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Libri proibiti: il nuovo indice made in UK (da repubblica.it)

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Sono quattro i testi che compongono questo libro. Nel primo l’Autore gioca con i ricordi e con la tormentata vita sentimentale del giovane Stendhal. Ne ripercorre il tragitto durante la campagna d’Italia, al seguito di Napoleone. Si sofferma sul senso immediato di scoperta e su quello successivo, di endemico smarrimento, che lo scrittore prova, sia visitando il campo della battaglia di Marengo, sia di fronte alla reiterate insoddisfazioni amorose. Di questo racconto assume un valore centrale la rievocazione, quasi onirica, di un breve voyage, che Stendhal intraprende fino a Riva del Garda, al seguito di una delle sue numerose amanti. Nel secondo pezzo, invece, Sebald ricostruisce due peregrinazioni autunnali, da lui stesso compiute nel 1980 e nel 1987. In un caso narra del percorso che da Vienna, dopo una passeggiata in un borgo vicino con il poeta Ernst Herbeck, lo ha portato dapprima a Venezia, guidato sulle orme di Casanova da un misterioso veneziano di nome Malachio, e poi a Verona, dalla quale tuttavia è presto fuggito in treno verso il Brennero, assalito dall’inquietudine che alcune coincidenze sembrano avergli comunicato. Nel viaggio successivo, Sebald torna sui propri passi, ma svolge anche alcune digressioni: a Padova, a vistare la cappella degli Scrovegni; sulle tracce di Kafka, da Desenzano e lungo la costa orientale del Lago di Garda, fino a Limone, dove è ospite di una magnetica albergatrice e smarrisce il passaporto; e a Milano, dove si reca al consolato tedesco per ottenere nuovi documenti. A Verona soggiorna felicemente alla Colomba d’Oro, rivede i luoghi che lo avevano spaventato e si intrattiene a lungo con un cronista locale, alla ricerca della ragione delle sue originarie paure, per poi concludere con il ricordo del libro di Franz Werfel su Verdi, donato dallo stesso scrittore ad un Kafka oramai morente. Il terzo testo del volume è tutto su Kafka, in particolare su di un suo misterioso ed erratico itinerario, che nel 1913 lo ha visto partire da Vienna per Trieste, e poi risiedere per un qualche tempo a Venezia, ripartendo infine per Desenzano e Riva del Garda. Sebald si sofferma sul soggiorno di Kafka in una clinica sul lago e alla raffigurazione di un fatto tragico accaduto proprio allora sovrappone una storia inventata dallo stesso Kafka, dalla quale estrapola tutto lo struggimento dello scrittore per la sua esiziale incapacità di trovare l’amore. L’ultimo brano di Vertigini è intitolato Ritorno in patria ed è il prodotto di una reverie, che vede l’Autore raggiungere il suo paese natale, in Baviera, ai confini con l’Austria, e fermarsi nella medesima locanda in cui la sua famiglia ha vissuto per diversi anni. L’occasione gli offre la possibilità di scolpire biografie e disavventure di tanti e diversi personaggi del borgo, e di ricordare alcuni momenti salienti della sua formazione infantile. Il finale rientro in Inghilterra, a Londra, è motivo di nuove, portentose visioni e di una conclusiva conflagrazione, in cui esistenza individuale e universalità si confondono definitivamente.

Di Sebald, forse, tutti conoscono Austerlitz, il romanzo più rappresentativo. Molti avranno sentito parlare anche de Gli anelli di Saturno. O di Storia naturale della distruzione. Sono grandi libri, che hanno dato al loro Autore visibilità e riconoscimento internazionali. Vertigini non è da meno. Anzi, le prose che vi sono raccolte si possono dire esemplari del particolare metodo Sebald. Da un lato, è un metodo che per lo scrittore funziona un po’ come il metodo Stanislavskij per un attore. Sebald fiuta una via, un’occasione di redenzione, e la percorre con certosina pazienza e abbandono, come se fosse un copione, fidandosi degli indizi che gli possono dare le vite e le storie altrui. Il punto è che Sebald non si limita alla rappresentazione: si cala in quegli indizi, se ne lascia attraversare, si immedesima fino alla vertigine (per l’appunto), che è la porta per la comprensione di un grado di verità altrimenti non verbalizzabile, né (probabilmente) pensabile. Da un altro punto di vista, ma coerentemente con questa tendenza all’immersione esistenziale, il metodo Sebald è anche un metodo panletterario. Lo scavo della lettura e della scrittura impone lo scavo nello sguardo, sicché ogni soggetto letterario, potenzialmente, diventa medium dell’invenzione e della correlata esperienza redentrice. E ciò perché nel soggetto è possibile immaginare di ripercorrerre i tratti e di ricostruire la memoria della realtà, e dunque, così facendo, così fantasticando, di maturare le competenze necessarie a ricomporre la propria. L’esperienza diventa tanto più vertiginosa quando i livelli di lettura si sovrappongono, alludono l’uno all’altro, strizzano l’occhio all’osservatore e lo attraggono – in un gioco di allusioni e di richiami reciprocamente magnetici – nell’occhio di un ciclone. Che, da letterario, diventa concretissimo, perché è la concretezza delle emozioni ad averlo alimentato. In Vertigini i rimandi sono evidenti, molteplici e ammalianti: Stendhal e l’amore, in Italia e a Riva del Garda; Kakfa e la malattia, in Italia e a Riva del Garda; Sebald che viaggia come Stendhal e Kafka, e si stordisce di digressioni, di dettagli, di immagini, di oggetti (che, nel metodo Sebald, sono tipicamente riprodotti nel testo); Sebald nuovamente, che ripete il suo viaggio, perché, a quel punto, vuole “controllare meglio” i “fugaci ricordi” e “riuscire magari a mettere per iscritto qualcosa al riguardo”; e poi il ritorno a casa, quella delle origini lontane e in parte dolorose, e, nelle ultime pagine, quella che lo ha accolto, straniero a se stesso, alla sua stirpe e alla sua nazione. Ecco, leggere un libro di Sebald dà la sensazione che ci si possa conoscere e salvare ubriacandosi di letteratura. Sensazione bellissima.

