imagePer la fine del 2014 Nuovi Argomenti ha raccolto tutte le recensioni o i post dedicati nel corso dell’anno alle opere di poesia o alla pubblicazione di singoli pezzi, già noti o inediti. È un’occasione più che buona per assaporare un distillato degno della migliore meditazione e per avviare la nuova annata lasciandosi guidare dalle voci degli oracoli più credibili tra quelli oggi disponibili.

Tre “prime scelte”:

Roberto Cescon

L’AVANGUARDIA È FINITA

Nei giorni scrivo una lista di gesti

che sono libri, tastiera, bicicletta,
pannolini, pentole, pigiama.
La notte cerco di dormire, prima
di ricominciare la spirale.
Esistono varianti della lista
ma non spostano la bolla.

Ogni giorno vado fuori e torno a casa.

Io sono questo, inutile pensare altro.

Non è tempo di distruggere o fuggire,
dobbiamo starci accanto,
capire che la strada è anche ciò che abbiamo.

Jack Underwood

A VOLTE LA TUA TRISTEZZA È UNO YACHT

enorme, bianco e costoso, come un’incudine
caduta dal cielo: come saliremo a bordo
se a forza di guardare in alto ci fa male il collo?

Altre volte è una pietra su un prato all’inglese, e la materia
non può mai essere distrutta. Ma oggi la teniamo ferma
sul bordo del tuo letto, chiudendo gli occhi

su un’altra ora aperta ascoltando
le voci dei nostri vicini avere le voci
dei loro amici a pranzo.

Stefano Dal Bianco

POESIA DEL CAVALLO

Un cavallo qui sotto si ferma e cerca di imitare, come un cane
come un gatto, come tutti quelli
che diversi da noi ci stanno accanto,
il destino di essere umani, di sganciarsi
verso altre potenzialità,
di assorbire nutrimenti più sottili
di mondi di soli di galassie
di pensieri e sentimenti non lunari.

Porta nell’occhio la desolazione
di chi sa per contatto e consuetudine
di manierismo umano che per sé non c’è
affrancamento potenziale
ma infinita schiavitù, condanna:
né carne né pesce, né lupo né cinghiale ma sicuro
organigramma animale.

Se soltanto sapesse quanto e cosa
ogni giorno ogni istante qui da noi si butta
per distrazione criminale
e quanto bestiale o vegetale
sia il destino dei cristiani
esiliati dall’anima immortale!

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Nella penisola italica del Terzo Millennio, la trama del nuovo Satyricon segue un canovaccio simile a quello utilizzato nel I sec. d.C. da Petronio. Giuseppe, giovane letterato in attesa di un fantomatico posto da ricercatore in un ateneo del Nordest, viene coinvolto in una serie di improvvise e mirabolanti peripezie. Comincia tutto per avventura, sulla strada di una festa in collina, alla quale Giorgio, suo collega, e Lucia, promettente e avvenente laureanda, sono stati invitati assieme al loro mentore, il brillante Prof. Colòt (anche se lui stesso, “appena può dice Còlot, più Mitteleuropa, gli pare”). Da quel momento in poi niente è come potrebbe essere. Un casolare si rivela un (vero) casino; c’è una bimba cinese che sembra impazzita; irrompono i suoi parenti, improvvisamente violenti e determinati, e un vassoio d’oro spunta dal nulla. Prende avvio così un viaggio periglioso, con molti colpi di scena e incontri grotteschi, dalla Pedemontana veneta a Bologna, da Roma alla Sardegna. Naturalmente, come era accaduto allo sventurato Encolpio, anche Giuseppe è colpito nella sua virilità, abbrutito da un surreale incantesimo. E naturalmente, anche in questa versione, il Satyricon è campionario di figure equivoche e spregiudicate, caricature del peggio della società che ci circonda: un gruppo di aspiranti giovani intellettuali, tanto svegli quanto cinici e alienati, e passibili di comparire a buon diritto nell’Apocalisse da camera di Andrea Piva; un mercante d’arte volgare e disposto a tutto; una setta allucinata di pazzi erotomani; uno zio ricco, losco e pervertito; un rispettabile e avido dottore di provincia; una schiera di avvenenti donne mature, tatuate, siliconate e scatenate; un imprenditore di grasso successo, eccessivo e ignorante comme il faut; un professore glamour e avvitato nei suoi sogni più fatui… Un pizzico di redenzione, alla fine, fa capolino, ma si propone, come tutto ciò che è accaduto, in forma di accidente benvoluto ma privo di senso, e veicolato da una sacerdotessa fedele e improbabile al contempo.

