Dopo aver riletto e riposto questo libro mi convinco di una delle grandi e crudeli verità della letteratura (e non solo di quella, purtroppo…): le imprese più ostiche sono quelle che danno maggiore soddisfazione. Certamente il libro più leggibile e scorrevole avrà le migliori possibilità di essere anche quello più piacevole, ma non si potrà negare che di regola la linfa scorre sotto la corteccia. È lì che occorre penetrare per carpire il segreto della pianta; è lì che si viene catapultati tutte le volte che ci si fida della scrittura più difficile e si ha la fortuna di esserne ripagati con la potenza intrinseca dell’opera d’arte. Le mosche del capitale di Paolo Volponi garantisce un’esperienza di questo genere. Ne conservo una copia della prima edizione del 1989, ma vedo che nel 2010 Einaudi lo ha ripubblicato nella collana che dedica ai veri maestri.

Bruto Saraccini è lo stesso Volponi, ed è il protagonista. Per molti anni è stato il capace e stimato direttore del personale di un’azienda modello, quella voluta dal suo mitico fondatore Teofrasto, dietro il cui ricordo si cela Adriano Olivetti, cui il romanzo è dedicato e per la cui società lo scrittore ha effettivamente lavorato per moltissimi anni. Il presidente Nasàpeti – Bruno Visentini, reale presidente della Olivetti dal 1964 al 1983 – è cosciente delle abilità e della sensibilità di Saraccini, ma per il ruolo di amministratore delegato sceglie il diligente e freddo ing. Sommersi Cocchi (controfigura di Carlo De Benedetti). Saraccini, che capisce che le ragioni dell’industria italiana si fanno sempre più passive ed autoreferenziali, lontane dal destino della società civile e delle sue articolazioni organizzative, lascia l’azienda, sostituito dal servile Lanuti, e cerca di proporre la sua visione a Donna Fulgenzia e a suo nipote dott. Astolfo (vale a dire alla Fiat di Giovanni e Umberto Agnelli). Ma la piovra del potere è un magma che nell’industria non risparmia nessuno, neppure gli arredi degli uffici e le piante che li accompagnano, che prendono la parola e si dimostrano del tutto asserviti. Nel frattempo, all’esterno, sono i lavoratori a farne le spese, e la tragica vicenda dell’operaio Tecraso è come una lama che scorre feroce sulla pelle del futuro del paese.

Visionario, apocalittico, drammatico, politico, poetico, filosofico, allegorico, completo, autobiografico, epico, discontinuo, esagerato, profetico, criptico, impegnato, onirico, incompiuto, angosciante, intelligente, mitologico. Di questo classico si può affermare tutto. Le sue pagine sono rivelatrici: sui destini declinanti dell’economia del boom; sulla dissociazione, ormai e vieppiù conclamata, tra il fare industria e il fare comunità; sul prezzo che l’impresa è condannata a pagare laddove privata di un essenziale motore umanistico; sulla resa del mondo produttivo ai linguaggi spersonalizzati, ma forse fin troppo consapevoli, della finanza, ambiguamente elevata a scienza esatta; sull’importanza che la ragione, le idee, l’approfondimento, i progetti e la pianificazione dovrebbero sempre avere nella realtà intricata della società contemporanea. Ma a Volponi – che va ben oltre il Bernari di Era l’anno del sole quieto (1964) – non vanno riconosciuti soltanto i meriti dell’intellettuale impegnato, del testimone attento o, diremmo oggi, del terribile aruspice. Gli vanno tributati gli allori del poeta; e forse, tra gli italiani, è stato uno dei più concentrati, dei più immersi, cioè, in una totalizzante, autentica e spontanea dimensione lirica. Che fa ordine disorientando, che vela ogni pensiero di una sua naturale malinconia, che ben si addice alla letteratura della crisi in quanto riflessione sulle ragioni della frattura tra l’avventura dell’uomo e il cosmo che fatalmente la avvolge.

Due estratti:

Lanuti a Saraccini: “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse. La gente vuole obbedire e lavorare in pace, in una serena condizione di dipendenza e di benessere. Se poi vuol cercare qualcosa, a lato o sopra, è Dio che cerca, è la natura… E non rispondermi banalmente che Dio e la paura sono la stessa cosa… Sulla paura poggia il mondo, almeno quello politico-economico, e bisogna saperne tener conto”.

Una riflessione di Saraccini: “L’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese”.

