È il libro che quest’anno ha vinto il Premio Campiello e che senz’altro può appagare una sensibilità trasversale a diverse fasce di lettori. Gli ingredienti giusti ci sono tutti: è una saga di famiglia, ambientata in una terra piena di contrasti e storicamente difficile; è un racconto di passioni, sentimenti e rivendicazioni socio-culturali; è un viaggio alla ricerca delle proprie radici e dei misteri su cui poggiano; è un dialogo tra un padre ed un figlio; è un esperimento di mescolanza linguistica e di sinergia semantica; è un atto d’amore nei confronti delle ricchezze straordinarie che l’Italia custodisce nella profondità del suo passato.

La genealogia degli Arcuri è ripercorsa dalle parole dell’ultimo maschio della stirpe, la chiara voce dello stesso Autore, anch’egli originario della Calabria e trapiantato in Trentino. Ma il personaggio principale è il Rossarco, una collina profumata che la determinazione della famiglia ha reso fertile nel corso dei decenni. Sul Rossarco, ed alla sua ombra, accadono tutti i principali fatti del romanzo, ed è il Rossarco, infatti, ad attirare le attenzioni di Paolo Orsi, uno dei più importanti archeologi dell’Italia unita. La sua ricerca, quella dell’antico insediamento di Krimisa e dei tesori della Magna Graecia, si intreccia in modo decisivo con la vita di Michelangelo, il padre dell’io narrante, e di sua sorella Ninabella. Sono molti gli accadimenti, tristi e felici, che i due si trovano ad affrontare, sullo sfondo di una società ancora arretrata, che, tuttavia, ambisce a migliorarsi e “riscattarsi”, nonostante povertà, ignoranza, sfruttamento e prevaricazione sembrino cifre immodificabili di una condizione destinata a ripetersi anche nel futuro. La rivelazione conclusiva, dovuta ad un improvviso e rovinoso evento, suggella il vero e diretto lascito del libro, anticipato, sin dall’inizio (p. 20), dalle parole del colto e attento Orsi: “Questi luoghi sono ricchi fuori e dentro. Solo chi è capace di amarli sa capirli e apprezzarne la bellezza e i tesori nascosti. Gli altri sono ciechi e ignoranti. O disonesti e malandrini che pensano solo alle loro tasche”.

Forse la lettura può ispirare un senso di déjà vu (o sarebbe meglio dire di déjà lu). Eppure la sintesi di istinto, cuore, fervore ideale e politico tiene. L’Autore, infatti, si abbevera del migliore meridionalismo, personificato anche nella figura di Umberto Zanotti Bianco, fatto interagire direttamente con i protagonisti della narrazione, e quindi del tentativo di coniugare crescita civile ed economica con crescita culturale e morale, saldandole entrambe alle radici di un impegno collettivo e diffuso che esige da secoli di trovare credibili punti di approdo. La lezione, naturalmente, non vale soltanto per il Sud; vale per tutta l’Italia.

Una lunga serie di recensioni (dal sito dell’Autore)

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Un giovanissimo avvocato, al suo primo vero incarico, si trova ad affrontare una difesa apparentemente impossibile: il suo cliente, Fabrizio Collini, un operaio di origini italiane, ha ucciso brutalmente il vecchio e potente Hans Meyer, rispettato ed autorevole magnate dell’industria tedesca. La dinamica dei fatti è indiscussa e il movente dell’omicida è del tutto oscuro. A complicare le cose, Caspar Leinen (questo il nome del precoce penalista) scopre che la vittima non gli era affatto sconosciuta e che, anzi, Meyer era il nonno, a lui tanto affezionato, di un suo carissimo amico d’infanzia e di una sua indimenticabile fiamma, Johanna, ora tornata sulla scena. E, tra le altre cose, il gruppo economico-finanziario cui era a capo il grande imprenditore si costituisce parte civile con l’assistenza dell’avvocato Mattinger, uno dei più famosi e stimati professionisti del paese. Assistere Collini è davvero un’impresa, e la prima tentazione è rinunciare.

Ma Collini ha diritto ad avere un difensore, non è possibile invocare solo l’antica amicizia o la rinnovata promessa di un amore perduto: Leinen vuole fare la sua parte ed è onorato di poter competere con Mattinger. La sua ostinazione lo conduce, dunque, a cogliere un piccolissimo indizio e ad intravedere, oltre ad una possibile strategia processuale, anche una storia durissima e drammatica, che costringe tutti, anche il popolo tedesco, a fare i conti con il proprio passato più tragico. Il movente di Collini, infatti, ci riporta alla seconda guerra mondiale e all’occupazione nazista della penisola italiana, alla guerra di Liberazione e alle azioni dei partigiani, alle rappresaglie e ai tanti crimini e alle tante stragi commesse in quel contesto.

Svelare altre cose proprio non è possibile. Sia sufficiente dire che in pochi tratti, con uno stile quanto mai secco e pulito, e con il ricorso a ricostruzioni storiche e giuridiche tanto sintetiche quanto inappuntabili, von Schirach riesce a proporci con assoluta efficacia tutti i vicoli ciechi del rapporto tra storia e giustizia, tra colpe individuali e colpe collettive, tra memoria dei singoli e memoria dei popoli, tra esigenze del diritto e ragioni della vendetta. Il caso Collini, poi, ha il “dono”, se così si può dire, di “romanzare” una tipologia di situazioni che sono realmente accadute e che, specialmente con riguardo ai molti fallimenti dei giudizi avviati all’indomani della fine del conflitto, rievocano sia vicende locali ancora dolorose (e fonte di perduranti disagi), sia una nota e recentissima sentenza della Corte internazionale di giustizia (che ha accolto il ricorso della Germania, contro l’Italia, sul risarcimento alle vittime dei crimini nazisti durante la seconda guerra mondiale. v. l’intervista al Prof. Tullio Treves).

