Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di Narrativa Skira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

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Mattia Maistri e Marco Niro sono cresciuti. Da È già sera, tutto è finito (2010) un po’ di tempo è passato, e la qualità della scrittura è decisamente migliorata. L’approccio, viceversa, era già completamente definito sin dal primo romanzo: rileggere, plasmandolo, il passato del paese e ipotizzarne, nella stessa direzione, il futuro, prendendo spunto dal presente e dai sintomi che ne rivelano, con le forze positive, anche le costanti e radicate tentazioni devianti. Tersite Rossi (che è lo pseudonimo – davvero evocativo – sotto cui si cela l’identità dei due giovani scrittori) si è accodato, così, a Loriano Macchiavelli, ai Wu Ming, a Simone Sarasso, ma anche a Massimo Carlotto, che ha veicolato l’inserimento di questa “opera seconda” nella Collezione Sabot/Age di E/O.

Si possono dire molte cose a proposito di Sinistri. In primo luogo, è difficile individuare chi ne sia il protagonista; ma questo non è, di per sé, un difetto, poiché, in fondo, protagonisti di questo libro sono tutti i personaggi che si incontrano nella lettura, così come lo sono, ahimè, tutti gli italiani. Si tratta di uno specchio, non troppo deformato, di ciò che siamo stati, di ciò che siamo e di ciò che rischiamo di diventare.

In secondo luogo, c’è una storia principale, ambientata in un 2023 tanto surreale quanto drammaticamente possibile: al Governo spadroneggia il leader di un fantomatico Partito della Felicità, che ambisce all’eliminazione di ogni conflitto e di ogni opposizione, quasi in uno scenario alla Jack London (quello, per intendersi, de Il tallone di ferro). Questa storia, molto breve, e a suo modo brutalmente semplice, viene inframmezzata da dieci rapidi racconti, in verità più complessi, che vengono letti da uno dei protagonisti e sono collocati in dieci diversi momenti della storia d’Italia, anche se sembrano precorrere l’attualità nel senso di un comune destino che non può che avverarsi e ripetersi ancora. La sensazione (disperante) che se ne ricava è molto netta: ci si può ribellare al sopruso, si può credere in qualcosa di puro, eppure l’esito pare già predeterminato, come se fosse orchestrato, sinistramente, da un unico e terribile artefice. E la nostra umanità sembra ripetutamente e ineluttabilmente debole.

In terzo luogo, c’è l’assunzione esplicita di una chiave trasversale evidente, tutta pasoliniana: da un lato, essa si esprime nella presenza trasversale di una sessualità rapace, che strumentalizza ogni rapporto e “corona” un più generale processo di mercificazione e di impoverimento spirituale; dall’altro, si traduce nel tema dell’inestricabile corruzione dei poteri e dell’altrettanto perverso intrecciarsi degli interessi, pubblici e privati, e delle aspirazioni politiche, tanto rivoluzionarie quanto conservatrici. In altre parole: Scritti corsari e Petrolio, in un agile mix di scrittura che ci offre un buon saggio di una tipologia ormai affermata di nuovo e “agghiacciante” romanzo pop.

Il sito dell’Autore (o, meglio, degli Autori)

Intervista doppia

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Il “Professore”, così lo hanno sempre chiamato sin dalle prime riunioni politiche, è il protagonista di questo lungo racconto, ed è, in verità, un correttore di bozze. Proofs è anche il titolo originale del libro, nel quale si intravedono le tracce di una riflessione che non è solo quella di una generazione o di uno specifico ceto intellettuale, e che, anzi, il tono del discorso ci dice essere certamente condivisa dall’Autore, quasi in prima persona.

Il tema è difficile e spinoso.

Anche correggere bozze, d’altra parte, è un lavoro difficile; occorre un’attenzione estrema, una ricerca di perfezione che è tanto apprezzabile quanto maniacale, oltre che fisicamente dolorosa ed estenuante. Ma è un lavoro, questo, che riesce congeniale proprio a chi si sforza di realizzare la verità, di portare su questa terra il messaggio salvifico della cultura, di affrancare l’umanità oppressa da qualsiasi forma di dominio.

Così vuole “lottare” anche il Professore, “compagno” critico e per questo presto espulso dal Partito, ma ancora fedele agli ideali di sempre, che continua a coltivare assieme ad un gruppo di altri irriducibili. In un’Italia che si intravede pagina dopo pagina.

Un evento, però, attraversa la loro vita e la Storia, il crollo del muro di Berlino, cui il Professore assiste in diretta tv e di cui discute, in una lunga passeggiata notturna, con Padre Carlo, un sacerdote bonario e a suo modo eccentrico, perché comunque partecipe delle sorti degli stessi ideali. E questo dialogo è il fulcro del racconto.

La questione è presto detta: il gioco comunista non esiste più, finalmente, ma il trionfo della libertà coincide con il trionfo del lato peggiore, consumistico e volgare, del capitalismo. Forse gli orrori del socialismo reale sono stati solo errori? Forse c’era del buono? O era solo utopia, ricerca innaturale, e per ciò solo violenta, di un’umanità inesistente?

Steiner mette in scena uno “scontro tra titani”, tra opposte visioni del mondo. Letto oggi, il dialogo è come se mettesse in campo, da un lato, con il Professore, lo Slavoj Žižek più ispirato, o se si vuole il marxista-leninista che ancora, nuovamente, attende la rivoluzione, dall’altro, con Padre Carlo, una versione cattolica ed incarnata delle lezioni di Isaiah Berlin sui traditori della libertà individuale, ovvero il credente che aspira, certo, ad una prassi terrena della carità, ma senza che l’uomo ambisca a dominare sull’altro uomo.

L’esito della discussione brucia nelle viscere del correttore di bozze, che nel frattempo si accorge che anche il suo mestiere volge al tramonto, travolto anch’esso dall’evoluzione tecnologica e da una “barbarica” esigenza di velocità comunicativa. Ma non tutto è perduto, il viaggio che il Professore compie a Roma è una fine ed un inizio, allo stesso tempo, celebrazione offesa di una morte (quella del Partito) e adesione istintiva ad una pulsione rigenerante (quella di un rapporto occasionale ma necessario). La fiducia, in definitiva, resta ancora intatta, e l’approdo al cosiddetto “riformismo” pare una docile confessione di realismo, come dimostra un epilogo dai toni quasi comici.

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