Fine della seconda guerra mondiale: un bambino di sette anni, con una sedia sopra la testa, attraversa spavaldo una Trieste liberata ma ancora militarizzata. È Flavio, il papà dell’Autore. L’immagine – immortalata in una vecchia foto di giornale – apre una fitta galleria di ricordi, di racconti, di conversazioni, e anche di indagini: sulla propria eredità sentimentale e sulla storia di una città multietnica e conflittuale. I due livelli si sovrappongono costantemente, con un effetto di rimbalzo reciproco, talvolta semiserio e scanzonato, talvolta emotivamente forte, comunque molto efficace. La sensazione è che i protagonisti siano tutti attori di un film, che va assemblandosi pagina dopo pagina. È il lungometraggio di una terra e di una popolazione martoriate da un lungo destino di esili, di guerre, di passioni, di separazioni, di crimini e scontri atroci, al di qua e al di là della cortina di ferro. Ma è anche l’autobiografia di un’identità multiforme e di una comunità esuberante, da sempre eterogenea ed errante; la fisiologia di un avvitarsi collettivo e individuale psicologicamente complesso, sempre indefinito, e per questo fertile e maturo, pronto per una nuova chance di vivace cosmopolitismo, sulle orme di Berlino e di Belfast. Di questo vuole convincersi, e convincerci, anche Covacich, che in una tale impresa si fa aiutare dai suoi eroi, dai personaggi che ha deciso di eleggere a numi tutelari del suo percorso narrativo: il poeta croato Ivan Goran Kovačic, rievocato nell’esemplare durezza della sua tragica e paradossale parabola esistenziale; lo scrittore italianissimo Pier Antonio Quarantotti Gambini, alfiere, testimone e custode di un’epoca di slanci e di rivendicazioni politiche e culturali; il grande compositore istriano Antonio Bibalo, triestino di nascita ma campione riconosciuto solo nella sua Norvegia; e il Fulvio Tomizza di Materada, il collega e il compatriota a tutti gli effetti, riscoperto tra i colori tenui di un paese, il suo paese, che, a ben vedere, non ha mai smesso di essere allergico a ogni confine.

Il libro è semplicemente bello. Forse la chiusa cede un po’ alla retorica, e i ripetuti riferimenti a Kafka e a Joyce, come a Svevo e a Saba, sono un po’ di troppo, perché scontati (ma come evitarli?). Eppure la Trieste di Covacich è un universo che attrae. In primo luogo perché ciascuno di noi ne ha una: è la città della nascita e dell’adolescenza; degli affetti e delle genealogie familiari; delle fughe, delle nostalgie e dei ritorni; di tutti i piccoli grandi miti personali, sui quali vorremmo scrivere tutti una sceneggiatura, anche soltanto per trarne egoisticamente un supplemento di energia e di motivazione. Poi, però, in questo testo emerge anche una virtù che trascende questo piano. Trieste è uno snodo singolare di culture e di occasioni di analisi e di pensiero, un luogo in cui si può essere tante cose – italiani, asburgici, sloveni, croati, ebrei, contadini, marinai, impiegati, migranti, viaggiatori, imprenditori, musicisti, scrittori… – senza mai provare la sensazione di non capirsi. Anzi, l’idea di Covacich è che questo impasto sia, più in generale, il segreto e il modello di un’umanità più ricca, quella di cui il nostro tempo (la nostra Europa) sembra avere davvero bisogno. Ed è un’idea – particolare non trascurabile – scritta bene, con grazia, e assistita da un approccio molto interessante alla letteratura e allo spazio che per l’Autore le si addice più di ogni altro. A Covacich interessa la descrizione e l’analisi del rapporto costante e fondamentale tra l’io e le tante cose che lo costituiscono dall’esterno, offrendogli così il modo di essere davvero cosciente e determinante. Ecco perché questa Trieste non è un semplice spot sul fascino di un capoluogo mitteleuropeo. In una simile prospettiva – i luoghi come laboratorio dell’anima e della consapevolezza, personale e collettiva – il titolo del libro è già un manifesto più che eloquente; non serve dire altro. Può essere utile, invece, aggiungere un consiglio: provare a leggere La città interiore dopo aver visto due brevi docufilm, entrambi usciti nel 2012 dalla fucina di Elisabetta Sgarbi: Il viaggio della signorina Vila e Trieste: la contesa. Due piccoli gioiellini, che, con questo volume (prodotto, in fondo, dalla stessa firma…), completano un trittico suggestivo e stimolante.

