Tornare a Giovanni Comisso è sempre molto confortante. “Puro stile Comisso”: così Paolo Mauri chiude la sua Introduzione, e così si capisce anche il motivo dell’attrazione che questo grande scrittore trevigiano può ancora esercitare sui cultori delle belle lettere. E peraltro non si tratta dell’art pour l’art; la lettera è bella perché scaturisce da una forte e intuitiva simbiosi tra chi scrive e l’oggetto che contempla, quasi sempre rapito. Quella a cui Comisso ci chiama, però, non è soltanto un’Arcadia di parole, è un favoloso universo perduto, quello di un’Italia contadina ormai del tutto scomparsa. L’Autore compra la casa del titolo nel 1930, a Zero Branco, una località che oggi è dispersa tra i grovigli urbanizzati delle strade che portano a Treviso, e che allora, invece, era immersa in una pianura di grandi e ricche coltivazioni. Dandoci la chiave della sua casa, Comisso ci porta fuori dai disastri dell’edilizia selvaggia e ci consegna la chiave del Veneto agricolo della tradizione, permettendoci di entrare continuativamente – ogni volta che vogliamo, semplicemente aprendo questo libro – in un mondo, storico e a-storico al contempo, nel quale si può anche annegare, con piena felicità, perdendo il senso del tempo e riscoprendo parte di se stessi.  

Lasciarsi cullare, del resto, è ciò che vuole fare, deliberatamente, anche lo scrittore: “Non avere padroni, ne’ servitori, non avere l’incubo delle ore, non avere alcuna preoccupazione di denaro e lasciare che la mente e i sensi vivano tra il sogno e l’azione, liberi e folli, secondo l’estro determinato quasi da una consistenza astrale”. Tutta la realtà della campagna, quindi, tutte le sue fatiche, le sue diverse stagioni e passioni sono accompagnate da uno sguardo volutamente estetizzante e da un sentimento che cerca il pieno abbandono. Fanno eccezione le molte vicende personali che vengono narrate: dei vicini, dei ragazzi e dei giovani del luogo, delle famiglie e degli amici fraterni; verso i quali, tutti, Comisso dimostra una partecipazione panica, analoga a quella che il cosmo di Zero Branco non può che suscitare di per sé. Come se questo tipo di partecipazione, così vera ed autentica, fosse possibile esclusivamente in quel contesto, in quel paesaggio, in quel mondo originario per il quale gli eventi del mondo più ampio ed esterno (il fascismo e la guerra, ad esempio) possono rappresentare soltanto momenti drammatici di indebita e dolorosa intrusione. Di qui si comprende anche la commozione di Comisso per le piccole cose, e per i giochi e le avventure campestri, come conseguenza che viene naturalmente indotta dalle molte storie e dai molti affetti che sono raccontati nel volume (e che di certo non si potrebbero spiegare solo mediante il richiamo della discussa sessualità dell’Autore, anche se il legame con la figura di Guido è quasi esplicito).

Persisto, anche alla fine di questa lettura, nel restare affascinato dal tema domestico. In questo caso, diversamente da altri, non sono colpito da un personalissimo bisogno casalingo, inteso come esigenza squisitamente certosina. Qui il tema domestico ha a che fare con la riappropriazione delle radici, con il richiamo di una certa foresta, in sostanza con la voce di una consuetudine che non mi è sempre propria, ma che pare inscritta nel DNA della gens di appartenenza e che, talvolta, mi ha visto protagonista nell’orto paterno. Comisso, infatti, chiude il suo libro con parole che potrebbero essermi del tutto familiari: “Mi sporco ancora le mani di terra nello strappare la gramigna e nel recidere i pomodori, ancora mi affatico a vangare e allora capisco che il mio destino è di non potermi liberare dalla terra”. Forse mi sono esposto troppo ma… ho appena girato l’ultima pagina del libro e ho una gran voglia di un piccolo pezzo di terra!

