fotoNon è stato male aver letto questo libro durante la fase finale del Mondiale brasiliano. Checché se ne dica – che si sia, cioè, pro o contro Messi, o che si sia delusi per il fallimento della spedizione italiana, o, ancora, che si sia soddisfatti per aver visto trionfare la squadra meglio organizzata o per aver visto emergere del bel gioco in formazioni di piccolo-medio cabotaggio – l’unica cosa che può mettere d’accordo tutti è che si è trattato del mondiale dei portieri. E quindi del tedesco Neuer, dell’argentino Romero, del messicano Ochoa, del costaricano Navas… Ma chi è veramente il portiere? La prefazione di Sandro Veronesi introduce il tema con un taglio quasi metafisico, evocando l’immagine leonardesca dell’Uomo Vitruviano, destinato, però, tra i pali di un rettagolo, a tentare un’impossibile quadratura. Bagattini, effettivamente, inanella con voce appassionata una serie ricchissima di ritratti, a dimostrare che la missione di chi sta in porta è spesso drammatica, sui campi di gioco come nella vita. E qui le storie sono tutte da non perdere, anche perché la decisione di ordinarle cronologicamente produce, come per incanto, un godibile spaccato su tutta l’evoluzione del football, dai tempi eroici delle origini inglesi all’inizio degli anni Zero.

In alcuni casi si rivivono esperienze quasi romantiche (come per Ezio Sclavi o Aldo Olivieri), in altri ci si commuove di fronte al mix di sfortuna e integrità morale (come per Claudio Tamburrini o, mutatis mutandis, per Astutillo Malgioglio), in altri ancora si sfiora il comico (come per Bernard Lama). Poi ci sono vicende dolorose e misteriose (come quella di Giuliano Giuliani), tragiche (su tutte quella di Valerio Bacigalupo), sfortunatissime e dannate (è la parabola di Moacir Barbosa), impreviste e “guascone” (fino alla fine, come per Jan Jongbloed), talentuose e maledette (Pagotto docet). La galleria è vivacissima e sorpendente. Bagattini ha compiuto una piccola impresa. Sarebbe stato troppo facile narrare delle gesta dei grandi vincenti: da Combi a Gigi Buffon, da Yashin a Schumacher, da Zamora a Schmeichel, da Zoff a Julio Cesar. Il giovane scrittore preferisce sedere allo stesso tavolo di Willie Foulke, il “ciccione” del Chelsea, o giocare in qualche bocciodromo emiliano con Cláudio Taffarel. Gli interessa la vita, berla dalla passione di chi se l’è bevuta tutta, letteralmente, andando fino in fondo, senza mezzi termini. C’è qualche refuso, ogni tanto, qualche ripetizione; non mancano alcune ridondanze. Quando si parla di calcio, certo, lo si può fare in punta di penna; ma piace immaginare che le vicissitudini dei tanti “eroi di sventura” di Bagattini siano state discusse e abbozzate nel rumore, e sui tavoli zoppicanti, di un bar di paese. Perché il calcio ha un’immensa anima popolare, ed è lì che riposano i suoi miti e i suoi segreti.

A proposito di Mondiali… un’altra lettura piacevole: M. Bonfiglio, La sindrome di Italia ’90. Il Mondiale che ha bruciato una generazione

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“Voti, seggi e parlamenti da Platone ai giorni nostri”: è questo il sottotitolo di un volume che può sembrare complessivamente curioso, sia per lo stile espositivo scelto dal suo Autore, sia per i profili e i problemi che si propone di indagare. Occorre dire subito che il libro non si occupa tout court di sistemi elettorali. La questione affrontata è differente e duplice: 1) qual è il modo migliore di votare nell’ipotesi in cui un certo collegio deve scegliere tra più di due opzioni? (In questo caso la domanda non vale solo per situazioni proprie delle elezioni politiche; nel testo si discute anche di decisioni assunte da commissioni, da consigli o da organi giurisdizionali) 2) qual è la soluzione tecnicamente più adeguata a garantire una corretta distribuzione di seggi parlamentari in corrispondenza di un certo numero di circoscrizioni elettorali di diversa dimensione? (Qui la domanda ha a che fare con uno snodo classico, quello della definizione della formula elettorale, che Szpiro analizza, in particolare, con riferimento alla controversa vicenda della scelta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un meccanismo che meglio garantisse la ripartizione dei seggi tra i diversi Stati: la Costituzione americana, infatti, si avvale di un criterio flessibile, che dipende dalla popolazione: v. l’art. 1, sec. II). 

