Il sottotitolo di questo denso saggio giusfilosofico condensa in poche parole la chiara direzione in cui si muove l’argomentazione, serrata e appassionata, che lo caratterizza: “Dal contratto sociale alla negoziazione degli interessi”. L’Autore, infatti, si propone di dimostrare – in un’analisi che, del tutto onestamente, si autodefinisce radicale – come la concezione moderna della democrazia sia entrata in crisi a causa del compresente e progressivo incrinarsi di alcuni suoi presupposti costitutivi, e come ciò, anzi, abbia rivelato l’originaria debolezza di quel paradigma ed abbia accompagnato, così, il manifestarsi di forme alternative di circuiti politico-decisionali.

Tale crisi, in particolare, deriverebbe innanzitutto dall’incrinarsi dell’idea di soggetto su cui si sono fondate le teorie del contratto sociale, intese, queste, quale sede più autentica per l’emersione di una giustificazione totalmente razionale del potere pubblico, della sua legittimazione logicamente democratica e della teoria della rappresentanza che ad essa sarebbe parimenti e indissolubilmente collegata. Oggi, infatti, non sarebbe più predicabile l’esistenza di un “interesse generale”, scaturito come tale “dall’unione delle volontà razionali dei soggetti pensati in universale”; oggi si assisterebbe soltanto ad un interesse che è definibile come generale in quanto prodotto conclusivo, ma contingente, “di un processo di costante rinegoziazione”. Sicché “il problema teoretico della democrazia e del suo nomos” – ossia la tensione irrisolta ed irresolubile a generare una rappresentazione dell’identità tra governanti e governati – resterebbe drammaticamente sospeso tra la disillusione paralizzante circa la effettiva tenuta di una narrazione ormai dichiaratamente astratta e il pericolo che si dia ancora spazio, come avvenuto nelle più terribili esperienze totalitarie, a pulsioni tese a riaffermare in concreto la realizzabilità di un dispositivo esclusivamente teorico.

Questa agile monografia ha molti pregi: convince, in particolare, l’efficace sinossi con cui l’Autore spiega i legami assai stretti tra il successo di una determinata narrazione dell’essenza della democrazia moderna e lo spirito scientifico che ha innervato, per il mezzo di Cartesio e Galileo, la speculazione di Hobbes; ma è persuasiva anche la lettura che viene fornita in merito al lato, per così dire, oscuro di quella narrazione ed alle degenerazioni che essa ha potuto in qualche modo supportare. Risulta spontaneo, tuttavia, domandarsi se sia proprio vero, storicamente, che le formule della negoziazione istituzionale tipiche dell’età pre-moderna non abbiano molto a che fare con i gangli più sensibili dei meccanismi democratici: basta pensare, ad esempio, all’esperienza del rapporto tra i sovrani inglesi e il Parlamento – ricostruita mirabilmente, tra i tanti, nelle pagine di Guizot sulla storia del governo rappresentativo – per avere una prova lampante della tesi contraria. Viene naturale, ancora, chiedersi se la disillusione e la degenerazione cui può prestare il fianco la moderna teoria della democrazia possano ancora sortire effetti dinanzi alle manifestazioni più aggiornate del costituzionalismo. Non c’è dubbio che, dal secondo dopoguerra, la tradizione giuridica occidentale ha accolto una nozione assai aperta di Stato democratico, per la quale, cioè, la massima garanzia di questa forma di Stato non si fonda più sulla c.d. illusione di Saint Just (e quindi sulla presupposta coincidenza di volontà generale e aspirazioni individuali), bensì sul carattere pluralistico dell’ordinamento. È la scarsa assimilazione di questo modello, spesso, a riproporre le debolezze di una differente democrazia che, effettivamente, anche per quest’ultima ragione, si rivela vieppiù infondata. Vero è, poi, che su quel carattere pluralistico si potrebbe dire molto: difatti, anche l’Autore sembra alludere – in chiusura – ad un’interpretazione vicina alle ricostruzioni del comunitarismo nordamericano e, così, all’idea – presente anche nella più autorevole dottrina tedesca – secondo cui sarebbe sempre e comunque indispensabile, per la democrazia, la diffusione culturale di “una specifica e condivisa idea di libertà”, che tutti i singoli avvertano “come propria identità qualificante”. Ma il profilo rimane accennato solo nelle ultime righe del volume ed è pertanto ancora consegnato al non facile dibattito che, specie con riguardo alla garanzia dei diritti fondamentali, sta animando e scuotendo buona parte della Constitutional Theory anglosassone.