Nell’epilogo del libro, peraltro, von Schirach pone i quesiti più umani della complessa questione che ha inteso affrontare, sia pur soltanto accennandoli, vuoi per voce dello stesso Collini (“Da noi si dice che i morti non vogliono vendetta, solo i vivi la vogliono”), che interpreta la sorte forse del tutto compromessa di chi può ancora soffrire, vuoi per voce della bella Johanna (“Sono anch’io tutto questo?”), che incarna lo smarrimento di chi, nel ricordo, si scopre comunque figlio di azioni inconfessabili. La risposta, tanto semplice quanto fondamentale, corrisponde ad un paradossale, ma geniale, voto ad una sorta di oblio positivo (“Tu sei la persona che sei”, risponde Caspar a Johanna): non tutto è perduto, il “meglio” lo possiamo ancora giocare, e lo possiamo fare, naturalmente, perché sappiamo e perché possiamo contare su ciò che noi, oggi, possiamo essere.

Un ultimo particolare, per nulla trascurabile: l’Autore parla, senza dubbio, anche di se stesso; come effettivamente lascia trasparire il suo cognome, egli è nipote di Baldur von Schirach, uno dei più influenti gerarchi nazisti.

Un’intervista all’Autore (in tedesco)

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Jake Epping è un insegnante di una scuola del Maine e viaggia indietro nel tempo, “rapito” da una missione da compiere: cambiare alcuni eventi del passato. In verità, è Al Templeton, gestore di un fast food e strano mentore di Jake, a rivelargli quale sia il misterioso passaggio per il viaggio e gli accorgimenti da seguire, ma solo per una finalità precisa, quella di migliorare l’andamento della storia, mutandone il corso in un solo e specifico punto, la morte di John Fitzgerald Kennedy. Al, infatti, è malato e non può realizzare questo sogno. Tuttavia Jake ha anche l’opportunità di migliorare la vita di due persone, salvandole da eventi terribili, e, poiché il “buco” che gli consente di andare indietro lo porta al settembre del 1958, pensa di avere margini utili per farcela.

Eppure, il tempo non vuole essere modificato. La fatica che Jake deve affrontare, infatti, è enorme e i rischi sono continui, crescono quanto più ci si avvicina alla realizzazione effettiva della trasformazione voluta. In caso di errore, poi, la possibilità di ritentare è sempre disponibile, ma tornare nel passato significa cancellare, ogni volta, tutto ciò che si è fatto. Jake è determinato, e sa anche che deve limitare al minimo i suoi sforzi, pena “l’effetto farfalla”, una concatenazione di modificazioni, anche impercettibili, che rischiano, però, di dare al futuro una fisionomia del tutto imprevedibile. Riesce nel suo intento di salvare le esistenze di Harry Dunning e di Carolyn Poulin e si trasferisce in Texas, per capire se è vero che proprio Lee Harvey Oswald ha ucciso il Presidente e, in caso positivo, per impedirglielo, se del caso anche uccidendolo.

Della trama – che si sviluppa in ben 768 pagine – non è opportuno dire altro, se non che Jake si innamora e scopre una dimensione davvero consona alla sua personalità, così lontana dal suo vero passato personale ma così vicina, al contempo, alla vita già percorsa. Jake si realizza, così, in una dimensione in cui dovrebbe essere solo un estraneo; è combattuto se restare o meno definitivamente nel passato; rischia la vita in più occasioni e avverte che con il passato, così come con il futuro, non si può mai scherzare e che, probabilmente, è meglio riportare tutto all’origine, facendo sempre tesoro delle esperienze vissute, anche se irrimediabilmente perdute. Perché, in fondo, tutto è destinato a ripetersi, in meglio ma anche in peggio.

Jake avverte la verità, con una specie di intuizione degna del miglior Nietzsche, in un attimo immenso in cui si sente davvero felice: “È la totalità, pensai. Un’eco tanto vicina alla perfezione da non poter dire quale sia la prima voce e quale il ritorno della voce-fantasma. Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade, vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti, in cuor nostro? È un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita” (p. 559). Che senso ha, dunque, alterare questo complesso palcoscenico?

Gli affezionati lettori di King troveranno nel libro molta della tensione che ne caratterizza lo stile inconfondibile, e saranno anche felici, per una parte del romanzo, di tornare nel passato dello stesso scrittore, nei luoghi e tra i motivi inquietanti di IT, sua grande opera. Oltre a ciò, tuttavia, chi avrà il coraggio di affrontare la mole del romanzo avrà l’occasione di compiere un viaggio negli States più profondi, con colonne sonore, immagini e luoghi davvero mitici. E i più attenti si accorgeranno che, se è vero che il protagonista è costantemente inseguito da assonanze e da strani presentimenti, perché il passato insegue sempre una legge di intrinseca armonizzazione, anche King vuole infonderci un senso di pesante ed opprimente déjà vu, utilizzando platealmente pezzi di storie o di film già noti (Ritorno al futuro vi dice qualcosa?), oppure nomi letterari e cinematografici altrettanto celebri e classici (qual è, ad esempio, lo pseudonimo che il protagonista sceglie nel passato?).

Direttamente dalla soundtrack del libro: Glen Miller, In The Mood

La presentazione del romanzo dalla voce del suo Autore

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