Per entrambi i quesiti l’approccio è diacronico. Per il primo, si parte da Platone, mossi dalla suggestiva immagine di un filosofo in erba che non si dà pace per il modo con cui una “giuria” pubblica aveva condannato il suo maestro Socrate. Ma si viene presto a contatto con Plinio il Giovane e con la scoperta delle insidie nascoste nel voto a maggioranza semplice, specialmente per la debolezza che esso presenta nei casi di “voto strategico”. Si scopre anche che grandi pensatori medievali – Raimondo Lullo e Nicolò Cusano – hanno ipotizzato metodi di scelta che potessero evitare queste criticità, incappando, però, nella scoperta disarmante del carattere “intransitivo” delle votazioni tra più di tre alternative, o sperimentando comunque tutti i limiti di ogni soluzione che abbia l’ambizione di predefinire il merito di ogni potenziale opzione e di consentire ai votanti di stabilire una graduatoria. La cosa più stupefacente è che la scelta di un metodo può davvero condurre a risultati differenti. Il dibattito continua anche molto tempo dopo, nella Parigi rivoluzionaria: Jean-Charles de Borda viene studiato e poi criticato da Condorcet, che sancisce ufficialmente il paradosso dei voti a maggioranza semplice (in quanto sistematicamente forieri di soluzioni “cicliche”) e che, tuttavia, non riesce ad elaborare un valido stratagemma. Di lì a poco, Laplace suggerirà che solo la maggioranza assoluta (e, in taluni casi, una maggioranza ancor più qualificata) può dare qualche garanzia. Sarà l’inventore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (ossia Charles Lutwidge Dodgson, matematico di Oxford dal carattere un po’ difficile…), a cercare di immaginare, in piena età vittoriana, alcune varianti, ma con un tasso di difficoltà operative forse troppo elevato per permettere un’effettiva acquisizione del nuovo metodo su larga scala.

A questo punto, Szpiro passa al secondo problema, inanellando, con diversi esempi, le descrizioni delle soluzioni immaginate dai Padri della Costituzione americana e da tutti coloro che si sono confrontati con gli innumerevoli inconvenienti di quegli stessi espedienti, tra i quali spiccano grandi matematici ed economisti delle più influenti e prestigiose università degli USA. La cosa notevole di questa parte del volume è che l’appello alla migliore expertise matematica non sembra aver portato ad un risultato univocamente riconosciuto e condiviso, sicché, al di là di quanto avrebbe stabilito anche la Corte Suprema, ad ogni nuovo censimento (ogni dieci anni) la diatriba può riproporsi con effetti destabilizzanti. È così che l’Autore del saggio riprende nuovamente il primo problema e si sofferma sull’opera giovanile di colui che sarà anche un noto Premio Nobel, Kenneth J. Arrow, cui si deve la dimostrazione (disperante) dell’impossibilità razionale di una qualsiasi soluzione di scelta capace di preservare con sicurezza le preferenze individuali espresse nella società. In conclusione, per Szpiro, “l’opprimente matematica della democrazia non è destinata a scomparire”. Non esistono, cioè, accorgimenti capaci di ridurne i paradossi, se non uno, lo stesso che anche Szpiro lascia implicitamente intravedere qua e là, quando allude all’estremo grado di consapevolezza diffusa, istruzione e fair play che solo potrebbe evitare ogni manipolazione e che d’altra parte consente, di tanto in tanto, di riproporre l’attenzione di attori politici e di eminenti studiosi. Se non altro, l’indagine – la cui lettura non richiede conoscenze aritmetiche particolari ed alterna all’esposizione divertita del tema ritratti briosi dei protagonisti che con esso si sono cimentati nel corso dei secoli – prova, ancora una volta, che la democrazia non si può risolvere mai con in algoritmi e in fatti di pura volontà: parafrasando note e autorevolissime espressioni, tra “legge del numero” e “legge della ragione” la democrazia e la sua cultura stanno esattamente nel giusto mezzo. Vero è, ad ogni modo, che essere coscienti delle ambiguità sottese ad una procedura piuttosto che ad un’altra è parte assai rilevante di questa cultura. Ed è per questo che il lavoro di Szpiro non può passare inosservato.

