Già prima di leggere questo grazioso monologo pensavo che lavorare in una biblioteca non sia affatto un lavoro comune e che in tutti coloro che lo prendono sul serio non si tratti soltanto di svolgere determinate operazioni seriali (riordinare, catalogare, collocare, spostare etc.) ma anche di entrare in contatto con un potentissimo microscopio, il cui utilizzo esige una precisione e una disciplina assolute. La bibliotecaria cui Sophie Divry attribuisce il lungo “sfogo” di cui è composto questo libro mette in scena la rappresentazione e la “prova” perfetta di quella ricorrente impressione e mi consente anche di rammentare con simpatia tutte le figure, in carne ed ossa, in cui riconoscere, nella vita reale, stretti “parenti” o fedeli “seguaci” della protagonista.

Tolto l’unico profilo che senz’altro è poco convincente – ossia la coltivazione quasi masochistica e nevrotica, da parte dell’impiegata narrante, di una condizione di solitudine sofferente e affettivamente “monca”: è lo stanco stereotipo, per l’appunto, del “topo” di biblioteca… – l’esordio della scrittrice francese è decisamente brillante. La Biblioteca (con la B maiuscola, anche se si tratta di una biblioteca di provincia) vi assume i connotati di un’immagine del mondo: a volte così fedele, nello smascherare le tante piccolezze e volgarità delle comuni relazioni sociali; a volte capace di ergersi a metafora di un’alternativa ideale e assolutamente democratica, nella quale rendere accessibile a tutti le chiavi per progettare la propria vita e promuovere, con ciò, tutte le doti e le virtù che all’esterno paiono tanto trascurate; altre volte, ancora, fruibile come luogo di rifugio, di protezione, di conservazione e di “alimento”, per uomini e idee che non vogliono adeguarsi al paradigma del consumo letterario.

Sono moltissimi i punti specifici che meriterebbero una segnalazione ed un plauso. Ne ricordo alcuni: la felice assimilazione tra il sistema universale di classificazione Dewey e la tavola di Mendeleev (p. 8); la “tirata” sui “libri brutti”, rispetto ai quali “bisogna essere cattivi”, perché la Biblioteca è anche la sede di una selezione seria ed accurata dei meriti culturali, e la Cultura (sempre con la maiuscola…) “è uno sforzo permanente dell’essere per sfuggire alla propria vile condizione di primate non civilizzato” (p. 38); la paradossale (ma quanto reale!) “proprietà” delle Biblioteche, dotate della forza “soprattutto in estate” (di nuovo: quanto è vero!) di attirare “i matti” (p. 44). Un neo che non si può trascurare, invece, è nella scelta del titolo per l’edizione italiana: perché mai i titoli vengono così vistosamente, e così frequentemente, alterati? La cote 400 andava semplicemente mantenuto (La segnatura 400), non solo perché richiama il linguaggio tecnico del mestiere o perché allude alle “risorse” di ordine e di sistematicità che la Cultura può offrire alla povertà intellettuale dell’uomo contemporaneo; quella segnatura è molto importante nell’economia del racconto, è quella rimasta vuota, così come è vuota una parte dell’esistenza della querula bibliotecaria, che in quello spazio sperimenta l’aggressione della realtà sulla sua personale ed incompresa sensibilità e, più in generale, sulla logica intrinseca del sapere.

Il titolo corretto, del resto, sarebbe stato più adeguato alla tensione umoristica del pezzo. C’è un sottile divertimento, infatti, in questo libro, una specie di ironia, che attraversa anche le lamentazioni e i sogni più malinconici della bibliotecaria, e che risveglia un pizzico di comprensione e di complicità. E c’è – cosa che non si può non notare – un chiarissimo spirito francese, che nell’elogio, pieno di orgoglio, del luogo pubblico come occasione di edificazione e di fortificazione di virtù, anche private, conferisce al lungo discorso il tono di una satira complessivamente dolce, meno aspra e meno tagliente di quelle, sia pur bellissime, scritte dal nostro (bravissimo) Vitaliano Trevisan (v., ad esempio, Il ponte). Mi viene in mente, così, all’improvviso, un’osservazione: per essere realmente europei, noi italiani dobbiamo rinunciare un po’ di più alla disperazione e all’invettiva, e rivestire più spesso della sana fiducia e dell’altrettanto sano ottimismo che le Biblioteche e la Cultura possono assicurarci con poca fatica e a pochi passi da casa. La vera e costruttiva indignazione parte da lì.

Un’intervista all’Autrice (in francese)

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Per i costituzionalisti italiani, ma anche per gli studiosi del diritto pubblico, Michele Ainis rappresenta senza dubbio uno dei più accreditati “nomi” della dottrina. In questa sua veste di interprete privilegiato delle dinamiche più attuali e controverse delle istituzioni del nostro paese, è anche noto a larga parte dell’opinione pubblica: come autore di interventi ed editoriali sui più importanti quotidiani, ma anche come ospite ricorrente in alcuni dibattiti televisivi o in alcune trasmissioni radiofoniche. Nessuno, tuttavia, ne aveva potuto apprezzare, finora, anche le doti narrative.

Doppio riflesso è un libro difficile e “scivoloso”, dallo stile e dal fraseggio magmatici e disorientanti; quasi che la sua scrittura costituisca il frutto diretto dello stesso smarrimento di cui è vittima Arturo, colui che ci appare subito, dalla prima pagina, come protagonista. C’è da chiedersi, però, altrettanto presto, se sia vero che il personaggio principale di questo romanzo, così atipico, è realmente questo irresoluto e smemorato agente di commercio, perseguitato da un sosia che gli “occupa” all’improvviso la vita, ed impegnato a scrivere un diario in cui cercare di recuperare, nero su bianco, il bandolo della matassa in cui si è raggomitolato il suo ménage quotidiano.