Recensioni (di E. Barbieri, C. Battocletti, A. Mezzena Lona, S. Pent, C. Taglietti)

Conversazione con l’Autore (su radioradicale.it)

Mauro Covacich a Fahrenheit

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Dave Nichols, ricchissimo uomo d’affari di San Diego, chiede a Boone Daniels, ex poliziotto e investigatore privato, di indagare sulla moglie Donna, perché teme che questa lo tradisca. Boone accetta, anche se pensa che si tratti di una seccatura bella e buona. Del resto deve occuparsi anche di un altro incarico, molto più scottante. Lo studio legale di Alan Burke, presso il quale lavora la bella Petra, gli ha commissionato un compito di cui non avrebbe mai voluto sapere: capire se è possibile scagionare Corey Blasingame, il giovinastro che è stato accusato di aver ucciso Kelly Kuhio, leggenda del surf californiano. Il fatto è che Boone e i suoi più cari amici, tutti surfisti, erano molto legati a Kuhio. Nessuno vorrebbe che Corey, ragazzo violento e razzista, la faccia franca. Eppure Boone comincia a lavorare, attirandosi il rancore dei suoi inseparabili compagni e di tutta la pattuglia dell’alba, il mitico gruppo di surfisti che si ritrova quotidianamente alle prime luci del mattino per celebrare ogni nuovo giorno sulle onde, e che sul mare precede sempre gli affezionati più attempati – i professionisti e i benestanti… – della successiva ora dei gentiluomini. Questa volta, però, Boone si è cacciato proprio in un brutto guaio. Perché si accorge ben presto che Corey non può aver ucciso Kuhio e che Donna tradisce effettivamente il marito, peraltro con un uomo che nel frattempo viene assassinato; e la polizia, dal canto suo, accusa di ciò anche Boone. È un ginepraio, intricatissimo. C’è odore di strane speculazioni immobiliari, di fastidiosi sodalizi xenofobi, di confessioni sostanzialmente falsate, se non estorte… e naturalmente c’è da rischiare la vita, perché la verità è davvero difficile da ingoiare e di mezzo si è messa anche la più spietata malavita della Baja California. Le due indagini finiscono per intrecciarsi, inevitabilmente, e per Boone è l’anticamera di una nuova avventura.

Don Winslow è un ottimo romanziere, ma la cifra che più gli si addice è quella del grande sceneggiatore. Il suo Boone Daniels – che aveva già debuttato in La pattuglia dell’alba – sembra un nuovo e perfetto Magnum P.I., senza Higgins, certo, senza T.C. e Rick, e senza isole Hawaii. Ma ha tutto il fascino che serve, vive nella San Diego di Simon&Simon, si muove a suo agio in splendide spiagge, ha un gruppo di amici veri e un senso innato per la scelta giusta. Ovviamente Boone deve scontare il fatto che gli anni Ottanta non ci sono più, e che non c’è più un Vietnam da dimenticare. Quindi il quadro è radicalmente, e quasi logicamente, più corrotto e più violento di quanto avrebbe potuto essere allora. Tuttavia, dai tempi di Point break, surf e scena del delitto funzionano assai. E in questo libro c’è anche da confrontarsi con un crimine organizzato pronto a qualsiasi cosa, fattore che in tempi di Gomorra non è per nulla stonato. Questo, a ben vedere, è il prezzo da pagare all’altro Winslow, quello de L’inverno di Frankie Machine o de Il potere del cane, il conoscitore freddo e crudo (come pochi) del gangsterismo legato al narcotraffico. Comunque sia il mix è gradevole, anche perché è ben temperato da una trama e da un tono che solo il legal thriller può assicurare. Una volta cominciato, insomma, è dura lasciare questo libro. Il finale lascia pure presagire che ci sarà presto un terzo atto e che con tutta probabilità non sarà l’ultimo. In questa serie, infatti, Winslow ha dato vita a tanti personaggi che non si sono ancora rivelati appieno e i cui tratti fanno pensare a potenzialità di livello, ancora inesplorate. Li aspettiamo fiduciosi sulla battigia, con i piedi già in acqua.