Recensioni (di Piero Bianucci, di Anthony Gottlieb)

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Dopo Indagine 40814 Luca Valente pubblica un nuovo romanzo. Non è più un giallo, ma suspence e sorprese non gli difettano. Il modello è quello di un affresco storico, che si dipana dal 1918 al 1954. Il racconto parte con un approccio da feuilleton, presentando ben presto una passione d’amore che cresce sempre di più e che rappresenta, anche nei punti più drammatici, il vero architrave di tutta la narrazione. Il tenente Carlo Barbero è ferito sul fronte dell’Altopiano di Asiago e, durante la licenza che segue al ricovero ospedaliero a Schio, incrocia, nel mezzo del viaggio ferroviario, dapprima la giovanissima principessa Maria José del Belgio, già promessa sposa di Umberto di Savoia, poi l’altrettanto giovane Maria Luisa, collegiale di Poggio Imperiale, a Firenze. Di questa si innamora all’istante, e il caso lo porterà ad incontrarla nuovamente a Vienna, alla fine del conflitto. Lì cominceranno tutte le loro avventure, anche perché, da quel momento, il destino familiare che li attende sarà posto ripetutamente a dura prova, nonostante l’amicizia della Casa Reale. Infatti non sarà soltanto l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale a tenerli lontani; dovranno fronteggiare l’odio e l’ambizione di figure ambigue e crudeli, con le quali l’intelligenza, la dedizione e l’onestà di Carlo si scontreranno, per la prima volta, proprio nella capitale austriaca.        

Nel corso della lettura, a seguire le tante peripezie della famiglia, ci si aspetta che tutto termini nel materializzarsi effettivo di una conclusione felice. Anche il titolo del libro pare prefigurarla. Ma il posto migliore non è quello che sembra, e Carlo e Maria Luisa, tra gli orrori della guerra di Liberazione e le perversioni dei cattivi come dei buoni, dovranno passare il testimone ad altri, cui sarà, viceversa, concesso di vedere uno spicchio di riparazione terrena. Di più non è lecito dire. La parte finale va scoperta, visto che, in alcuni punti ben precisi, cambia registro del tutto, sostituendo il tono iniziale del romanzo popolare con squarci di puro stile pulp e con un realismo che quasi colpisce allo stomaco e al cuore. Luca Valente conferma in questa prova le sue abilità di scrittore artigiano, che nella trama tesaurizza in giusta dose i pregressi interessi di storico e una certa sensibilità, se non una sentita e spontanea fiducia, per un governo sovra-umano delle cose del mondo. Sono tante, infatti, le coincidenze e gli incontri che nell’intreccio si confondono, talvolta con un ricercato gusto del paradossale; ma non si tratta di un ingenuo espediente narrativo. È la voluta testimonianza di una fatalità che per Valente non ha radici rigorosamente laiche e che intende coniugare l’idea dell’incommensurabile con quella della sua reale incidenza. Ad ogni modo, se c’è un appunto che si può fare a Un posto migliore, ebbene questo è l’eccessiva lunghezza. Così confezionato, la sua collocazione perfetta sarebbe quella di una pubblicazione a puntate. Nel formato dell’unico volume, qualche dialogo in meno e un po’ di selezione in più avrebbero ulteriormente giovato, specie ad un tessuto narrativo che, se fosse stato bevibile in un unico sorso, avrebbe potuto essere ancor più avvincente.

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Il fascino di questa baleneide è grandissimo. Dopo una tigreide altrettanto avvincente, Einaudi rende disponibile al pubblico italiano un ulteriore e ottimo pezzo di non-fiction su uno degli animali più misteriosi e affascinanti del mondo. Nel testo, certo, la presenza di Melville è ingombrante. Ma si tratta di uno spontaneo e mitico riferimento obbligato, che Hoare sa dipanare abilmente come filo rosso di innumerevoli e interessantissime divagazioni: letterarie, storiche, antropologiche, economiche, naturalistiche… Da Nantucket alle Azzorre, da Cape Code all’Australia, si viene condotti, a colpi di pinna, sui ponti delle navi baleniere, tra le pagine di Hawthorne e Thoreau, nelle profondità degli oceani, lungo le viuzze dei piccoli grandi porti del New England e dello Yorkshire, all’interno delle misteriose e bizzarre stanze di collezioni e musei più o meno famosi. La suggestione è totale, tanto che la lettura – specialmente se compiuta tra gli scogli, in una breve ma intensa pausa agostana – non può che suscitare un’impressione simile a quella provata dall’Autore al suo primo contatto con il mammifero gigante: ”La balena mi ha respirato addosso: è come un battesimo” (p. 30).