Non c’è dubbio che una storia esiste e che Arturo incontra “sul suo cammino” molte altre figure (da Pietro a Gea; da Gea ad Armida; etc.); tuttavia, sono anch’esse enigmatiche, “doppie” e sfuggenti, come le prime pagine di un libro che si sta cercando di comporre, come le pagine del Necronomicon, testo leggendario, creazione essa stessa di un genio letterario (quello di Lovecraft) e in quanto tale destinato a risultare tutto e il contrario di tutto. Nel racconto, l’unica cosa certa è la ricerca di quest’opera, che si interseca alle vicende di altri “figuranti”; eppure, il racconto stesso non sembra mai possibile, poiché Arturo, nello scrivere il diario, modifica il mondo che lo circonda e finisce sempre per perdersi sulle rive di una spiaggia capace di restituire tanti piccoli relitti e di testimoniare il senso di un costante naufragio.

Se Arturo riesca a “salvarsi” è domanda che occorre lasciare inevasa: la lettura del libro offre, sul punto, la risposta che il suo Autore ha pensato migliore. Vero è che in quella risposta, tanto semplice, si nasconde il segreto del libro: che è “un racconto sui racconti”, un romanzo sui libri e sulla loro potenza, sulla loro funzione di farci sperimentare incessanti “re-incarnazioni” e di proporci, per ciò solo, inesauribili questioni. Sono i libri, alla fine, i veri protagonisti; ma sembra di poter affermare, in aggiunta, che per Ainis essi non sono solo i protagonisti del suo ultimo libro, ma i protagonisti di tutta un’esistenza.

Intervista all’Autore

Una recensione (di Gabriele Pedullà)

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È un libro di viaggio, composto con una scrittura chiara e schietta. Il motivo che ne consiglia la lettura consiste nel fatto che questo tascabile si occupa di uno dei tipici “viaggi per eccellenza”. Si tratta dell’attraversamento ferroviario dell’Asia sulla linea Transiberiana (9289 Km e sette fusi orari, da Mosca a Vladivostok), uno di quei viaggi, cioè, che sono ormai entrati nell’immaginario collettivo (l’omologo d’oltreoceano, ad esempio, è l’attraversamento degli Stati Uniti sulla mitica Route 66) e che consentono di stimolare sensi, immaginazione e conoscenze (in primis letterarie, visto che la Siberia è la Russia per antonomasia, quella profonda di cui hanno scritto i giganti Dostoevskij e Pasternak, ma anche quella dei gulag, di cui ci hanno raccontato Solzenicyn o Salamov).

È un libro, quindi, per chi ha sempre meditato, in cuor suo, di mettersi avventurosamente sulle orme del capitano Michele Strogoff, indimenticabile personaggio di Giulio Verne, impegnandosi in una “traversata” che si risolve, in verità, in un “lasciarsi attraversare” da emozioni diverse, da città sperdute, da culture e lingue differenti. E da una lentezza (il treno mediamente viaggia a non più di 60 Km/h) che riconcilia, quasi sorprendentemente, con un’acuita sensibilità ai cambiamenti, non solo del paesaggio, ma anche delle città, delle cose e delle persone, che ci appaiono sospese tra un passato davvero remoto di cui essere ancora alfieri, la Rivoluzione d’Ottobre che tutto ha permeato e spunti improvvisi di futuro.

I primi due capitoli (La Russia vista dal finestrino e Come oasi nel deserto) integrano un vero e proprio diario, tanto essenziale quanto autentico. Possono arricchire utilmente guide (come sempre c’è la Lonely Planet…) o appunti personali (magari raccolti sul web), per poter prepararsi ad affrontare di persona il lungo viaggio e per immaginare, in anticipo, quali possono essere i tempi e i passa-tempi, le scomodità e le curiosità, le tipologie dei compagni di viaggio, le tappe e i luoghi più significativi, le loro “storie” brevemente appuntate nei loro intrecci con il presente e con la “storia” da cui sono stati frequentemente travolti.

I capitoli successivi sono, invece, delle brevi ma efficaci istantanee: su come e dove si può dormire (ma non si tratta di indicazioni turistiche, bensì di impressioni sulle esperienze e sulle curiosità che offrono le molteplici e caratteristiche strutture ricettive che si possono incontrare: Una yurta per stanza); sulle immagini di Lenin e della Rivoluzione (che persistono come riferimenti culturali, tradizionali e quasi familiari: Lenin: testimone di nozze); sulle icone che non si possono trascurare (non le opere pittoriche, ma Santi, eroi e navigatori dello spazio); sui musei e sulle peculiarità naturalistiche e faunistiche (Guerra e rivoluzione); sulla Repubblica di Tuva (Om Mani Padme Hūm, vale a dire “Salve o Gioiello nel Fiore di Loto”, il più diffuso tra i mantra del buddismo); sul lago Baikal (Il mare della Siberia); sul cibo che si può acquistare durante il viaggio (Cucina casalinga alla fermata del treno); sulla situazione demografica e sulle impressioni finali degli altri viaggiatori (Cittadini ex sovietici e cittadini del mondo).

Non ci resta che fare qualche prenotazione e attendere di metterci al finestrino…

L’Autore presenta il suo libro

Specialisti della Transiberiana

Immagini di viaggio

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