le poesie “rilette” da Piancastelli: Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni; Ugo Foscolo, Alla sera; Ugo Foscolo, A Zacinto; Ugo Foscolo, Dei sepolcri; Giosuè Carducci, Davanti a San Guido; Giosuè Carducci, Piemonte; Giosuè Carducci, Pianto antico; Giosuè Carducci, Il bove; Giosuè Carducci, La canzone di Legnano; Giosuè Carducci, San Martino; Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto; Eugenio Montale, Spesso il male di vivere; Eugenio Montale, Prima del viaggio; Giovanni Pascoli, La quercia caduta; Alessandro Manzoni, Marzo 1821; Alessandro Manzoni, Natale; Alessandro Manzoni, Il conte di Carmagnola (coro dell’atto II); Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio; Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta; Giacomo Leopardi, Alla luna; Giacomo Leopardi, L’infinito; Giovanni Berchet, Il giuramento di Pontida; Luigi Mercantini, La spigolatrice di Sapri.

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A Letter on Justice and Public Debate (harpers.org)

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Cosa ci raccontano le schiene (da rivistastudio.com)

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Non esistono alternative? Labranca prossimo nostro (da labalenabianca.com)

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Forse si scappa lontano da qua / forse si resta per lottare (Alessandro Mannarino)

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