Il culto di W.G. Sebald (di L. Coppo)

Sebald, l’ultimo romantico (di M. Freschi)

“Il ricordo ci dà le vertigini” (di V. Punzi)

“L’improvvisa incursione dell’irrealtà” (di C. Angier)

Un documentario su Sebald

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Churchill e il rivoluzionario Savrola (da ansa.it)

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Standing at the crossroads / a dried up pen in hand (The Pretty Reckless)

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Scrivere bene significa leggere bene (da lindiceonline.com)

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Il protagonista di questo romanzo è l’ultimo rampollo dei Cimamonte, un’antica casata nobiliare. È un giovane adulto che ancora non sa che cosa fare veramente della sua vita. Decide di vendere il palazzo avito e lasciare la città di Berua. Si trasferisce a Vallorgana, la vicina località montana da cui la gloriosa storia di famiglia ha preso le mosse nel XIII secolo e in cui si trova ancora una grande villa. La gente del paese lo chiama Duca, anche se a rigore il suo titolo sarebbe quello di Conte. Per quanto cerchi un dialogo diretto e ispirante, e liberatorio, con la natura che lo circonda, il Duca è inquieto, attratto com’è, in modo irresistibile, dalle vicende della sua stirpe. Da un lato questo sentimento è risvegliato dalla lettura assidua di vecchie carte che sono stipate in un misterioso studiolo e di una suggestiva Chronica, che ripercorre alcuni secoli di avventure, soprusi e disgrazie dei Cimamonte. Ma, oltre a ciò, nel Duca la tensione, quasi violenta, a riscoprirsi degno e risoluto discendente di una stirpe mai domita è risvegliata anche dalle temibili manovre di Mario Fastreda, un allevatore particolarmente influente. A nulla vale la presenza saggia di Nelso Tabiona, fido e abilissimo boscaiolo. Né pare determinante, almeno in prima battuta, l’apparizione della bella e intelligente Maria, che pure stimola, nel Duca, sensazioni insperate. Fastreda, del resto, condiziona e controlla tutto il paese, e ha occupato proditoriamente una parte dei boschi dello stesso Duca. È così che si scatena rapidamente una vera e propria faida, in un crescendo di emozioni ed eventi, di macchinazioni e accuse, di scoperte e colpi di scena, fino a quella che si potrebbe definire l’illuminazione conclusiva: che dà ragione di un antagonismo apparentemente inspiegabile e apre la via, per il Duca, ad un futuro che è tanto segnato quanto definitivamente scelto.

Matteo Melchiorre è, da tempo, un autentico aedo dei luoghi, della loro energia pedagogica. Sa quanto siano importanti, se non – addirittura – esistenzialmente decisivi. Il suo percorso di scrittore – da La banda dell’autostrada Fenadora-Anzù a La via di Schenèr fino a Storie di alberi e della loro terra (il testo più bello) – lo prova appieno e Il Duca ne è una conferma ulteriore, forgiata, questa volta, in una forma letteraria forse più riconoscibile e meglio spendibile. Occorre chiarire subito che, a rigore, proprio la forma letteraria in questione penalizza un po’ il valore del libro. Ha la tipica progressione lineare che induce il lettore ad attendersi evoluzioni e sorprese, che però sono, rispettivamente, lente e talvolta prevedibili (come lo è quella che porta il Duca a capire chi è veramente Fastreda: già prima della metà del libro, il sospetto emerge di forza propria). Nonostante ciò Il Duca è romanzo che si distingue per tre virtù. La prima è la lingua. Non vi sono invenzioni particolarmente eclatanti, ma l’incrocio tra la costanza di un tono assai compassato e stilisticamente nobile e la diffusa contaminazione con espressioni italianizzate della tipica parlata della Valbelluna (il luogo dell’Autore) esalta il tempo magico del racconto. La seconda virtù è il modo con cui si propongono il bosco, la montagna, gli elementi (come la tempesta Vaia, ad esempio). Non sono idealizzati, sono rappresentati nella loro normale ambivalenza: se diventano riferimenti, per così dire, morali, ciò accade per via delle interazioni – positive o negative – cui uomini e donne possono dare sostanza. La terza virtù de Il Duca è che la sua pubblicazione conclama di per sé il consolidamento, nel salotto buono dei bestseller, di una famiglia di solidi scrittori veneti di terra (come Matteo Righetto, Paolo Malaguti e, per l’appunto, Matteo Melchiorre), che sul motivo delle radici sanno costruire i più vari percorsi narrativi, senza mai allontanarsi dallo spirito che li muove.