Un approfondimento sul libro

Comisso e il paesaggio veneto (di Antonia Arslan)

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Le prose di Zanzotto non sono inferiori alle poesie. È un dato acquisito che i brevi saggi contenuti in questo libro avvalorano ancora una volta. Però c’è un dettaglio importante: i piccoli articoli del volume provano ulteriormente che quella che il grande autore veneto vi conduce non è l’illustrazione di una poetica nel senso comune del termine. È il tentativo di spiegare l’“irruzione dell’inatteso” (così la chiama), che, in generale, sta al principio della letteratura e che, nello specifico, genera e perpetua l’intimo rapporto dell’autore stesso con il suo paesaggio. È una relazione erotica, in primo luogo, di stampo classico. Come tale è assunzione imprevista di un fattore costitutivo del cosmo e, al contempo, fonte del “necessario appoggio” che, nell’agnizione e nella decifrazione di quel fattore, Zanzotto trova nel dialetto (epifania situata del logos). È una sorta di liebender Kampf (Karl Jaspers chiamava così la ricerca della verità filosofica…), ma con risultati inattesi e personalissimi, che scaturiscono, avvinti alla lingua madre, da una specifica armonia di natura, di uomini e di insediamenti, di esperienze e di vissuti in un certo modo ricomposti. Difendere un paesaggio, dunque, equivale a garantirsi l’accessibilità ad un imprinting e ad un linguaggio originari e, allo stesso tempo, a proteggere un equilibrio antropologico. Ecco: questo è il piccolissimo, ma importante, dettaglio che dischiudono gli interventi zanzottiani raccolti con cura da Matteo Giancotti, cui si deve anche un’incisiva e bella introduzione.   

I brani – che non seguono una traiettoria cronologica – sono ordinati in cinque parti: Una certa idea di paesaggio; Mio ambiente natale; Un’evidenza fantascientifica; Quasi una parte integrante del paesaggio; Tra viaggio e fantasia. Le prime tre sono concepite per dare l’idea di una progressione. Si passa, innanzitutto, dall’emozione di uno sguardo panico, e quindi antico, così come tradotto anche dalla grande pittura veneta tra Quattrocento e Cinquecento, alla rassegna di alcune località notevoli – e ispiranti – del Veneto di montagna, di collina e di laguna (a quest’ultimo proposito, Venezia, forse è un saggio magistrale dell’uso sapiente di un microscopio potentissimo, applicato ai tessuti apparentemente disomogenei di un ecosistema davvero unico al mondo). Si prosegue, poi, da questa topografia quasi sacra, alla constatazione preoccupata di uno sviluppo economico e urbanistico miracoloso eppure regressivo, di fronte al quale continuare ad interrogarsi, come per percorrere una strada di civismo dell’osservazione: “Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita”. La quarta parte è dominata da una sorta di zen della campagna, tra la figura del contadino Nino e un omaggio al poeta Luciano Cecchinel, uno dei più autorevoli sodali di Zanzotto. L’ultimo capitolo, invece, è fatto di itinerari e di visite sentimentali, nelle quali la realtà non è mai tanto ricca e autentica come quella che si può implementare per via di immaginazione e di intuizione. Segue, in appendice, la trascrizione di un documentario video girato per la Rai sul Quartier del Piave.      

Zanzotto riesce ad attirare e a sedurre anche nella lunghezza e nella ricercatezza delle frasi. I periodi ci avviluppano come se fossero felci, salici, ortensie, come se si trattasse, cioè, della verzura più disparata. Infiorescenze verbali e significati si affastellano, in un pensiero che si chiarisce solo nel corso del suo articolarsi e scoprirsi per iscritto: un po’ perché si compiace nella tentazione dell’analisi metalinguistica, un po’ perché i suoi frutti non possono mai essere veramente predefiniti. Né mancano diffusi e sofisticati riferimenti alla tradizione (a Petrarca su tutti). Chi ritiene che Best Thinking sia sinonimo di Writing Clearly è avvisato: in Luoghi e paesaggi non troverà pane per i suoi denti. E (pure) non troverà motivi di spensierata e bucolica distrazione. Non si può dire, tuttavia, che Zanzotto sia scrittore dalla formulazione involuta o noiosa. La questione si può riassumere così: poiché è lo sguardo che cattura le parole, allora, a seconda del caso, e senza che vi sia premeditazione, le parole possono essere sottilmente evocative – con la semplicità e con l’opportunità disarmanti dell’espressione dialettale, ad esempio – o tremendamente scolpite – quando il dubbio de intivarghe o no (come direbbe il Nostro) si fa più forte ed esige, in definitiva, il ricorso alla più azzeccata, densa e stratificata delle locuzioni colte. Se la ricerca si scopre nobile all’improvviso, è legittimo che anche la lingua si armi di raffinato cesello.

