
Sellerio ha ripubblicato il secondo romanzo di Barbero, che risale al 1998, quando era uscito con Mondadori. Leggerlo oggi, in effetti, è operazione interessante. Sicuramente perché tutto ciò che è Russia negli ultimi anni è diventato ben più che tristemente attuale e urgente. E se lo storico e divulgatore più simpatico e apprezzato sulla piazza è stato in grado, a suo tempo, di costruire un giallo ambientato a ridosso della fine dell’era sovietica – di quello snodo, cioè, a cui tutti riconducono le svolte geopolitiche che ai giorni nostri vengono rimesse in discussione – ebbene è il caso di ripigliarselo. Ci si potrebbe capire qualcosa. Anche perché il libro è disseminato di un trasversale presagio di sventure (dall’intreccio tra affari e politica al deflagrare dei fondamentalismi). L’azione si svolge nel 1988. C’è una trama principale, se così si può dire: quella di una giovane storica, Tanja, che, complice la perestrojka di Gorbacëv, prova a fare luce su certi processi sommari svoltisi a Baku in piena era staliniana. Nel frattempo, però, a indagare su Baku, e precisamente sull’omicidio di un influente religioso islamico, c’è il giudice Lappa, fedelissimo e ligio funzionario della Procura generale. Questo filone narrativo, puntualmente, si interseca al primo, lasciando spazio a tanti altri personaggi: Oleg, giornalista smaliziato; Mark, attore di origine ebraica; un potente viceministro, vicino di casa di Lappa; un malavitoso in forte ascesa; e soprattutto il generale Yusuf-zade, vertice del KGB in Azerbaijan. Nel 1988 il finale pare quasi incoraggiante, ma non è veramente così, visto che nelle ultime pagine, e siamo già nel 1991, si capisce che al vecchio impero se ne va sostituendo un altro, e non necessariamente migliore.
Le notizie, a questo punto, sono due. E, come sempre, una è buona e l’altra è cattiva. Quest’ultima riguarda il romanzo preso letteralmente come romanzo. Che per Barbero non è al livello di quello (premiatissimo) del debutto del 1996. Romanzo russo è troppo lungo e troppo lento; e senza i “misteri” che le due trame incrociate avrebbero potuto ben costruire. Ma qui soccorre la notizia buona. In primo luogo, il faticoso viaggio che Barbero impone al lettore è materialmente fecondo. Lo è nel senso complessivo del discorso-bilancio, non privo di gusto ironico e macchiettistico, su che cosa ha significato, socialmente e culturalmente, all’interno del paese, il crollo dell’Unione Sovietica. Lo è, poi, nella prospettiva di un tentativo efficace di messa in scena (nei pensieri e nelle posture dei molti protagonisti) dei diversi sentimenti – di condanna del passato, di nostalgia, di paura per il futuro, di rivendicazione, di spregiudicata speculazione – che hanno animato quel momento (emblematico e rivelatore, in generale, il quasi monologo del filosofo Čimut-Dorzev, da p. 196). E lo è, infine, per l’invito implicito a considerare la ricerca della verità storica come un presupposto essenziale allo sviluppo democratico di qualsiasi popolo. Più di tutto, Romanzo russo esemplifica assai bene – come già constatato per Alabama – uno dei segreti più importanti dell’Autore, ossia la sua spiccata, e rara, capacità mimetica: l’abilità di aderire all’oggetto dello studio e del racconto, comunicando l’impressione di saperlo fare con le parole e le sfumature più congeniali. Ci si accorge, per tale via, che il romanzo è “russo” anche perché vi aleggia stilisticamente lo spirito di Gogol’, di Dostoevskij, di Bulgakov, di Pasternak. Anche questo non è poco.