Questo bel libro è adatto, in primo luogo, a tutti coloro che siano attratti dalla curiosità di sapere quali e quante risorse potevano essere estratte dal corpo di una balena: bastano poche pagine per capire perché i cetacei sono stati per lungo tempo il grande motore delle esplorazioni e dei commerci più redditizi e arditi. Ma le sorprese per il lettore comune sono molteplici: le balene non sono tutte uguali, sono capaci di performances estreme, possiedono un complessissimo sistema di comunicazione e di caccia, sono assai longeve, tendono a dare un forte significato ai legami familiari e di gruppo. Soprattutto, poi, hanno sempre esercitato, per l’uomo, un’irresistibile forza magnetica e un efficacissimo fattore di circolazione di tecnologie e di idee, veri dispositivi euristici ed efficienti agenti globalizzanti prima che la globalizzazione venisse teorizzata; ovvero, e meglio, prove tangibili e vaganti di un’umanità universale che sempre è esistita e che oggi, davvero, non può più trovarci indifferenti. Ecco, dunque, perché occorre prendersi cura di questi giganti compagni di viaggio: essi sono i custodi di un patrimonio che ci riguarda molto da vicino.

Recensioni (di Fulvio Ervas, Luigi Mascheroni, Alberto Manguel, Nathaniel Philbrick, Rachel Cooke, Doug Johnstone, Jonathan Mirsky)

Il blog dell’Autore

Riascoltare (in formato audiolibro) e rivedere (nel kolossal di John Huston) Moby Dick

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In questo gradevolissimo libretto, che risale al 1953, Giorgio Pasquali, il più grande filologo italiano, legge e commenta le memorie di Ludwig Curtius, uno dei più famosi archeologi tedeschi. Non è una recensione, anche se forse potrebbe costituire un prototipo per chiunque volesse cimentarsi in modo proficuo con questo genere di esercizio. Raccontare l’esperienza del collega è lo spunto per una serie di divagazioni e di osservazioni su costumi e formazione della classe intellettuale borghese tra Ottocento e Novecento, in Italia come in Germania e in Europa, ed anche su alcuni importanti eventi storici, quali il primo conflitto mondiale e l’avvento di fascismo e nazismo. Sono molto incisivi anche i ritratti, pur velocissimi, di studiosi e di uomini noti di quei tempi, con una particolare attenzione dell’Autore per tutto ciò che serve a rappresentare lo stretto e necessario legame tra la vita dello scienziato e le questioni pubbliche dell’epoca in cui vive.

Alcuni giudizi di Pasquali – soprattutto quelli su istruzione e mondo accademico – sono impagabili. Essi costituiscono lo specchio fedele, e critico, di un modello educativo definitivamente scomparso, ma, allo stesso tempo, possono anche offrire qualche idea per volenterosi riformatori del giorno d’oggi e, più in generale, per tutti coloro che, nel loro mestiere, abbiano a che fare con la crescita dei più giovani. Non si tratta di vagheggiare il ritorno integrale a insegnamenti che, lungi dall’essere validi in sé e per sé, presuppongono l’adesione a formule socio-economiche non più riproponibili. Tuttavia si può ancora apprezzare il gusto e l’ambizione per una concezione forte della cultura e per il valore che essa può avere nella costruzione di sensibilità libere e consapevoli. È esemplare, tra i tanti, il passaggio in cui Pasquali si esprime sulle tante ed eterogenee letture del giovane Curtius: “lesse certo disordinatamente, che è il modo migliore per chi ha interesse sincero per umana cultura, per chi non si chiude fin da principio dentro un gretto specialismo, rinunziando, per divenire scienziato senza perdere il tempo, a essere uomo (e la rinunzia per lo più uccide in germe anche lo scienziato)” (p. 34).

L’edizione confezionata da Adelphi reca, oltre a due brevi contributi di Giacomo Devoto e Eduard Fraenkel, anche una bella nota di Marco Romani Mistretta, il cui merito è sicuramente quello di evidenziare compiutamente la nostalgia e l’ammirazione di Pasquali per l’idea “già humboldtiana dell’università come indiretta educazione alla vita più che diretta chiusura nel sapere” (p. 231). Anche questo testo, in verità, non può essere chiuso in se stesso: dopo l’ultima pagina il desiderio più grande è di seguire il Nostro in altri e simili pensieri. Fortunatamente, la cosa è facile. Basta entrare in biblioteca e cercare i suoi quattro volumi di stravaganze per continuare ad immergersi in scorribande ancor più gradevoli.

Le “Pagine stravaganti di un filologo” secondo Sebastiano Timpanaro

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Perché a nessuno piace il caffè di Denis Bortolato? La storia raccontata da Paolo Ganz non dà una risposta a questa domanda, ma è bene che il quesito resti ancora irrisolto, perché ad essere tutto da chiarire è il destino di questo nuovo e simpatico personaggio. Che è alla prima tappa di una vera e propria trilogia, e che assume i lineamenti del migliore degli eroi, che anche quando vince finisce comunque per soccombere e per dover ricominciare tutto da zero. Ma, per l’appunto, va bene così: l’esordio di questa singolare figura di ex galeotto ha il sapore di un secondo battesimo, di un’occasione per tentare una nuova vita e per soddisfare una nuova coscienza di sé.

