Accosto due letture che hanno in comune il tema del “viaggio”, pur interpretato in modo diverso. Il primo libro è La malinconia del viaggiatore, del popolare e apprezzatissimo Jan Brokken. Il secondo è L’Italia e l’anima dell’Oriente, del più schivo e, di solito, meno frequentato Geminello Alvi. Il volume di Brokken è una silloge di quattordici testi su singoli profili di musicisti, artisti, poeti e scrittori. Il viaggio qui viene in gioco perché è lo spunto o l’occasione per visite o incontri che hanno stimolato l’Autore, mettendolo in contatto con luoghi o aneddoti o situazioni collegabili ai “protagonisti” dei suoi pezzi, o anche direttamente con le persone di cui desidera raccontare. C’è sempre qualcosa di didascalico e informativo nella scrittura di Brokken, ma tra queste pagine si trovano almeno quattro incontri che meritano il prezzo di copertina. Sono quelli con Leo Vroman, poeta ed ematologo (L’amore è una voce che sussurra), con l’enigmatica sindaca di un piccolo paese del Trentino e il Futurismo di Fortunato Depero (Il motociclista di Rovereto), con un iconico capolavoro architettonico del Novecento olandese e la sua musa (Vivere attraverso i sensi) e con lo scrittore albanese Ismail Kadare (“Io vi invidio”). Sono pezzi belli e riusciti. Però sono anche emblematici del metodo Brokken: che – absit iniuria verbis: pur non essendo nulla di più che un buono, e curioso, giornalista di terza pagina – cerca disperatamente, ma onestamente, di empatizzare a fondo con i soggetti dei suoi lavori, mettendosi sempre allo scoperto, lasciandosi colpire (e un po’ ferire…) e proprio per questo dando l’idea di una semplice e affidabile umanità. In Brokken, al fondo, il viaggio è veicolo di una divulgazione facile e complice, e per questo piacevole.

Nel secondo libro, invece, il viaggio non è un pretesto o uno strumento, né la scrittura è un mezzo per dimostrarsi a se stessi e agli altri, ma seguono entrambi un’istanza interiore di ricerca spirituale. Che è personalissima e universale al contempo, come di solito si addice a questo genere di prospettiva. Il volume, di fatto, è il risultato del montaggio di piccoli diari, tra loro anche lontani, nel tempo e nello spazio. Alvi scrive, di volta in volta, da Roma, dalle Marche, dalla Croazia, da San Pietroburgo, da Kaliningrad, da Mosca, dal Caucaso, e poi di nuovo da Roma, cercando di mettere ordine a suggestioni che maturano dagli anni Novanta al 2025. La “scusa” originaria è di comporre qualcosa, su commissione, per il Giubileo indetto da Papa Francesco. Ma quest’Autore – che ha uno stile elegantissimo – intende perdersi, deliberatamente, nelle riflessioni che cose e persone gli sollecitano. Nel merito sono meditazioni rapide e fulminanti, ricercate, talvolta assai connotate, si direbbe di stampo studiatamente conservatore e ad ogni modo indipendente. Ma Alvi scrive davvero benissimo, e il segreto di questa indiscutibile abilità emerge all’improvviso, quando – riferendosi incidentalmente a Niccolò Tommaseo – egli afferma che lo “scrivere non è mai espressione, tirar da sé fuori qualcosa, è invece fede nella bellezza delle parole fuori di noi” (p. 81). La frase è rivelatrice di un approccio ben distinto da quello di Brokken: il viaggio è itinerarium mentis e la scrittura che lo riflette altro non è che la traccia del grado di più elevata comprensione che quel percorso rende accessibile.

Due recensioni: a Brokken; ad Alvi

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