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In una Milano fredda e sferzata dal vento, Carlo Monterossi, noto autore televisivo di talk show tanto trash quanto di successo, viene coinvolto in una brutta storia. Un venditore di auto di lusso e un’accompagnatrice di alto bordo sono stati uccisi, freddati dai proiettili di una stessa pistola. La seconda è stata anche torturata. Il vice-sovrintendente Ghezzi, per caso, si è quasi imbattuto nell’assassino, ma gli è andata male. Ora Carlo è preso da una rabbia invincibile: aveva conosciuto la donna – si faceva chiamare Anna – e non riesce a perdonarsi di non essere riuscito a intravedere il pericolo mortale che l’ha travolta. Cominciano le indagini, dunque, su tutti i fronti. Si muove la polizia, sia ufficialmente, con la squadra del sovrintendente Carella, sia ufficiosamente, con un Ghezzi quanto mai determinato. Si muove però anche Carlo, con l’amico Oscar, enigmatico factotum metropolitano. Il punto è che gli indizi sono pochissimi e che il killer è ancora a piede libero. Quel che è certo è che sta cercando un fantomatico “tesoro”, qualcosa che Anna custodiva, forse per lui. Le strade, così, sembrano condurre tutti gli investigatori verso la figura di un rapinatore tuttora latitante, vecchia fiamma della giovane uccisa. È lui il colpevole? Naturalmente le strade della polizia e quelle di Monterossi si incrociano subito e finiscono per convergere, almeno in parte. Almeno fino a quando il caso sembrerà risolto. Poi spetterà proprio a Carlo, tra suggestioni letterarie e frequentazioni (sic) cimiteriali, a scoprire gli ultimi segreti e agire di conseguenza.

Carlo Monterossi è una proiezione narrativa dell’Autore. I due fanno lo stesso mestiere, e la sensazione è che al secondo piacerebbe davvero vestire i panni del primo. Soprattutto, però, Monterossi è un personaggio ben riuscito, felicemente ammiccante: fa un lavoro che gli permette di vivere comodamente; è un uomo affascinante; ha un’agente che ci si immagina come un incrocio tra Giusy Ferré e Mara Maionchi; è coccolato dalle attenzioni culinarie della portinaia straniera che tutti vorrebbero avere; e si scopre saltuariamente detective non per passione o per affezione, ma per un insopprimibile istinto morale, che lo porta sempre, come per forza di gravità, a scegliere la via più complicata e ad andare fino in fondo. Robecchi, poi, scrive in modo efficace, possiede i ferri del mestiere e conosce i trucchi del genere. Le virtù del romanzo, dunque, sono tutte qui. Il punto è che, talvolta, queste virtù possono essere anche viziose. Perché quando i fattori di forza sono così evidenti, allora tutto rischia di sapere un po’ troppo di costruito. Specialmente quando di ingredienti giusti ce ne sono a bizzeffe. Sia chiaro che il libro è piacevolissimo e che questa terza avventura di Monterossi non è da meno delle precedenti. Quindi l’occasione è più che buona per constatare, ancora una volta, che nell’attuale e variegato mondo del noir italiano “nulla si crea e nulla si distrugge”, e che è difficile, pertanto, distinguere la ricorrenza puntuale, ma armoniosa, di veri e propri tòpoi dal peso specifico della riproducibilità tecnica, paradigma assoluto al quale l’opera d’arte finisce comunque per obbedire, da molto tempo ormai, anche in questo settore.