Bortolato è sempre stato sfortunato. Ha affrontato la galera per essersi lasciato coinvolgere in una rapina, e ora, scontata la pena, ripara cellulari fuori garanzia in un piccolo laboratorio e convive nella sua Venezia con la madre anziana e malata. Tutto sembra averlo relegato al margine di un’esistenza ormai compromessa, movimentata soltanto dalle avances di una signora viziata. Ma un giorno, nella scheda della memoria di un cellulare, vede cose che non avrebbe dovuto vedere ed entra così in un tunnel di paura, minacce e ricatti, che lo porta a rendersi protagonista di una pericolosa spedizione, seguito a vista da un perspicace commissario di polizia. Bortolato, quindi, ha occasione di crescere: fa esperienza di passioni sconosciute; apprende le terribili vicende di conflitti troppo a lungo dimenticati; rischia la vita e salta dall’altra parte, come se avesse dimostrato, all’improvviso, di essere un degno “figlio” del vecchio Duilio Benussi, l’anziano custode che ha voluto fargli da “padre” nonostante il segreto che si apprende solo nelle ultime pagine del libro.

Ci sono assaggi di Carlotto in questo romanzo, ma anche atmosfere alla Heinichen. E forse, quindi, si può avere l’impressione che Ganz si sia esercitato in un po’ di maniera. La lettura, però, non stanca. L’Autore c’è, con il suo amore per la musica, e pure Venezia è quella reale, tra le immagini – e gli odori, e i sapori – della sua più attuale quotidianità e gli sprazzi sempre affascinanti di una città chiamata a restare particolare. Ettore Premoli e la sua squadra di poliziotti bene assortiti non sono da meno; e la stessa cosa si può dire per le due belle figure dell’enigmatica Donata Drescig e della stranissima e “stregonesca” Ada. I puristi potrebbero obiettare che Ganz non è esente da qualche difetto di scrittura. Tuttavia è bello fantasticare anche su questo profilo: che ce lo rende più autentico, nella sua dimensione, ostinatamente voluta, di perfetto e disordinato autodidatta, che, come la maschera che si è inventato per mezzo di Bortolato, non può che tendere a migliorarsi e a convincerci nuovamente.

Una presentazione del libro

Il sito dell’Autore

Dalla “colonna sonora” del libro: Con dos camas vacías, di Joaquín Sabina

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Grazie alla segnalazione di un vulcanico collega, approdo alla newsletter settimanale (Il Rosso e il Nero) che Alessandro Fugnoli pubblica sulla home page di Kairos, società che si occupa da anni di gestione del risparmio e che, in tale settore, svolge senz’altro un ruolo di leader ormai riconosciuto. La scoperta è piacevolmente sorprendente, come lo potrebbe essere quella di un cocktail frizzante e corroborante, o di un canale radiofonico cui sintonizzarsi per godere in ogni momento di rapide ma continue improvvisazioni jazzistiche.

Fugnoli, infatti, somministra pillole di economia e di analisi strategica mediante brillanti ed incisive incursioni nella filosofia, nella storia, nell’arte e nella letteratura: e così rende affascinante ed umano ciò che talvolta tendiamo a percepire erroneamente soltanto in modo asettico, freddo e distante. Soprattutto, ci aiuta a ricordare – a suo modo seguendo le orme di Carlo M. Cipolla – che in economia i modelli astratti non sono sempre vincenti e che un valore determinante lo può giocare la corretta valutazione delle esperienze, presenti e soprattutto passate, e un’attenta e smaliziata previsione dei comportamenti individuali e collettivi.

Le domande che nella newsletter potrebbero trovare una risposta sono tantissime. Ad esempio: è possibile comprendere il senso e i limiti del regime europeo di volontaria austerità economica muovendo da Savonarola e Robespierre? Perché magnati russi e cinesi investono in divise che rendono meno di quelle nazionali? Che cosa c’entra il Katéchon con l’euro? Perché per orientarsi nel complesso mondo degli investimenti può essere utile leggere Dino Buzzati? Questi sono soltanto alcuni degli innumerevoli percorsi che può suggerire la lettura de Il Rosso e il Nero e dei suoi densi archivi, che sono raccolti e resi disponibili sin dai numeri del 2010, e che, data la loro freschezza espositiva, paiono indenni dal naturale rischio di scadenza cui possono incorrere i temi e gli eventi fatti oggetto di attenzione. Che altro dire… È davvero un appuntamento da non perdere!

