Ci vogliono la cultura e l’arguzia di un’esperta studiosa per ripercorrere gli ultimi giorni – e gli istanti fatali – di Majakovskij, vate assoluto della poesia russa del Novecento. È proprio vero che si è suicidato? Per quali ragioni? Chi c’era con lui quando, il 14 aprile 1930, la sua vita è stata interrotta da un proiettile diretto al cuore? Serena Vitale si arma di pazienza, indossa le lenti dell’investigatore e si muove tra le memorie dei testimoni di quel tempo e i dossier della polizia sovietica, anche di quella segreta, senza mai dimenticarsi, tuttavia, che i veri protagonisti della sua ricerca sono la letteratura, il costume e lo spirito di un’epoca intera. Questi, infatti, emergono nel modo più efficace, negli interstizi di una narrazione rapsodica, risultante dalla cucitura paziente di brani altrui, di verbali, di estratti di fascicoli e di ricordi mai del tutto coincidenti, ricomposti a mo’ di puzzle in una specie di Wunderkammer esistenziale. In questo spazio quasi magico si muovono, poi, molti personaggi, molti luoghi e molte “sigle”: tanti scrittori, altri poeti, intellettuali, poliziotti, uomini politici e funzionari, la LEF, la RAPP, il MChAT, l’OGPU, il Partito, la Casa Herzen, la Casa degli Scrittori, la Lubjanka… C’è tutta la Mosca dei primi vent’anni della Rivoluzione in questo libro. E ci sono le (innumerevoli) figure femminili che sono state decisive per Majakovskij: la magnetica Lili Brik, innanzitutto, ma anche la famosa Veronika Polonsakja, l’attrice che, forse, ha assistito al suicidio. Si tratta di relazioni veramente pericolose, e l’Autrice riesce a rievocarne gli intrecci, le ambiguità e le potenziali connessioni con le ragioni del crescente disagio del poeta nei confronti dell’apparato politico-burocratico dello stalinismo imperante. In questo modo, tra congetture e allusioni, tra cervelli sezionati (sic) e consulenze balistiche, tra pistole scomparse e pistole inattese, la Vitale ci accompagna fino allo showdown, al passaggio (pp. 231 ss.) in cui tenta una compiuta e verosimile ricostruzione delle ultime ore di Majakovskij.
Le immagini che Google restituisce su “Majakovskij” ci presentano il grande poeta della Rivoluzione d’Ottobre in pose che talvolta ricordano, alternativamente, Arthur Rimbaud o Johnny Thunders, talaltra raffigurano il profilo, se non il muso, di un pugile o di un gangster d’oltreoceano. Un maledetto, del resto, Majakovskij lo è stato sul serio; e dei più tormentati e inappagati, oltre che inappaganti e, quindi, affascinanti. Non si può mai dire l’ultima parola su di un poeta che, suicidandosi, chiede “per piacere” che non si facciano “pettegolezzi”, visto che “il defunto li odiava”. Anche Pavese utilizzerà un commiato simile, seminando negli interpreti una ridda di ipotesi e di ricostruzioni, e consegnando, così, ai futuri lettori tutto il fascino di un mistero ulteriore, di un’aura che non procede solo dalla forza evocativa delle parole. Certo è che, in Majakovskij, questa potenza dice tutto, sprizza da ogni singolo carattere dei suoi tanti versi, con quella temibile voracità che, in effetti, è tratto inconfondibile in tanti artisti dal destino segnato e dalla personalità larger than life (di cui il capitolo Tutta una citazione ci offre qualche saggio divertente e irritante). Da questa visuale si capisce anche il nesso tra l’inquietudine di un ego straripante e la Rivoluzione, concepita come proiezione politica di un bisogno irrefrenabile e fisiologico, come “la ‘sua’ rivoluzione, rivolta perenne contro l’ordine esistente”, attitudine che pone Majakovskij non tanto “contro lo Stato” (che forse non lo comprende e lo quarda, per l’appunto, con sospetto), bensì “contro lo stato – stasi, inerzia – delle cose”. La Vitale rappresenta questa energia con grande abilità suggestiva e riesce pure a soddisfare una piccola curiosità personale, rivelandomi l’occasione che ha ispirato Ascoltate, una delle mie poesie preferite. Ma tra i meriti di questo libro – che, una volta cominciato, non si può che leggere rapidamente fino alla fine – va segnalata specialmente l’estrema delicatezza con cui l’Autrice, pur sostenuta da un entusiasmo che soltanto lo sguardo femminile può rendere così penetrante e intuitivo, si ferma, con puntuale rispetto, alle porte della sofferenza e della caduta del poeta. Il testamento di Majakovskij, del resto, va onorato, e su figure tanto straordinarie straparlare proprio non si può.
