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Lalla Romano non si legge, si scopre. È la scrittrice stessa ad essere alla scoperta, alla ricerca, come in un viaggio, durante il quale tenere un diario di bordo e consegnarvi i momenti più autentici delle proprie impressioni. Per leggere questo libro nel modo migliore forse bisogna immaginare di sottrarre furtivamente alcune pagine di quel diario, senza pensare troppo al tempo o ai luoghi cui si riferisce, ed adeguandosi così all’estrema asciuttezza dello stile. Che è anche lo stile della verità, di uno sguardo lucido che ripercorre l’esperienza personalissima della giovinezza e ne interpreta in modo finalmente fedele le movenze più intime.

Il romanzo è autobiografico. Attira la mia attenzione perché campeggia nella teca di un minuto ma elegantissimo allestimento. Racconta gli anni universitari dell’Autrice, dal 1924 alle soglie degli anni Trenta. Del clima politico e di ciò che sta accadendo nel Paese non c’è che qualche cenno. Vediamo Lalla alle prese con le compagne del collegio, lungo le vie di Torino o a teatro, a colloquio con il famoso zio (il matematico Giuseppe Peano) oppure, senza imbarazzo alcuno, con i professori della sua facoltà. La immaginiamo dipingere alla scuola di Casorati e discutere con Lionello Venturi. Ne sentiamo le inquietudini, la voglia di trovarsi, i sogni, l’egoismo ribelle, il desiderio di incontrare l’amore e il compagno cui svelare i suoi desideri e con cui condividere tutto il suo struggimento intellettuale e psico-fisico. La “non-storia” con Altoviti (dietro il quale si riconosce Franco Antonicelli) è il paradigma assoluto dell’amore “che avrebbe potuto essere e che non è stato”, in un parallelismo perfetto – ed universale – tra sentimento e realizzazione di sé, che viene rappresentato in modo efficacissimo e quasi sorprendente.

Per quanto sia quasi intimo, questo è un libro che non è destinato ad appartenere soltanto all’Autrice. Lo si può dire, innanzitutto, per la miniera di informazioni e immagini che dagli anni Venti si proiettano sul lettore come una sorta di prezioso patrimonio testimoniale del mondo colto, nobiliare ed alto-borghese di allora, e con esso di una certa Italia, che in uno dei momenti più difficili della sua storia non ha mai saputo, e forse neanche voluto, porsi ad esplicito ed effettivo modello di identità nazionale. È singolare, poi, riscontrare – e non è facile capire se si tratti di una interessante coincidenza o di una ottima fonte di ispirazione – piccoli spezzoni narrativi che sono riproposti, con pari verosimiglianza, nei buoni prodotti della nostra letteratura più giovane e recente: forse la figura dell’anziano ex professore a riposo, il cui passatempo giornaliero è partecipare a tutti i funerali della città, è davvero esistita, visto che anche Paolo Di Paolo l’ha utilizzata nel suo bel romanzo… sarà stata la stessa persona? Ciò che intriga, però, è che proprio il carattere personale del volume nulla toglie alla possibilità di considerarne il tono in termini di empatica esemplarità. Per rendersene conto, basta riprodurre le poche parole di un “piccolo testamento” della giovane Lalla: “La mia sete è di giungere per la coscienza di me alla conoscenza dell’universo stesso, come io ne possa capire. Ma l’immagine mia è di tale che guarda standosi inerte una vasta corrente, l’onda seguire all’onda, e ascolta il vasto respiro della notte divenire di poco a poco gigante e gli concede l’irrequieto spirito e in quello riposa follemente felice” (p. 201). Quale giovinezza può dirsi più autentica di quella inventata dalla Romano?

Un saggio critico sul romanzo (di Jadranka Novak)

Un approfondimento su Lalla Romano

Un’intervista a Lalla Romano

Un ritratto personale di Lalla Romano (di Cesare de Seta)

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¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Argentina (da nazioneindiana.com)

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Perché a nessuno piace il caffè di Denis Bortolato? La storia raccontata da Paolo Ganz non dà una risposta a questa domanda, ma è bene che il quesito resti ancora irrisolto, perché ad essere tutto da chiarire è il destino di questo nuovo e simpatico personaggio. Che è alla prima tappa di una vera e propria trilogia, e che assume i lineamenti del migliore degli eroi, che anche quando vince finisce comunque per soccombere e per dover ricominciare tutto da zero. Ma, per l’appunto, va bene così: l’esordio di questa singolare figura di ex galeotto ha il sapore di un secondo battesimo, di un’occasione per tentare una nuova vita e per soddisfare una nuova coscienza di sé.