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È stato finalista al Premio Calvino 2012, con il titolo Lo stile del giorno, e come tale ha guadagnato la menzione speciale della giuria. Ora Bert e il Mago ha una nuova veste ed è disponibile alla curiosità di tutti i lettori, per l’editore Nutrimenti. Si tratta di 518 pagine di grande intensità, nelle quali le vite parallele di Bertolt Brecht e Thomas Mann si dipanano e si dimostrano, per una ricostruzione romanzata che, forse, è più verosimile di ogni altra ricerca storica sulla crisi di un’epoca intera e su due diverse esperienze di resistenza intellettuale e morale. L’avversione per il nazismo le accomuna, ma gli itinerari e i riferimenti ultimi sono del tutto differenti. Per Brecht è questione di denunciare e combattere un modello di società, quella stessa cultura borghese che per Mann, viceversa, rappresenta la culla, veneranda ed insieme terribile, della grandezza tedesca, e che avrebbe potuto e dovuto ergersi a vero presidio nei confronti dell’arroganza, dell’ignoranza e della barbarie, anziché alimentarne gli impliciti e falsi presupposti di superiorità morale e sociale. Di qui le due opposte reazioni all’ascesa di Hitler; di qui l’iniziale attendismo dell’autore de I Buddenbrook; di qui la tragica consapevolezza, maturata da questo durante l’esilio americano, sull’impossibilità di salvare il proprio popolo, per lui integralmente colpevole, e per il drammaturgo, invece, vittima di una classe corrotta e scellerata.

I passaggi più importanti del volume, forse, sono tre (anche se è difficile isolarne parti minori): la resa e la spiegazione delle idee sottese al teatro epico di Brecht (disseminate, per vero, in molte pagine: v., ad esempio, l’efficacissima sintesi a p. 155); il capitolo che porta il titolo originario del libro intero (Lo stile del giorno, pp. 315 ss.), nel quale assistiamo, nell’esperienza dell’esule, alla rappresentazione del nucleo fondamentale delle convinzioni intellettuali di Mann; l’intensa conversazione che Pasanisi immagina essersi svolta tra Mann e Brecht in un giardino di una villa californiana (Il confronto, pp. 351 ss.). Occorre ricordare, comunque, che quello di Pasanisi non ha il tenore di un saggio. I protagonisti interagiscono e dialogano, con i loro amici, con i loro cari, con i loro colleghi (scrittori, musicisti, poeti…). E allo stesso tempo soffrono, si inorgogliscono, vivono storie d’amore e passioni, grandi delusioni e altrettanto grandi paure. È magistrale il modo con cui l’Autore rende il rapporto così difficile tra Thomas Mann e il fratello Heinrich, o i figli, in particolare Erika e Klaus, che morirà suicida. Ma è davvero ineguagliabile anche il ritratto della sembianza estremamente viva ed inafferrabile di Brecht, della sua indipendenza totale, della sua irrefrenabile libertà affettiva e sessuale.

All’umanità, peraltro, Pasanisi – che forse tradisce, a conti fatti, una maggiore predilezione per la figura di Thomas Mann – accosta sempre un’attentissima e convincente ricostruzione della cifra letteraria e della statura complessiva dei due grandi maestri: di un magnifico e certosino artigiano della bella scrittura, capace, però, di intuire meglio di chiunque altro la seduzione e gli abissi di una tradizione romantica che per essere veramente immortale esige dai suoi interpreti una fortezza quasi insostenibile; ma anche di uno straordinario poeta, integralmente votato a fare dell’arte uno strumento concretamente rivoluzionario e a rendersi così interprete di un universo di valori che può dirsi appagante solo se reso oggetto di un’aspirazione continua ed instancabile. Così frapposti, a pensarci meglio, Bert e il Mago non sembrano realmente inconciliabili: è questo ciò che l’Autore voleva suggerire? L’immagine della copertina è l’indizio decisivo: la migliore testimonianza intellettuale e civile di un certo Novecento è una fusione di energie e di intenzioni che quasi mai si sono incontrate, di mondi che, in quanto divisi, non sono stati in grado di evitare un terribile naufragio.

Recensioni, di Massimo Mario e di Daniele Abbiati

Un’intervista all’Autore e un’auto-presentazione del libro (perché Thomas Mann e Bertolt Brecht?)