Recensioni (di Pietro Cheli; di Antonio D’Orrico; di Anna Girardi; di Sergio Pent)

Il sito dell’Autore

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Daniele Mallarico vive a Milano, è anziano. È reduce da un fastidioso intervento chirurgico. Ha anche un lavoro urgente da fare: è un famoso illustratore, gli sono stati commissionati alcuni disegni per una nuova e lussuosa edizione di The Jolly Corner, un racconto di Henry James. Ma la figlia Betta gli ha chiesto di scendere a Napoli per pochi giorni, perché possa restare a casa con il nipotino, il piccolo Mario, mentre lei e Saverio, suo marito, partecipano a un importante convegno di matematici. Daniele non se la sente di sottrarsi. Quindi torna nella vecchia casa di famiglia, per accudire Mario e dare a sua figlia e al genero una nuova occasione, sì che risolvano i loro costanti dissensi coniugali. E poi potrebbe anche approfittarne per lavorare un po’, per mettere mano a quei disegni che lo assillano e dimostrare al giovane editore di meritare ancora la reputazione che gli viene riconosciuta nell’ambiente. Tuttavia la faccenda si rivela un po’ più complessa di quello che sembra. Da un lato la casa di famiglia pare animata da fantasmi e ricordi del passato, che gettano il vecchio artista in una specie di malinconica crisi di identità. Dall’altro Mario, bimbo apparentemente compìto e istruito alla perfezione, proprio non concepisce di lasciare in pace il nonno, coinvolgendolo in una serie di piccole avventure casalinghe. Tanto che, di gioco in gioco, di scherzetto in scherzetto, si genera una tensione crescente, della quale, ad un certo punto, si comincia a temere qualsiasi risultato. L’epilogo, in verità, è semplice, normalizzante, come lo può essere una tranquilla passeggiata nella nuova metropolitana di Napoli. Ma il libro non è finito, perché al racconto seguono appunti e schizzi di Daniele Mallarico, una specie di diario di viaggio, che funge da corredo quasi critico alla storia, a chiarimento di ciò che essa ha potuto significare per il suo protagonista.

Poco tempo fa, in un’intervista televisiva, Dacia Maraini ha detto due cose formalmente contraddittorie, che ora, però, mi tornano sorprendentemente utili, ossia: 1) che sugli scaffali della sua libreria campeggia tutta l’opera di Henry James; e 2) che leggere i bravi scrittori italiani è essenziale, soprattutto per chi vuole imparare a scrivere. Bene. Queste, in estrema sintesi, sono esattamente le due (ottime) ragioni per leggere Scherzetto, che ci invita a riscoprire un assaggio di James, e dunque a correre subito in biblioteca a procurarsene dell’altro, e che al contempo appartiene all’articolato e ricco immaginario di uno dei narratori più capaci e coerenti del panorama letterario italiano, da conoscere e da frequentare anche al di là del suo ruolo ufficiale di consorte di Anita Raja, alias Elena Ferrante. Il libro, del resto, è interessante sia per motivi stilistici, sia per contenuto. In primo luogo Scherzetto è tale di nome e di fatto, nel senso che è esso stesso uno scherzo, un gioco, una variazione elaborata dall’Autore a partire da un plot e da una tecnica narrativa predefiniti e classici. Starnone dimostra di essersi impadronito molto bene dell’abilità, tipica di James, di creare dal nulla atmosfere cariche di suspense. In secondo luogo, anche Daniele Mallarico, come lo Spencer Brydon del racconto di James, si trova immerso in una situazione quasi diabolica, attratto e colpito da un trick psicologico potenzialmente fatale e concretamente rigenerante. Lo spiritello, in questo caso, non è un misterioso e antagonista alter ego, ma si nasconde nell’impertinente spontaneità del nipote, che all’improvviso consegna al nonno, stupefatto, il suo ritratto più vero. E l’angolo, qui, è uno spigoloso e pauroso balcone, sospeso sul traffico, nel buio e nella pioggia. In ogni caso, come nel racconto di James, l’obiettivo non consiste tanto nel riflettere sulle occasioni perdute o sulle sliding doors che la vita pone di fronte ad ogni uomo. Si tratta, in modo molto più naturale e pure assai più drammatico, di saper cogliere l’autentica svolta che è implicata in una piena e matura accettazione di se stessi e degli altri.

