Devo dirlo subito, per evitare equivoci: non si creda che la segnalazione di questa lettura significhi necessariamente un elogio, in generale, della vita nella natura o, più precisamente, dei progetti di auto-sufficienza alimentare che si vanno diffondendo assieme ai tanti ecovillaggi che se ne fanno promotori. Sarebbe troppo banale, troppo generico e, in fondo, troppo buonista. Ma sarebbe, soprattutto, ingeneroso nei confronti dell’Autore, e ciò per due ragioni.

La prima: quella di Bonanni non è una storia percorsa da un malinteso afflato new age. Si tratta della cronaca di un percorso, tanto precoce quanto difficile, di auto-formazione contadina e, contemporaneamente, di crescita personale e di indipendenza dai legami familiari, oltre che di graduale tirocinio alla condivisione della propria esperienza. Il giovane Devis, in altri termini, non ci parla di presunzioni cariche di verità naturalistiche da declamare o diffondere in modo soltanto astratto; ci parla, con grande sincerità, di una vocazione dura e di una tenacia che può conoscere anche momenti di crisi e di perplessità, ma che dimostra, per ciò solo, un’intrinseca nobiltà. È un racconto vero, che, anche quando strizza l’occhio a suggestioni forse troppo classiche (Thoreau, London, Fukuoka…), vuole soltanto rendersi testimone di sensazioni, emozioni e riflessioni radicate, e quindi universali, anche se legate soltanto al primo orto, alla serra finalmente costruita, alla prima polenta, alla Carnia, a quei torrenti e a quei boschi, al freddo pungente dell’inverno, alla passione per la bicicletta, agli errori che tutti, invariabilmente, facciamo, alla battaglia quitidiana tra sogni, aspirazioni e necessaria umiltà…

Il secondo motivo, poi, per esprimere tutta la soddisfazione che questo libro può dare è di carattere intrinsecamente letterario: ci troviamo di fronte ad un giovane, nuovo e vero scrittore. Ed è un evento, questo, che bisogna sempre onorare con il dovuto rispetto. Perché Pecoranera è ben scritto, e le sporadiche ingenuità che lo percorrono, lungi dal generare delusioni improvvise e potenzialmente fatali, comprovano ulteriormente la spontaneità di un talento. Rem tene, verba sequentur, ammoniva Catone; e Bonanni pare aver metabolizzato del tutto la lezione, dimostrandoci che sa – verrebbe da dire, sulla sua pelle – ciò di cui parla ed offrendoci, così, stile e linguaggio realmente adeguati alla materia e ai momenti in cui si articola tutto il suo complesso itinerario psicologico.

Queste osservazioni, però, non intendono rivolgere a Devis la stessa frase su cui si ferma a riflettere alla fine volume: “Sei troppo intelligente per coltivare la Terra”. L’Autore, infatti, è così intelligente che la sua risposta sarebbe, ancora una volta, il semplice e disarmante invito che chiude il racconto (p. 199): “Dimenticatevi i massimi sistemi, le teorie che ci spiegano come dovrebbe andare il mondo, le prediche da fare e da subire. Non pensate a niente, se non a procurarvi pochi metri quadri di Terra, ovunque voi siate, che siano su un balcone o in mezzo ai rovi di una campagna dimenticata, da cui cominciare il vostro cambiamento. Se saranno pomodori o peperoni, mele o albicocche, fave o fagiolini, cavolfiori o biete, saranno loro, le piante, a condurvi per mano, a spiegarvi come si fa”.

Il Progetto Pecoranera

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Il solo titolo di questa recentissima raccolta di Roberto Cogo prometteva un’esperienza di autentica distrazione. E, a lettura compiuta, la promessa è stata mantenuta. Ma, si badi bene, distrazione qui non è sinonimo di suggestione divertente o semplicemente rilassante. È sinonimo, forse paradossale, di immedesimazione. In che cosa si immedesima Cogo? E in che cosa ci si immedesima se si legge la sua poesia?

Tento una risposta immediata, quanto banale: nella natura. Ri-tento con una risposta un po’ più articolata, ma senz’altro più precisa: nelle ossa, nelle vene, nel sangue, nelle cellule della natura. Un obiettivo che si può raggiungere solo con esercizi di contemplazione, talvolta severi, talvolta sereni, talvolta, ancora, attraversati da una sottilissima e quasi atomica, particellare, ironia. In tutti i casi, si tratta di esperienze di viaggio, non solo interiore, poiché sono il frutto di spostamenti e di osservazioni, di “appostamenti” veri e propri.

Supplementi di viaggio, del resto, è il titolo del ciclo che apre il volume. Ed è subito fiume, si potrebbe dire, facendo un po’ scherzosamente il verso ad un famosissimo passo di Quasimodo. Nel fiume e attorno al fiume Cogo scova i luoghi di percezioni e di trasformazioni vitali, perché consentono la ricerca della parola, che il poeta sempre compie e che associa sempre ad un’occasione di nuovo inizio. Sono, poi, gli Schizzi d’Austria a costituire la vera gemma, preceduti da un proemio che più diretto non può essere e che non richiede alcuno sforzo esegetico: “senza alcun dubbio / preferire gli alberi e le nuvole / a politici e chierici e autorità varie – / stare seduti in giardino ad ascoltare / e percepire – non è disimpegno / ma disintossicazione”. Seguono così immagini geologiche, metereologiche, faunistiche, che si sovrappongono a soffi, suoni, rumori, ma anche a quadretti di spazi viennesi di vegetazione urbana (fantastici i cinque pezzi dedicati ai giardini della città) e all’immagine “complessiva” del Danubio.

Ad essere degna di nota, però, non è solo questa prima parte (non che sia definita così dall’Autore, ma in qualche modo lo può tranquillamente essere). Anche la seconda (scandita in tre momenti: Alfabeto naturale, Ulivi a mare e Achill Poems) è assai originale. Non solo perché si tratta di poesie tradotte da “colleghi” poeti irlandesi o scritte direttamente in inglese e riviste da questi volenterosi amici e ospiti anglofoni (il fatto, certo, meriterebbe da solo un ampio commento; sia sufficiente rallegrarsi della perdurante esistenza di una comunità letteraria davvero fraterna come quella composta da Cogo, Paul Durcan e John F. Deane). Ciò che torna a sorprendere il lettore è l’estrema ricchezza dell’immedesimazione e il tentativo di ripeterla, quasi come una preghiera, in altri luoghi, così apparentemente diversi, ed anche nei luoghi vicini alla topografia “di casa” (molto belli, ad esempio, i componimenti sul torrente Leogra, sul Timonchio e sull’Astico).

Correttamente l’Editore Ladolfi propone questo libro di Cogo nella collana Perle poesia: di una perla, effettivamente, si tratta. Ma per coglierla occorre capire che è necessario farsi conchiglia, sentirsi valva e custodire, abbracciandolo, questo piccolo tesoro di resistenza biologica.

 

Da Schizzi d’Austria:

alte donau 2

 

una sognante immersione

nel grande azzurro del fiume – ripercorrerne

un tratto preso nel vortice del suo fluire

 

sentirne la forza calare nelle vene – la scossa

di un intimo gelo spandersi per tutto il corpo

 

queste acque sempre presenti – seguirle

al fiume lontano come all’inquieto torrente

a due passi da casa – soli baluardi alla sciocchezza

 

Identikit del poeta

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