Recensione (di P. Dalmazzo)

“Questi sono / i miei fiumi”, recita una celebrata e conosciutissima poesia di Ungaretti. Questi sono i miei treni e le mie stazioni, potrebbe dire Montieri. Che è apprezzato poeta, oltre che sincero e appassionato scrittore di calcio. Qui raccoglie un’eterogenea galleria di immagini e di storie – personali e non – a soggetto ferroviario. Da un lato, racconta di sé, del suo rapporto con il treno, dei paesaggi, dei luoghi e delle persone che ha incontrato, e delle emozioni che ha provato. Dall’altro, coglie l’opportunità per comunicare quanto le strade ferrate facciano parte dell’esperienza e della cultura collettiva, e siano collettori di piccoli e grandi eventi: psicologici, storici, tecnologici. Che sia al finestrino, in sala d’attesa o seduto al proprio posto in carrozza, l’Autore scopre, ricorda, fantastica, riflette. Basta un corrimano alla stazione di Verona, o la condivisione improvvisata con altri viaggiatori di una partita di calcio in streaming sul proprio pc, o un dialogo con una misteriosa signora sul treno che va da Cividale a Udine, o la visione di una piccolissima stazione in Toscana, o l’ascolto delle storie partigiane sul sabotaggio del ponte ferroviario di Ivrea: tutto ciò che è legato al treno diventa un tramite, un mezzo, o rito, di passaggio che va al di là del trasporto fisico, uno strumento per ricordare, commuoversi, approfondire, appassionarsi. Ma anche un messaggio o un ambasciata, che prepara al punto d’arrivo o predispone all’avventura o al ritorno, verso casa e incontro agli affetti. Qualcuno di questi testi o è un po’ didascalico (così si può dire, ad esempio, per il pezzo sulla Portici-Napoli) o un po’ troppo atteso (come quello sulla strage di Bologna) o eccessivamente idealizzante (lo si potrebbe dire quello sulla stazione Torino Porta Nuova). Ma le pagine sono sempre facili, scorrevoli, suadenti. E tra un paragrafo e l’altro viene spontaneo guardare lontano e…mettersi in marcia.
Al termine della lettura mi sorprendo a tentare un esercizio. Che cosa mi viene in mente, subito, se penso al treno? La “stazione internazionale” di Primolano, strutturalmente intatta, al vecchio confine tra Italia e Austria, lungo la Valsugana; un amico che sa tutto sulle ferrovie tedesche e programma le sue ferie sui loro binari e orari; nel grandissimo film di David Lean, l’immagine di Jurij Živago sul treno verso gli Urali, mentre guarda di notte fuori da una fessura del carro merci in cui è stipato assieme alla famiglia; Luigi (Alois) Negrelli, ingegnere ferroviario, e primo originario progettista del canale di Suez, il cui busto si trova al binario 1 della stazione di Trento; Il treno russo di Anna Maria Ortese, ma anche il Poema ferroviario di Erofeev; alzarsi e uscire per prendere il treno alle 5.43 del mattino, due o tre volte al mese, in quello che alla fine è il momento migliore della giornata; la vecchia casetta del casellante sulla linea Venezia – Bassano del Grappa, tra Resana e Castelfranco Veneto, che per anni ho visto abitata da una piccola famiglia africana; un lunghissimo viaggio da Birmingham ad Aberystwyth, in Galles, a bordo di una carrozza della Virgin Trains; l’entrata nello scompartimento di una numerosa, affamata e rumorosa famiglia turca, a Losanna, nel viaggio notturno coi miei genitori sull’Orient Express verso Parigi, avevo sei anni; i miti intramontabili della Transiberiana e della Transmongolica; l’angolo dei libri usati messi in vendita nel Bar Buffet della Stazione di Feltre; il benemerito treno guasto che costringe Zbigniew Herbert a una improvvisa e provvidenziale fermata serale nella “ nebbia, da cui scriverà Rovigo… Libro semplice, lineare e suggestivo, questo di Montieri. Eppure indirettamente ipnotico e per ciò solo efficace.
Recensioni (di L. Mazzoni; di S. Miglio; di P. Perlini)