Recensioni (di Annalena Benini; di Alessandra Galetto; di Michela Murgia; di Pier Luigi Razzano; di Gianluigi Simonetti)

Le case di Domenico Starnone (di Davide Coppo)

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La storia dell’umanità sembra percorsa da un artificio violento: società gerarchiche,  maschiliste e prevaricatrici si sono imposte, sin dall’antichità, su società pacifiche, egualitarie e sessualmente libere, e fondate sul culto della Grande Madre. L’esistenza di questa alternativa originaria è stata rimossa da qualsiasi memoria, e ci sono forze e uomini che sempre e ancora combattono per cancellarne ogni traccia e per ribadire il predominio di un paradigma di sopraffazione. Sonia è una dottoranda fiorentina che si è messa sulle tracce di questo lontano conflitto e che paga con la vita la sua ostinazione. Petra, la sua più cara amica, cerca di capire perché è scomparsa e di coltivarne la passione. Così facendo, intreccia la sua strada a quella di Aldo, ragioniere milanese disoccupato e disperato, e di Lorenzo, brillante e spregiudicato enfant prodige della più spinta e pericolosa finanza newyorkese: due vite diverse, eppure accomunate da un destino tragico. Il mondo nel frattempo è sconvolto dalla crisi economica e da un’escalation senza tregua di privatizzazioni selvagge, disordini e conflitti armati, nei quali i tre protagonisti sono completamente avviluppati, vittime e attori, allo stesso tempo, di una misteriosa lotta per l’affermazione di un’egemonia globale. Un oscuro clan plutocratico, infatti, trama nell’ombra e le sue manovre paiono assecondate con successo da un ordine pseudo-religioso plurimillenario e pronto a qualsiasi azione.

Tersite Rossi è l’identità fittizia di un originale duo di scrittori. Dopo l’esordio fresco e promettente, seguito da un tentativo più esplicito di new epic literature, probabilmente troppo ambizioso, Mattia Maistri e Marco Niro compiono una nuova e inattesa metamorfosi. Dalla narrativa di impegno civile il collettivo trentino si va dichiaratamente spostando verso un genere ancora indecifrabile, fra il thriller, il new age e il racconto distopico e apocalittico. Per gli Autori è “narrativa d’inchiesta” – così ne parlano – anche se nel libro si respira un certo irrazionalismo antimoderno, che trae evidentemente alimento da una riflessione sul presente più militante che problematizzata. Di suo questa ispirazione non ha nulla di male, le potenzialità sono alte, ma ci si deve sempre ricordare, in questi casi, di coltivare una verosimiglianza complessiva, che qui difetta, perché la storia non viene assistita da un sufficiente apparato di dettaglio (reale o immaginario che sia).  La sensazione, alla fine, è quella di aver letto il lavoro ancora acerbo di un ammiratore di Valerio Evangelisti e di James Rollins. Tuttavia non si può dire che manchino capacità e facilità di composizione e di montaggio. Né si può negare che ci siano singoli spezzoni molto convincenti, anche se sono tali solo quelli che rappresentano le emozioni e le derive esistenziali dei singoli personaggi, non quelli che costruiscono e giustificano la scelta del tema e la trama. Manca, in proposito, la chiara adesione ad un finale definito, di Bene o di Male, visto che anche quest’ultimo viene rappresentato come una sorta di scenario obbligato. È proprio qui, probabilmente, che si avverte il sintomo del sottile impaccio che continua a bloccare Tersite Rossi. Per essere convincente il suo modo di raccontare ha ancora bisogno di coltivare uno spazio di immedesimazione: la predizione di un fato invariabile e disperante può certo ospitare questo spazio, ma da sola non basta.