Recensioni (di Niccolò Scaffai, di Giulio Ferroni, di Raoul Bruni, di Silvio Ramat, di Bianca Garavelli)

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Un po’ per prepararsi all’imminente centenario della Grande Guerra, un po’ per fare un viaggio suggestivo nelle radici della cultura e della popolazione della Pedemontana veneta, e un po’ per calarsi nelle sensazioni di un ragazzo curioso e spontaneo al cospetto delle tragiche tracce del conflitto e di una maturità che aspetta soltanto il momento opportuno per sbocciare completamente. Ecco: questi possono essere alcuni buoni motivi per leggere il bel libro di Paolo Malaguti.

L’ultima di queste ragioni rappresenta anche la cornice di senso capace di ordinare la felice sequenza di immagini e di ricordi in cui si risolvono tutti i brevi capitoli: dall’infanzia alle pendici di una montagna presto destinata a diventare teatro di scontri decisivi e sanguinosi all’adolescenza del primo amore e di una spensieratezza che, di fronte al duro lascito di morte e di smarrimento collettivo, pareva perduta e che, invece, conosce, al pari della natura, una nuova fioritura. Ciò che resta impresso, però, non è l’itinerario complessivo, che in fondo si muove sul cliché del racconto di formazione. Sono le sue tappe a colpire il lettore, i singoli e specifici riquadri in cui esse si risolvono, una per una, e nei quali è possibile attingere ad una sensibilità stilistica e compositiva particolarmente affinata.

Con una mescolanza linguistica che ricorda un altro ottimo precedente della stessa casa editrice e che si presta in modo particolare a stimolare empatia e a tradurre anche la vicinanza emotiva dell’Autore, l’io narrante disegna luoghi e figure indimenticabili, a volte terribili, a volte struggenti nella loro statura quasi poetica. È terribile, infatti, ma efficacissima, la descrizione di ciò che il giovane protagonista vede durante la sua precoce attività di recuperante sui campi di battaglia del Monte Grappa (pp. 75 ss.); allo stesso modo, è estremamente ficcante e delicata la rievocazione del vecchio Michele e di Moro Frun (pp. 89 ss.), numi tutelari di universi – uno tutto sociale, l’altro tutto naturale – che per secoli sono cresciuti in reciproca armonia e che la guerra ha improvvisamente separato. E poi c’è il tratto lieve e rarefatto, ed armonioso, con cui viene descritta la città di Bassano, la sua peculiare posizione storica e geografica, i suoi “riti”, il suo ruolo (nel caso, tutto letterario) di scenario ideale per la coltivazione dell’intelligenza del nostro eroe. A sprazzi, il romanzo può anche suscitare qualche istante di autentica commozione, soprattutto nelle parti in cui compare la figura paterna, la sua silenziosa testimonianza, la sua discreta sollecitudine.

Paolo Malaguti – cui si deve, recentemente, anche un grazioso Sillabario veneto – riesce nell’impresa di consegnarci un meccanismo quasi perfetto e di farlo, per di più, riportando alla luce uno dei momenti più sconvolgenti della storia nazionale ed europea. Le percezioni che l’interprete di questo libro avverte di fronte all’oscenità della montagna ferita dalla guerra sono sempre ed esattamente quelle che ancora oggi si può provare calpestando quel medesimo terreno e sperimentando un interrogativo che da allora in poi non può più smettere di tormentare la nostra coscienza (p. 80): «In quella prima mattina di contatto brutale e quasi ferino con la guerra, avvertivo tutto l’immenso e pericoloso fascino del baratro aperto di fronte a me. Pendevo incerto sull’orlo di una voragine che aveva inghiottito generazioni intere, e ora, miracolosamente, si era inceppata proprio mentre mi aggiravo sul suo labbro tumido di sangue giovane. Con quale diritto mi apprestavo a vivere, io? Quale sorte lungimirante, o cieca del tutto, mi aveva destinato al respiro e al sole, condannando invece quelle marionette, ossute e incerte nell’abbrancare spasmodiche il filo spinato arrugginito, all’umiliazione più nera, all’oblio più anonimo?».