Recensioni (di Diego Gabutti, di Goffredo Fofi)
Due pezzi sulla morte del poeta (di Enrico Franceschini e di Luigi Ippolito)
The Children Act è il titolo originale di questo romanzo, ed è anche la consueta denominazione del “codice dei minori” nella legislazione britannica. Protagonista del racconto, in effetti, è un giudice della High Court, Fiona Maye, impegnata nella sezione che si occupa di diritto di famiglia. L’avvio della storia è un riuscitissimo ritratto di questa figura, del contrasto tra la severità del suo ruolo pubblico e la fragilità della relazione con il marito geologo, e dei casi, molto difficili, che deve affrontare quotidianamente. Tra questi spicca da subito la vicenda di Adam Henry, un adolescente ricco di talento e di entusiasmo, ma malato di leucemia e bisognoso di trasfusioni che, tuttavia, non sono consentite dalla confessione religiosa cui appartiene. L’ospedale nel quale è ricoverato, viceversa, chiede l’autorizzazione a procedere in tal senso, ma i genitori si oppongono, e così dimostra di voler fare, risolutamente, lo stesso Adam. Prima di decidere, Fiona vuole andare fino in fondo e conoscere personalmente Adam. Il colloquio le sembra illuminante: il verdetto viene pronunciato in pubblica udienza e tutto pare risolto. Le cose, però, non sono così semplici, e il caso torna a ripresentarsi, anzi, ad imporsi nuovamente, con tutta la sua problematicità, intrufolandosi addirittura nella vita privata del giudice e condizionandone tutti i comportamenti e i pensieri, fino ad un epilogo sorprendente e disorientante.
Due ragioni per leggere questo McEwan (oltre al fatto che ci troviamo di fronte ad un grande scrittore): 1) i primi tre capitoli sono una lezione quasi perfetta su che cosa sia l’arte di giudicare, specialmente allorché siano in gioco complessi bilanciamenti tra diritti e libertà ugualmente predicabili e pertinenti: aveva davvero ragione chi ricordava che il diritto, più che opera di sola scienza, è necessariamente anche opera di sapienza; McEwan, dunque, ci aiuta a metabolizzare che, soprattutto oggi, di fronte alle hard choices del biodiritto, non possiamo proprio rinunciare a un sapere la cui autonomia diventa tanto più preziosa quanto più rischia di risultare permeabile a influenze – morali, scientifiche, politiche, religiose… – apparentemente irresistibili; 2) il quarto e il quinto capitolo ribaltano la prospettiva e la riaffermano allo stesso tempo, in un quadro di deliberata confusione tra sfera personale e doveri d’ufficio: capitolando dinanzi a un finale che può anche deludere, apprendiamo che il diritto e la sapienza del giudizio non ci rendono immuni davanti alla forza della vita, né possono essere invocati per risolvere ogni possibile questione; di qui l’importanza della coscienza del limite, e l’icona dell’umanità ferita di Fiona Maye – che si scopre, suo malgrado, e quasi per rimbalzo, l’eroina di un dramma degno del tema classico di Tristano e Isotta – è molto efficace. Che dire ancora? McEwan frequenta le cronache giudiziarie da tempo e più di altri ha compreso che il tribunale non è materia noiosa, né sede di sole trame da giallo o da vacuo feuilleton; in altri termini: la giustizia è tornata sulla scena della migliore letteratura, e questa è una buona notizia.
Recensioni (di Livia Manera, di Davide Turrini, di Massimiliano Parente, di Giovanni Dozzini, di Tessa Hadley, di Ron Charles)