Thomas Mann raccontato da Marino Freschi

Bertolt Brecht raccontato da Max Raabe (auf deutsch!)

Il Mago e Bert on line: ThomasMann.de e International Brecht Society

L’ultima casa di Bertolt Brecht (di Davide Orecchio)

La nuova edizione di un capolavoro di Mann (di Pietro Citati)

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Chi non conosce la storia di Guglielmo Tell? Per gli smemorati, è la famosa vicenda di quel cacciatore svizzero che è costretto ad impegnarsi nella folle sfida di colpire con la sua balestra la mela posta sul capo del figlio: che fare? Ritirarsi, e cedere così al sopruso del potente che lo ha provocato in tal modo; o difendere l’onore, proprio e della propria gente, aggrappandosi alle sue innate capacità di tiratore? Questa storia, connotata dai lineamenti incerti che si addicono alla leggenda, è anche al centro del mito fondativo della Svizzera e della conquista della sua autonomia e della sua neutralità: il potente che sfida Tell, infatti, non è altro che un rappresentante dell’autorità imperiale degli Asburgo, e la vittoria del valligiano, che si rifiuta di omaggiarne pubblicamente le insegne e che per questo è spinto alla celebre prova, fissa un confine che per quell’autorità non sarà mai più valicabile. Si tratta, quindi, di una cosa seria, che per ogni svizzero assume tuttora un significato particolare.

Tuttavia, ecco irrompere il simpatico libretto di Max Frisch, che presenta il suo Guglielmo Tell e si misura nel genere originalissimo, se non unico, del racconto glossato, di una sequenza semiseria di tanti brevi capitoli che, alternati ad un cospicuo e gustoso apparato di note, riescono in un effetto tra il comico e lo straniante. È comico, questo Tell, perché è buffo, pigro e per nulla imperioso il suo antagonista, che peraltro è il personaggio principale della trama disegnata da Frisch e che viene ritratto, per così dire, sin dai primordi della sua avventura: ha un nome sempre incerto; non desidera altro che andarsene via al più presto; cerca di interloquire ed integragire con gli autoctoni, ricevendone spesso l’indifferenza e l’ostilità; si sente a disagio ed è preso in giro anche dai bambini, che lo scambiano per uno spiritello malvagio; se si propone qualcosa, poi, lo fa soltanto per ripristinare un po’ di legalità, di buon gusto e di correttezza. Allo stesso tempo, il Tell di Frisch è straniante: perché nelle note si apprende che, stando alle poche fonti realmente attendibili, le possibili variazioni del tema leggendario sono molte e che, forse, alla base delle rivendicazioni locali, non ci sono solo atti di nobile resistenza, ma anche aspirazioni puramente egoistiche o, semplicemente, la pervicace consuetudine ad una vita appartata e ad orizzonti spaziali e mentali completamente rigidi ed autoreferenziali. Inoltre, proprio sul più bello – proprio nel momento in cui si cerca di capire che cosa avrebbe scatenato l’incidente diplomatico ed accelerato il corso degli eventi – lo smaliziato romanziere arriva quasi al punto di combinare la comicità e lo straniamento, avvalorando l’idea che a dominare la scena sia stato soltanto un equivoco e che il povero balivo si sia trovato, suo malgrado, a doverne pagare l’indebita conseguenza.

Frisch riesce nell’impresa di “smontare” una gloria nazionale senza, con ciò, travolgerne del tutto l’importanza storica e senza, soprattutto, sminuirne l’originalità. Si può dire, anzi, che il puntuale apparato critico, se da un lato enfatizza gli ironici strali che il grande scrittore rivolge nei confronti di ogni retorica, dall’altro facilita la contestualizzazione più seria e il confronto più critico, nella prospettiva di chi tiene al passato, ma (preferibilmente) a quello più autentico e sincero. È un’opera “per la scuola”, in effetti: perché l’operazione di memoria che Frisch compie ha un chiaro intento culturale e pedagogico, alla ricerca di un’identità che non sia il frutto di stereotipate e comode rappresentazioni. Ma Guglielmo Tell per la scuola è anche un manifesto letterario, l’ottimo esemplare dei canoni teorizzati in Quadrato nero, per i quali la realtà più vera può solo essere inventata e l’immaginazione presenta chiavi di lettura che la ragione, da sola, non permette di azionare completamente. In questo testo, alla fine, l’Autore dell’indimenticabile Homo Faber sembra davvero molto vicino a Dürrenmatt e ci offre, così, un’altra buona occasione per conoscere meglio e per comprendere appieno quella profonda capacità decostruttiva che lo ha reso famoso e che non sorge esclusivamente da un esercizio estremamente analitico, ma sa trionfare specialmente quando esplode, nelle pieghe di un sorriso, da una considerazione del tutto onesta delle naturali debolezze degli uomini.