Bortolato è sempre stato sfortunato. Ha affrontato la galera per essersi lasciato coinvolgere in una rapina, e ora, scontata la pena, ripara cellulari fuori garanzia in un piccolo laboratorio e convive nella sua Venezia con la madre anziana e malata. Tutto sembra averlo relegato al margine di un’esistenza ormai compromessa, movimentata soltanto dalle avances di una signora viziata. Ma un giorno, nella scheda della memoria di un cellulare, vede cose che non avrebbe dovuto vedere ed entra così in un tunnel di paura, minacce e ricatti, che lo porta a rendersi protagonista di una pericolosa spedizione, seguito a vista da un perspicace commissario di polizia. Bortolato, quindi, ha occasione di crescere: fa esperienza di passioni sconosciute; apprende le terribili vicende di conflitti troppo a lungo dimenticati; rischia la vita e salta dall’altra parte, come se avesse dimostrato, all’improvviso, di essere un degno “figlio” del vecchio Duilio Benussi, l’anziano custode che ha voluto fargli da “padre” nonostante il segreto che si apprende solo nelle ultime pagine del libro.

Ci sono assaggi di Carlotto in questo romanzo, ma anche atmosfere alla Heinichen. E forse, quindi, si può avere l’impressione che Ganz si sia esercitato in un po’ di maniera. La lettura, però, non stanca. L’Autore c’è, con il suo amore per la musica, e pure Venezia è quella reale, tra le immagini – e gli odori, e i sapori – della sua più attuale quotidianità e gli sprazzi sempre affascinanti di una città chiamata a restare particolare. Ettore Premoli e la sua squadra di poliziotti bene assortiti non sono da meno; e la stessa cosa si può dire per le due belle figure dell’enigmatica Donata Drescig e della stranissima e “stregonesca” Ada. I puristi potrebbero obiettare che Ganz non è esente da qualche difetto di scrittura. Tuttavia è bello fantasticare anche su questo profilo: che ce lo rende più autentico, nella sua dimensione, ostinatamente voluta, di perfetto e disordinato autodidatta, che, come la maschera che si è inventato per mezzo di Bortolato, non può che tendere a migliorarsi e a convincerci nuovamente.

Una presentazione del libro

Il sito dell’Autore

Dalla “colonna sonora” del libro: Con dos camas vacías, di Joaquín Sabina

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Così Google Maps impoverisce la città (da corriere.it)

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I can’t get these memories out of my mind (Muse)

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Giovanni Tutta: poesie inedita (da tropico-fantasma.blogspot.it)

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La prosa raffinata di Hans Tuzzi ricostruisce gli ultimi giorni di John Pierpont Morgan, quel JPM che, tra Ottocento e Novecento, con altri ricchissimi e famosissimi uomini d’affari (Carnegie, Gould, Rockfeller; tutti soprannominati the rubber barons), ha cambiato la faccia degli Stati Uniti d’America e posto le basi per ciò che è diventata la grande finanza mondiale. Per intenderci, è il fondatore di quel formidabile sistema di istituti di credito che dall’inizio del secolo scorso è cresciuto quasi senza interruzioni, almeno fino allo scandalo dei mutui subprime, nel 2008, e quindi fino alle porte della crisi che ancora oggi stiamo vivendo. È quasi una sorta di simbolica ricorrenza, perché poco più di cento anni prima, nel 1907, furono proprio gli ingenti investimenti di JPM a salvare il sistema bancario e l’economia americana dal temutissimo crack che stava per affossare definitivamente la borsa di New York.

Il bravo scrittore milanese, però, non ci parla di questo, o meglio, non ce ne parla direttamente. La sua scelta è di ritrarre la sensibilità di JPM, il suo profilo strettamente personale e il milieu sociale nel quale si è sviluppato, così come emerge nel sovrapporsi della voce spesso ammirata di un segretario personale e dei pensieri segreti del magnate moribondo, riverso in stato di veglia sul letto del Grande Albergo di Roma (l’odierno Plaza), dove esalerà l’ultimo respiro al termine dell’ennesimo attacco depressivo. Il tronco del racconto è dedicato al mecenatismo di JPM, alle sue fantastiche imprese di mercante d’arte e alle sue complesse relazioni con la sua bibliotecaria, la misteriosa Miss Belle da Costa Greene, e con il grande critico Bernard Berenson. Ma su questo filone si innestano, come tanti spicchi, altre storie ed altre avventure, come quella del Titanic, realizzato proprio dalla White Star, la compagnia che JPM aveva acquistato diventando così signore assoluto del traffico marino. Alle opinioni del narratore, inoltre, si intersecano altri episodici interventi, tra cui le riflessioni sempre acute e profonde, e non prive di ironia, del Dottor Dixon, che dall’inizio sembra invitarci a scoprire in JPM qualcosa di nascosto, di assolutamente impenetrabile, ricordandoci, con Montaigne (p. 13), che “gli altri non vi vedono affatto; vi indovinano per congetture incerte”, e che ciò vale “per tutti”, “tanto più per i grandi”.