L’uscita del romanzo in un articolo di Stefano Malatesta (su La Repubblica, 7 aprile 1989)

La recensione di Franco Fortini (ne L’Indice dei Libri del Mese, n. 6 del 1989; da ibs.it)

L’impegno morale di Volponi (intervista televisiva)

Letteratura e lavoro. L’eredità di Paolo Volponi (di Angelo Ferracuti)

Scritture del lavoro (di Massimo Raffaeli)

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Conservatori, rivoluzionari, riformisti: 4 idee, un’unica sfida (da ilsussidiario.net)

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Romanzi e Resistenza (da doppiozero.com)

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A proposito di decadenza del parlamentare e della – presunta – legittimazione della Giunta delle elezioni a sollevare questione di legittimità costituzionale (da costituzionalismo.it)

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quando si legge una poesia e si pensa: “questa avrei potuto (e voluto) scriverla io” (da tropico-fantasma.blogspot.it)

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Certo che ha senso fare un dottorato in discipline umanistiche (da internazionale.it)

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Il giornalismo culturale (da alfabeta2.it)

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Wir sollten den Akademisierungswahn stoppen (da faz.net)

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Per ricordare Seamus Heaney (da Filobus66.it)

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Non c’è un inizio e non c’è una fine in questo libro. È come una piccola prova di talento, un cortometraggio, con la sola ambizione di dimostrare le abilità del regista e di approfittare delle sensazioni che sa dare una grande passione personale. L’amore per i libri non è nuovo a questo tipo di tributi. Non molto tempo fa, ad esempio, mi sono imbattuto nella piccola raccolta di racconti di Rocco Pinto, la voce di un autentico libraio che vorrebbe dire a tutti che cosa e quanto si possa trovare in un buon libro. Ma Ronchi è un caso a sé; e le sue movenze non sono scontate e didascaliche.

In Vecchi libri per quest’epoca incerta il giovane protagonista – dietro il quale l’Autore non ha paura di farsi vedere in piena luce – vende libri vecchi, li cerca negli scantinati, nei mercati, nelle case di chi se ne vuole liberare. Cerca di essere il più professionale possibile, ha un suo magazzino, una sua clientela più o meno fissa. Ha due lauree e vive nella periferia di Milano, assieme alla compagna Chiara, filosofa affascinante e intraprendente, e precaria della scuola. Di questa vita – tutta permeata dalla migliore marginalità della metropoli, che finisce per identificarsi con il senso, dato quasi integralmente per assimilato, dell’attuale marginalità della memoria culturale e della coscienza intellettuale e civile – vediamo solo poche immagini. Non hanno il nitore delle foto, però, solo dagherrotipi di pochi episodi salienti, a volte ironici, a volte contraddistinti da qualche acuta intuizione, spesso segnati da una diffusa malinconia, quasi sempre prodighi di preziosi rimandi letterari e suggerimenti di lettura. E poi, sullo sfondo, “appena davanti e dietro il paesaggio, un’Italia avvilita e stanca, umiliata e quasi indifferente ormai, che aspetta primavera, come Bandini, Mondadori 1948, collana Medusa, traduzione di Vittorini, mi pare, o di Furio Monicelli forse”.

Il modello narrativo che l’Autore propone può anche esporsi ad alcune critiche. Pure, tuttavia, si comprendono facilmente le ragioni che ne hanno determinato un primo riconoscimento ufficiale. Potrà essere un accostamento eterodosso, ma non si può valutare un pezzo di musica ambient come se fosse una sinfonia: nella prima è l’atmosfera ciò che conta, nella seconda siamo tutti d’accordo che si tratta di un fatto ben più complesso. Quello di Ronchi è un raccontare che non cerca la forza delle mareggiate e che procede per affioramenti e intuizioni; è proprio del poeta. Pertanto, se un poeta decide di scrivere poeticamente, non si vede perché l’effetto non possa funzionare. Anzi, l’effetto funziona benissimo. A lasciarsi trasportare fino in fondo, ci si può sorprendere del fatto che il clima di complessivo incantamento non giunga anche a far parlare, direttamente, come in prima persona, gli stessi libri che si incontrano nel corso del volume. Insomma, a dirla davvero tutta, se si potesse avanzare un rilievo sarebbe solo questo: la poesia sarebbe stata completa se anche i libri fossero riusciti a dire la loro fino in fondo, un po’ come il computer, la poltrona e la borsa bianca del Presidente ne Le mosche del capitale di Volponi. Ecco, per quest’epoca incerta, quest’ultimo è senz’altro un altro buon consiglio.

Ps: il testo si chiude con la lista che un distinto signore consegna al protagonista, affinché gli procuri i libri di cui ha bisogno, quelli cui allude il titolo stesso del romanzo. La trascrivo fedelmente di seguito, omettendo le brevi glosse editoriali del committente.

Bergson Henri, Le due fonti della morale e della religione, Edizione di Comunità 1947.

Bergson Henri, Il riso, Laterza 1916.

Bloch Ernst, Il principio speranza, Garzanti 1994.

Caruso Igor, La separazione degli amanti, Einaudi Paperbacks 1988.

Dorfles Gillo, Kitsch – Antologia del cattivo gusto, Mazzotta 1968.

Geymonat Ludovico, Storia del pensiero scientifico e filosofico, Garzanti 1970.

Kierkegaard Sören, Il diario, Morcelliana 1948.

Larbaud Valery, Barnabooth, Perinetti Casoni 1944.

Le Corbusier, La carta di Atene, Edizioni di Comunità 1960.

Meneghello Luigi, I piccoli maestri, Rizzoli 1974.

Neri Giampiero, L’aspetto occidentale del vestito, Guanda 1976.

Pavese Cesare, Lavorare stanca, edizione di Solaria.

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Una recensione (di Andrea Cirolla)

Un’intervista al poeta

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