Una recensione (di Gianni Giolo)

Il Monte Grappa nella controffensiva italiana dopo Caporetto

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Un piccolo editore di Vittorio Veneto ripropone questo romanzo del 1932, opera ponderosa di una delle figure più interessanti del panorama letterario italiano di quegli anni. Gian Dauli (alias del vicentino Giuseppe Ugo Virginio Quarto Nalato) è stato noto e valente scrittore, ma si è distinto, soprattutto, come direttore editoriale (con la Modernissima e con Corbaccio) e come editore (con la Delta, la Dauliana, Aurora), traducendo e pubblicando le opere di grandi autori stranieri (Conrad, Chesterton, Celine, Stevenson, Schnitzler, London, solo per citarne alcuni; ma Dauli, solo per inciso, è anche il primo a portare in Italia alcune opere sudamericane e ad introdurre nell’organizzazione delle case editrici italiane una strategia ed un organigramma di tipo industriale).

“Gira la rua? La rua gira!”: questo ripeteva ossessivamente un compagno di classe, un po’ suonato, di Giovannino Penta, cinico, ambiguo e sfortunato protagonista di questo libro. Infatti la vita gira, sempre, come la ruota, con esiti imprevedibili, e la famiglia Penta, stirpe benestante di contadini fattisi borghesi, viene puntualmente travolta da un feroce destino di multiple e recidive sconfitte e di inevitabili degradazioni personali, che del resto conducono anche Giovannino allo sbando e poi alla morte. È proprio questo smaliziato e debosciato anti-eroe a ripercorrere, peraltro consapevolmente, tutti gli stadi di una vera e propria epopea di disgrazie familiari e sociali, di fallimenti, sperperi, incesti, adulteri e violenze. A leggere il romanzo – che attinge largamente a ricordi personali e che non manca, quindi, di offrire un verace ritratto della realtà vicentina a cavallo tra Ottocento e Nocevento – non ci si stupisce affatto che Dauli avesse familiarizzato con Federigo Tozzi: vi si riscontra la stessa attenzione, quasi morbosa, per le psicologie più corrotte e decadenti, e per un’ambientazione che cerca di essere il più possibile realista.

Nelle prime pagine del romanzo – che permettono a Gian Dauli (v. qui a lato) di ricorrere al tradizionalissimo artificio del manoscritto ritrovato – si descrive bene questo lunghissimo racconto: “la storia degli ultimi cinquant’anni della borghesia barcollante tra lo scetticismo, il materialismo e il sensualismo; la storia dell’epoca turbata dalle macchine, travolta dalla velocità, stroncata dalla guerra” (p. 23). Ma c’è anche dell’altro, e non lo si può soltanto sintetizzare nel tema trasversale – onnipresente nella narrazione e nei gesti ripetuti delle principali figure che la animano – del degrado morale e sessuale. Questa insistenza si deve ad una sensibilità intellettuale particolarmente diffusa nell’Italia di allora, e in parte è anche riconducibile alle illusioni positiviste da cui lo stesso Nalato era stato fortemente impressionato.

La Rua, in verità, è ancora interessante perché parla anche oggi, forse con una sincerità che per certi versi ci potrebbe risultare addirittura disarmante. Anche oggi, purtroppo, assistiamo al ripetersi – al ri-girare – di una storia di generazioni che, in un Paese che è stato capace di oculati risparmi, di incrollabile tenacia, di forte crescita e di fruttuosa intraprendenza, pare non siano in grado, ancora una volta, di alternarsi in modo armonico e di passarsi il testimone giusto. Riesce difficile ritrovare la solidità e l’operosità dei nostri nonni; la ruota di ambizioni troppo facili o di miraggi esclusivamente di superficie ci espone costantemente al rischio di cadute rovinose e irrimediabili. Nulla è scritto, però; e la vita di Giovannino Penta è un monito che non possiamo più dimenticare.

Una recensione (di Cesare De Michelis) NB: di fatto è anche la Presentazione del libro…

L’Autore nel Dizionario Biografico Treccani

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