Una recensione (di Paolo Randazzo)

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Gustavo Zagrebelsky, la democrazia alla prova del grillismo (da lastampa.it)

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And I’m free, I’m free fallin’ / Yeah I’m free, free fallin’ (Tom Petty)

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Zygmunt Bauman: “He visto cómo el capitalismo liberal se reencarnaba muchas veces” (da lavanguardia.com)

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Elogio della noia: quei pomeriggi che ci hanno reso creativi (da corriere.it)

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Francesca Canobbio – Poesie inedite (da nazioneindiana.com)

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Where Citizenship Wento to Die (da nytimes.com)

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Storpiando un adagio reso noto da un vecchio slogan pubblicitario, dovremmo sempre ripetere: “di noir francese ce n’è uno, come lui non c’è nessuno”. Onore al merito, dunque, ai libri di Varenne, grande esponente di un genere glorioso e di una scuola, quella d’Oltralpe, che da Héléna a Izzo ha generato una tradizione di grandi suggestioni e di grandi successi. Tuttavia, L’arena dei perdenti non convince come Sezione Suicidi, e ciò anche se si tratta di un libro più intimo e profondo, forse più importante, sia per l’Autore (che nella nota conclusiva rivela di essersi ispirato ai racconti del padre), sia per il panorama letterario francese (che torna a confrontarsi drammaticamente con i temi del colonialismo, della guerra d’Algeria, del reducismo che per lungo tempo si è incistato nei ranghi della società civile e della politica transalpine, condizionando esistenze individuali e mitologie collettive).

La storia ha due momenti. La prima parte è fatta del sovrapporsi di due vicende, apparentemente prive di collegamento. Da un lato – ci troviamo nel 2009 – assistiamo al processo di rapida degradazione e corruzione di un poliziotto boxeur, George Crozat, che dapprima cede alle lusinghe di un guadagno facile e si rende strumento di una ripetuta azione criminale, quindi ha un disperato sussulto d’orgoglio che, però, lo conduce quasi all’autodistruzione. Dall’altro siamo guidati nel passato dell’occupazione militare francese dell’Algeria, tra il 1957 e il 1959, e delle tante violenze che le forze speciali compiono nei confronti di tutti coloro che siano sospetti fiancheggiatori dei movimenti di liberazione nazionale: in questo quadro abbiamo modo di assistere all’esperienza, sempre degradante e durissima, cui il giovane Pascal Verini, di famiglia di stretta militanza comunista, viene sottoposto nel suo periodo di ferma presso uno dei molti campi di prigionia e di tortura.

C’è un punto di contatto tra George e Pascal, ed è la figura dell’algerino Rachid, alias Bendjema, che è, di fatto, il detonatore della seconda parte. L’anziano ribelle è uomo dalla duplice identità, il sopravvissuto di una guerra storica che, rimasto impigliato in una dolorosa sete di vendetta e di sopravvivenza al contempo, fa interagire i destini degli altri due personaggi e li conduce a rendersi strumento di una resa dei conti complessiva, che possa scacciare le paure del presente e i fantasmi del passato. Ciascuno a suo modo, nella finale concentrazione di sofferenza in cui si riconoscono, George e Pascal riescono a farsi strada nell’oscurità ed abbandonano Rachid-Bendjema all’unico ruolo che gli resta, quello del combattente ormai malato, che torna nel suo paese per morire dove già avrebbe potuto, dietro un sipario che ci rivela senza appello l’impossibilità di riportare all’indietro le lancette del tempo ormai perduto.

Il fatto che L’arena dei perdenti non risulti del tutto vincente (nonostante i tanti premi di cui è stato insignito) non lo si deve al titolo posticcio (l’originale è Fakirs). Forse è la mescolanza di profili sin troppo diversi a nuocere ad un romanzo che, in verità, ne racchiude due, quello di George, l’ottimo ed attuale interprete del più tipico e “dannato” poliziotto noir, e quello di Pascal, alter ego della figura paterna e di un’esperienza nazionale che non ha ancora superato i traumi di un colonialismo brutale. Il primo romanzo è pressoché perfetto, e la descrizione degli incontri di boxe cui si sottopone Crozat, quello con Gabin e quello con Esperanza, ricorda da vicino il passo narrativo di London, Hemingway e Mailer, supremi estimatori della nobile arte. Il secondo, invece, è troppo sentito, troppo personale, dai contorni troppo sbiaditi ed irrisolti, come se l’Autore lo avesse scritto con la vista offuscata da lacrime ancora troppo calde. Anche questo, comunque, è il noir, e l’onestà di scrittura di cui si dimostra capace Varenne vale pur sempre il prezzo di copertina.

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Tabucchi, la letteratura come inquietudine (da lastampa.it)

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Scaricando la mia biblioteca… (da minimaetmoralia.it)

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