Il Max Frisch Archive

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Originale e accattivante: sono questi i due pregi del romanzo di Ballestracci, che per qualche strana combinazione di intuizioni e di emozioni – non ultime quelle che suscita la foto in copertina, di Enrico Pandiani, altro “asso” di Instar Libri – non può che ricordare il bellissimo Tutto il ferro della torre Eiffel di Michele Mari; ciò, almeno, al lettore che si scopra meno incline alle mode del momento. Personaggi reali e spezzoni di storia e di vite effettivamente vissute si mescolano a trame variamente inventate, in intrecci e coincidenze sorprendenti quanto intelligenti.

Questa volta, però, i protagonisti non sono Bloch, Benjamin o Céline, e non agiscono soltanto nello spazio di una città “magica”. In questo caso, al centro di una scena che trascorre dall’Europa del 1938 all’Argentina degli anni Settanta e Ottanta si muovono indimenticati campioni sportivi, degli scacchi, del calcio, del ciclismo e del pugilato: da un mitico Gino Bartali a Ezi Willimoski, prolifica punta delle nazionali polacca e tedesca; da Matthias Sindelar, grande attaccante dell’Austria Vienna degli anni Trenta, al giovanissimo Diego Armando Maradona; da Carlos Monzón, uno dei più forti pesi medi della boxe, a Rodrigo Valdéz, suo tenace rivale. Le loro imprese fanno da sfondo e da contrappunto ad altre piccole e grandi vicende di valore e di resistenza, che sono, al contempo, testimonianza di amore e di passione incondizionata per lo sport, ma anche di sofferenza, di esilio e di persecuzione: a causa del dilagare del Nazismo, ma anche in ragione delle brutalità estreme dei rapimenti e delle torture messi in atto dai generali golpisti di Buenos Aires. Tra le righe, allora, compaiono e agiscono anche figure drammaticamente note e terribili: Adolf Eichmann, Martin Bormann, Klaus Barbie; così come Eduardo Acosta, Alfredo Astiz, Mario Alfredo Marcote.

Figura chiave di tutto il racconto è Casimiro Stablinski, prodotto diretto della penna, sempre curiosa, di Ballestracci. È il figlio del Leopoldo Stablinski che si incontra nelle prime pagine del libro e che si presenta, subito, come l’emblema dell’ebreo errante e, più in generale, di una porzione di umanità tragicamente predestinata a sperimentare continuativamente l’inesorabile follia della storia. Sarà proprio Casimiro, in tale destino, a fare da vittima, e la sua esperienza estrema gli consentirà la conquista di una dura consapevolezza, che, pur affascinata dalla logica della vendetta più feroce, si scioglierà nell’immaginazione di una giustizia tutta terrena e tutta incerta. In proposito, l’epilogo del romanzo è un vero capolavoro di pastiche storico-letterario, con le scene del processo Eichmann che trascolorano improvvisamente nei fotogrammi dei primi e recenti giudizi ai torturatori dei desaparecidos argentini: e qui troviamo Casimiro, che vi assiste assieme a Kaddish Poznan, felicissima incarnazione dell’omonimo protagonista de Il ministero dei casi speciali di Nathan Englander.

La storia balorda è una lettura altamente raccomandabile, non solo per il prezioso atto di memoria che l’Autore rende allo sport, alla letteratura e a tanti sconfitti del Novecento più drammatico. Il volume stupisce anche per le trovate ripetute e intense, diffuse a profusione nel corso della narrazione: la pagina su Paolo Rossi al mondiale del 1978, paragonato al coyote di Mark Twain, è semplicemente geniale; l’intermezzo su e con Osvaldo Soriano – l’autentica “musa” ispiratrice dell’Autore – è un meccanismo perfetto ed in sé compiuto; la sovrapposizione delle sfide calcistiche di Argentina ed Inghilterra con gli episodi della guerra delle Malvinas è epica pura ed azzeccata. Con Ballestracci, che è anche un quotato bluesman, basta soltanto avere un po’ di pazienza: abbandonarsi, cioè, al flusso degli eventi e delle tante e diverse epifanie del tempo che scorre. Attimi di vero piacere e momenti di profonda riflessione non solo possono coesistere; sono garantiti.

Le recensioni di Giovanni Pacchiano e di Giorgio Sbrissa

L’Autore si racconta

Il blog di Ballestracci

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