Recensioni (di R. Barilli; di L. Oliveto)

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A puro caso (da ilpost.it)

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Come diventare intellettuale… senza particolare impegno (da quadernidaltritempi.eu)

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Una specie di apprendistato (da minimaetmoralia.it)

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Tra aprile e maggio di quest’anno sono stati pubblicati due piccoli libri, che potrebbero dirsi quasi gemelli: Nei luoghi ideali per la camporella di Davide Bregola, uscito per Avagliano; e Pane e noci di Lucio Montecchio, edito da Ronzani. In entrambi i casi ci si trova di fronte a raccolte di prose brevi. Ciascuna – a volte si tratta di un racconto, a volte di un’istantanea di situazioni o di luoghi presenti o passati – è un esercizio di rabdomanzia sentimentale, una chiave d’accesso per un mondo di ieri, che gli Autori rievocano oggi al fine di esprimerne e rilanciarne un senso complessivo, e di farne motivo ispiratore per riflessioni di più ampio respiro. Il mondo di Bregola è quello della Bassa par excellence, tra Emilia, Lombardia e Veneto, dove aggirarsi alla ricerca delle “potenze remote” che “facevano crescere”: ricordi di avventure di ragazzi, voci di testimoni che furono (contadini e operai), argini, strade, fossi, in cui “c’era tanta di quella roba da stare lì all’infinito”. Con Sermide (Leonessa del Po) a fungere da epicentro, fisico, storico e psicologico, convergenza geografica di più territori e dialetti, come di rivolgimenti sensazionali. Perché alla magia, e all’epica, del fiume e delle sue genti, e delle loro piccole, grandi storie, si è sostituita quella dell’hangar, della mecca selvaggia della produzione e della logistica, ammantata da una lunga e irrimediabile stagione di abbandoni.

Il mondo di Montecchio non è così diverso. Anche qui si parla di una “bassa”, quella padovana. E anche qui aleggia un tono che solo in apparenza potrebbe dirsi ambiguamente nostalgico, e che, come nell’altro volume però, non è ripiegamento, ma suggerimento di restituzione (parola che offre anche il titolo ad uno dei capitoli). Oltre a far riemergere luoghi, storie e usi di una civiltà paesana e biologica – che, a ben vedere, non è troppo lontana, visto che i nostri diretti progenitori le sono appartenuti – Pane e noci segna anche le tappe, individuali e collettive, della traiettoria straniante che, dagli anni del boom in poi, è stata impressa per effetto di un’industrializzazione onnivora. A legare i due testi, inoltre, non c’è soltanto una fenomenologia critica del presente. C’è pure molta qualità espressiva. Da questo punto di vista Bregola non stupisce. Chiunque abbia letto Fossili e storioni sa della grande abilità suggestiva, della malìa, di uno scrittore che padroneggia tutti i ferri del mestiere, e che sa analizzare ipnotizzando (come in Pozzo o Argini o Fossi) e commuovere raccontando (come in Acquaragia o in Cavie), e infine anche inveire (come in Hangar), a mo’ di tragica, ma necessaria, maschera teatrale. Montecchio – che tuttavia scrittore propriamente non è, pur essendo dotato di uno specifico canale di comunicazione cosmica, per nobile e tecnico mestiere – colpisce in alcune pagine narrative molto felici (nella spontanea e semplice invenzione di Gelso e Liana, ad esempio, o in El Beljo o, ancora, in Zia Luisa) ovvero in pezzi tanto brevi quanto vitali (come nei poeticissimi Un po’ (di buonsenso) e Orologio agreste, che paiono quasi filastrocche). Certamente Nei luoghi ideali per la camporella e Pane e noci si accreditano quali guide, affatto scontate, di ri-orientamento ecologico e morale. Ma il loro valore aggiunto – ciò che davvero non guasta – è che in quest’estate caldissima si rivelano come estratti rinfrescanti e rigeneranti di semplice e buona letteratura, da assumere lentamente, sotto un albero o ai bordi di un orto.

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