In verità, nella cornice di due sole pagine, Adriano Bon – questo il vero nome dell’Autore – arriva a rivelare moltissimo, non solo sull’importanza storica di JPM, ma anche, al contempo, sulla sua esistenza duplice, e apparentemente inconciliabile, di colto filantropo e di protagonista spregiudicato del capitalismo mondiale e delle forme finanziarie che sono giunte fino a noi e che tanto avvolgono e stressano ogni aspetto dell’economia globale. Come rievoca solennemente la voce narrante del giovane segretario, “John Pierpont Morgan ha creato un’era”, “ha saputo orchestrare ed armonizzare l’economia planetaria grazie ad un sistema finanziario internazionale”, “ha consolidato in un sistema di governo economico le energie dell’acciaio, del petrolio e della velocità”, e quando è giunto il panico, nel 1907, “la salvezza di tutti venne da lì, dai risultati della sua opera di disciplinatore, dal sempre più complesso edificio finanziario eretto dalla sua formidabile intelligenza” (p. 141). Ma era davvero meraviglioso questo nuovo mondo? La bella Bessie, che scorta per le strade di Roma questo ingenuo dipendente, non ne è tanto sicura. Eppure JPM compra i tesori dell’arte, apre biblioteche, elargisce importanti somme per opere di bene. Il giovane ne è convinto (p. 140): “Non è un paradosso, puoi essere crudele eppure formalmente ineccepibile nei confronti dei tuoi avversari in affari, ma non hai motivo di essere cattivo nei confronti di un’astratta umanità, il tuo prossimo, e questo per la ragione che se guadagni in un anno quanto il bilancio di uno Stato nazionale, il tuo prossimo si limita ai tuoi diretti dipendenti (…): poi c’è l’Umanità, ma il resto del mondo è lontano, la gente comune con i suoi grigi problemi e le sue nere miserie tu non la vedi, non esiste, e come si fa a essere cattivi con chi non esiste?”. Ecco, questo è il punto; e forse, oggi più che allora, Bessie continuerebbe ad essere perplessa, come molti di noi.

L’Autore racconta il suo libro (alla radio svizzera e a radio 3)

Una recensione (di Alberto Alfredo Tristano)

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26,46 miliardi (da internazionale.it)

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Grazie alla segnalazione di un vulcanico collega, approdo alla newsletter settimanale (Il Rosso e il Nero) che Alessandro Fugnoli pubblica sulla home page di Kairos, società che si occupa da anni di gestione del risparmio e che, in tale settore, svolge senz’altro un ruolo di leader ormai riconosciuto. La scoperta è piacevolmente sorprendente, come lo potrebbe essere quella di un cocktail frizzante e corroborante, o di un canale radiofonico cui sintonizzarsi per godere in ogni momento di rapide ma continue improvvisazioni jazzistiche.

Fugnoli, infatti, somministra pillole di economia e di analisi strategica mediante brillanti ed incisive incursioni nella filosofia, nella storia, nell’arte e nella letteratura: e così rende affascinante ed umano ciò che talvolta tendiamo a percepire erroneamente soltanto in modo asettico, freddo e distante. Soprattutto, ci aiuta a ricordare – a suo modo seguendo le orme di Carlo M. Cipolla – che in economia i modelli astratti non sono sempre vincenti e che un valore determinante lo può giocare la corretta valutazione delle esperienze, presenti e soprattutto passate, e un’attenta e smaliziata previsione dei comportamenti individuali e collettivi.

Le domande che nella newsletter potrebbero trovare una risposta sono tantissime. Ad esempio: è possibile comprendere il senso e i limiti del regime europeo di volontaria austerità economica muovendo da Savonarola e Robespierre? Perché magnati russi e cinesi investono in divise che rendono meno di quelle nazionali? Che cosa c’entra il Katéchon con l’euro? Perché per orientarsi nel complesso mondo degli investimenti può essere utile leggere Dino Buzzati? Questi sono soltanto alcuni degli innumerevoli percorsi che può suggerire la lettura de Il Rosso e il Nero e dei suoi densi archivi, che sono raccolti e resi disponibili sin dai numeri del 2010, e che, data la loro freschezza espositiva, paiono indenni dal naturale rischio di scadenza cui possono incorrere i temi e gli eventi fatti oggetto di attenzione. Che altro dire… È davvero un appuntamento da non perdere!

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“Liberiamo la ricerca dalla dittatura delle riviste” (da linkiesta.it)

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