
In una prestigiosa villa sulle colline lucchesi viene commesso un duplice delitto. Esther Bonarrigo, moglie e socia di Daniel, famoso e affermato imprenditore globale della ristorazione made in Italy, viene trovata sgozzata nel parco della tenuta. Non lontano viene scoperto anche il corpo – pluripugnalato – di Jacopo Corti, un restauratore che lavorava proprio lì, alla villa dei Bonarrigo, e che però era stato da poco licenziato. I clamori della cronaca e i fari della giustizia si accendono subito su Daniel: è lui che ha trovato i corpi; suoi sono i vestiti sporchi di sangue che la polizia ha trovato in un pozzo; e si vocifera anche di una relazione clandestina tra Esther e Corti, cosa che potrebbe costituire il movente perfetto. Di lì a poco, dunque, si avvia il processo – anche mediatico – a carico del ricco imputato ed è su queste premesse che comincia la memorabile esperienza dei giudici popolari, che per l’occasione vengono improvvisamente catapultati in Corte d’assise. Il collegio giudicante è bene assortito: Emma è un’imprenditrice snob e ha un negozio di abbigliamento; Serena è una precaria perenne, che da ultimo fa la cameriera in una catena di birrerie; Terenzio è un petulante e arrogante infermiere in pensione; Malcom, giovane italo-scozzese esperto di videogame, è un classico, irriducibile nerd; Iris fa la bibliotecaria, si muove solo in bici e vive ai margini di un bosco; e Ahmed è uno dei tanti forzati che di notte scaricano merci e riempiono scaffali nei grandi centri commerciali. Ciascuno di loro racconta uno spezzone della storia: del processo, naturalmente, e dell’interazione con i giudici togati; delle indagini, delle strategie difensive e del giallo, con l’inevitabile finale a sorpresa, che tuttavia il lettore più attento intuirà senz’altro un po’ prima; ma anche della sua percezione personale di giudice popolare, delle impressioni sugli altri colleghi e, soprattutto, della sua vita e delle sue fragilità, che in qualche caso finiranno per intessere, a latere del giudizio, sia relazioni molto pericolose, sia occasioni particolarmente fruttuose. A ben vedere, in questo romanzo – pur piacevole – non c’è traccia di novità: John Grisham e, prima ancora, Sidney Lumet hanno sdoganato il format da molto tempo e in modo forse definitivo. Scrivere di giurie o di giudici popolari è insidioso. Simoni, certo, rappresenta con correttezza alcune dinamiche processuali e riconfeziona il tutto nel cuore della più credibile e varia (e gradevole) provincia italiana, ma disegnando situazioni e personaggi troppo stereotipici, che finiscono per strizzare l’occhio a ciò che il pubblico di solito si aspetta.

Due autorevoli intellettuali – un filosofo e un giurista – ripubblicano e a loro modo commentano e sviluppano un testo, già edito anche in Italia nel 1948, di Werner Jaeger, Praise of Law (1947). Vi si traccia con grande efficacia l’evoluzione del pensiero greco più antico sulla Giustizia e sul Diritto, dai poemi omerici a Platone. Il saggio è riproposto in tutto e per tutto (compreso qualche refuso) nella traduzione di Edoardo Ruffini e merita da solo un’attenta lettura. Molto acute e ispirate, ad esempio, sono le pagine su Esiodo e sull’emersione di Dike quale fondamento dell’ordine divino del mondo come della società umana; importantissima, inoltre, è la digressione sulla riflessione socio-politica nell’età presocratica e sul parallelismo, che allora debutta, tra il discorso sulle forme della vita pubblica e la fisiologia del corpo umano; altrettanto illuminante è la descrizione della polis come laboratorio di metabolizzazione della giustizia, dunque come “vera educatrice dei cittadini”; ed è analogamente significativa la discussione dell’opera platonica a partire dalla constatazione di un preliminare e fondamentale cambio di paradigma: nel quale si registra apertamente l’ambiguo e costitutivo problema di coordinamento tra ordine della natura e ordine della legge, una dialettica destinata a ricorrere sempre, sul piano storico, e da risolversi nella prospettiva della ricerca della verità.
L’analisi di Jaeger è davvero incisiva. Gli interventi di Cacciari e di Irti ne sono evidentemente alimentati. Cacciari, in primo luogo, esplica in modo ragionato, logico-filologico, il significato delle conclusioni di Jaeger. Muove, infatti, dall’origine di Dike, come lungo processo di materializzazione di un dispositivo capace di emancipare gli uomini dalla barbarie e dall’arbitrio, figliata non a caso dall’unione di Zeus con Themis, della quale è – e deve rimanere – somma interprete. Oltre il mito, e dal punto di vista filosofico, ciò significa che la sfera della legge (nomos) non può che fondarsi su qualcosa cui solo la sfera della ragione (logos) può attingere, dunque nei “ritmi eterni” della natura (physis). Ma la natura è ambigua, perché anch’essa è percorsa dal dominio del più forte. Sicché è solo la via – tortuosa e imperfetta – della ricerca della verità (aletheia) a poter fungere da antidoto e a sorreggere la buona politica e il buon governo. È questo – si potrebbe dire – il destino della Götterdämmerung su cui si fonda la fortuna e la condanna di tutta la civiltà occidentale, e che a partire dalla giustapposizione tra ius civile romano e cristianesimo contraddistingue anche la costante dialettica tra il Diritto e la Giustizia. Irti riparte da questo punto, tracciando un parallelismo tra la sofistica greca e la teoria generale del diritto del Novecento: in entrambi i casi il Diritto ha cercato di rendersi del tutto autonomo e il Nomos si è tradotto in Lex, con dissoluzione di Dike nella dimensione puramente normativa; e la Giustizia si è trasformata in una questione di esperienze terrene, di conflitto tra interessi di volta in volta divergenti. In questi orizzonti la ricerca dell’unità è rigorosamente formale e interna al solo fenomeno normativo, salvi i tentativi di Carl Schmitt e Friedrich August von Hayek di ritrovare, sia pur in modo diverso, un fondamento ontologico. Ma l’obiettivo, per Irti, rimane ancora lontano, specie in un’epoca, come la presente, in cui i nomoi sono sempre più tecnici e gli individui sempre più soli.
Recensione (di Nicoletta Tiliacos)