Se Petronio aveva inscenato una satira impietosa nei confronti delle scuole di retorica del suo tempo, Villalta – che da tempo dirige un apprezzato festival letterario – rappresenta in modo smaliziato un aperto j’accuse rivolto alla sterilità del mondo accademico. È chiaro, in realtà, che è il contesto sociale, economico e morale a fungere da bersaglio, in molte delle sue emanazioni più trash e macchiettistiche, e così anche nella sua sete inestinguibile di facile e inappagante guadagno. Ma il dito è puntato risolutamente sull’incapacità di del ceto pensante nazionale e delle sue avanguardie, che, anziché interpretare il ruolo di traino consapevole che gli sarebbe congeniale, accettano la logica più disperante delle cose e godono egoisticamente nel lasciarvisi fagocitare in forma febbrile. La voce della verità è consegnata a Giuseppe-Encolpio, che talvolta, anche nell’ingenuità con cui vive la sua sventura, si dimostra parzialmente cosciente: “La verità è che non c’è più furore. Non ci sono più i furori che trascinano le vite dentro un destino”. D’altra parte, nelle alterazioni emozionali della plastificazione, di una quotidianità temporizzata e agita dall’esterno, e degli artifici materiali e sensoriali più spinti, “nessuna divinità ci porta via” e “nessuna parola di alito e argilla” ci può più soccorrere. Quando è il racconto collettivo a venire meno, quando la storia stessa volge al termine senza plausibili spiegazioni razionali, allora non c’è spazio che per la più autoreferenziale delle finzioni, perché, alla fine, “se vogliamo davvero diventare noi stessi (…), dobbiamo inventarci tutto”. Tuttavia, queste invenzioni, le uniche possibili, tradiscono solo un senso di frustrante emulazione di ciò che è impossibile raggiungere, restando incatenate alla replica ciclica di trame da rotocalco o da tv spazzatura. Non è un caso, in proposito, che a questo romanzo manchi un vero, e maximus, Trimalcione: perché, nel quadro di una completa decadenza, al Satyricon degli anni 2000 la tagliente genialità dei classici può farsi solo desiderare e i personaggi possono esclusivamente sperare di realizzare sogni meramente proibiti. In definitiva, nonostante le premesse di copertina non fossero le migliori (nel 2014 era già uscito un altro romanzo con lo stesso titolo…), il libro è gradevole e l’Autore riesce a convincerci, oltre che sul piano dell’inventio, con una prosa sorniona, leggera e vorticosa.

L’Autore parla del suo libro

Recensioni (di Gian Paolo Polesini, Stefano Fornaro, Ida Bozzi, Alessandro Banda)

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“La civiltà dell’Europa è sfinita”. Onfray promuove Houellebecq (da corriere.it)

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Il vento dell’uguaglianza (da alfabeta2.it)

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Pynchon’s Blue Shadow (da nybooks.com)

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Un gran gran discorso di Mario Cuomo, smontato (da francescocosta.net)

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Torna Brecht per dare voce agli sconfitti (da Repubblica, in zeroviolenza.it)

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Atoning for a Genocide (da newyorker.com)

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Letture per la fine dell’anno (da nazioneindiana.com)

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Saturday wait / and Sunday always comes too late / but Friday never hesitate… (The Cure)

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