Il booktrailer

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Luca Rainer è un traduttore e vive da single nel centro di Trieste. La Vecchia Blu, storica direttrice della Fortezza, il carcere cittadino, gli chiede di confrontarsi con Carlo Malaguti, omicida reo confesso e prossimo alla liberazione per limiti d’età: al processo, vent’anni prima, era stato difeso dalla madre di Luca, intuitiva ma scostante avvocatessa; ora il figlio potrebbe anche ricavarne un racconto, da consegnare al suo editore. Malaguti, però, si ostina a nascondergli la verità, anche se tra i due si fa gradualmente strada un po’ di confidenza. Luca comincia a scavare nel passato e si spinge fino all’isola di Sant’Erasmo, nella laguna veneta, dove incontra un’eccentrica fattucchiera. È quello il luogo in cui tutto era cominciato; è lì che Carlo, per fuggire da un arruolamento forzato, aveva incontrato un grande e indimenticabile amore; ed è lì che la guerra aveva infranto tutti i suoi sogni. Ma Luca ancora non capisce: perché mai Carlo ha ucciso Marta Vianello, un’anonima dattilografa di Mestre? Neppure l’occasione di un viaggio in barca, in Adriatico, riesce a dischiudergli la strada per capire a fondo il segreto dell’ex ergastolano. All’improvviso, poi, questi muore, suicida, nella sua vecchia casa, lasciando al nuovo amico, solo allora, una lunga confessione scritta, il resoconto drammatico di una vicenda di passione e paura, di tradimento e vendetta, di una colpa mai del tutto espiata. Il cerchio si chiude, quindi; e per Luca non si tratta più di scrivere un libro di successo, poiché l’estrema solitudine di Carlo lo ha fatto riflettere sull’insensatezza della sua e sul valore dell’amicizia.

Di Molesini, questa, è l’opera seconda. Lo è per ragioni cronologiche, innanzitutto, perché viene dopo l’originale e fortunato debutto di Non tutti i bastardi sono di Vienna. Lo è, tuttavia, anche perché non è al livello della precedente: viene dopo anche sul piano del giudizio di valore. C’è qualcosa, in questo romanzo, che non gira. Le pagine si susseguono e si è indotti ad attendere un’accelerazione, un cambio di passo che non si avverte neanche quando Carlo Malaguti racconta la sua storia in prima persona, nella lunga lettera che lascia a Luca Rainer: questa, semplicemente, sviluppa, o svela, tutto ciò che si intravede già nella prima metà del libro, e che, a voler essere sinceri, di suo non sarebbe per niente male. L’Autore, infatti, cerca di rappresentare qualcosa che, in effetti, non sopporta i colpi di scena o le articolazioni troppo complesse. L’obiettivo è intimo, riguarda un’istanza di giustizia personale e incommensurabile, che supera per definizione qualsiasi variazione di trama e di contesto, e che quindi non vi si può adattare naturalmente, in forza della sua assolutezza. Ma allora non si comprende come mai Molesini abbia voluto dire troppo, esplicitare così tanto un mood che, viceversa, nel suo rimanere rispettosamente implicito, avrebbe potuto manifestare al meglio la sua efficacia sul piano narrativo. Forse che l’Autore – di cui chiaramente la figura di Luca Rainer è la proiezione più desiderata… – si è lasciato prendere da una sua propria, e umanissima, emergenza? Detto questo, una buona notizia c’è: Molesini si aggiunge a quegli scrittori (come Giorgio Fontana, ad esempio, o come la Simona Vinci de La prima verità: tutti vincitori recenti del Campiello…), che sono interessati, senza vergognarsene, a riconoscere una dichiarata priorità alla psicologia delle relazioni e degli affetti, delle scelte e delle parabole irresistibilmente individuali, e ciò anche quando grandi questioni o snodi cruciali della Storia sembrerebbero dover prendere sempre il sopravvento e spiegare ogni cosa. È un filone più che meritevole, che forse, mutatis mutandis, attualizza la lezione di Romano Bilenchi (tutta da riscoprire…) e che anche oggi, in questo modo, potrebbe avere qualche degno erede.

Recensione (di Bruno Quaranta)

Un’intervista a Molesini

Il sito dell’Autore

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Manolo, vecchio gitano accampato alla periferia di Oporto, trova il corpo di un uomo senza testa; e un giovane cronista di Lisbona, Firmino, viene spedito ad approfondire il caso. Da qui prende avvio un giallo atipico, in cui ciò che conta non è l’intrigo, che è presto risolto, ma il fatto che si tratti di gettare luce sul contesto che ha generato il delitto e sulla sua violenta e quasi invincibile verità. Ad affrontare la sfida è la curiosità disincantata di Firmino, aspirante letterato, con la complicità di due impareggiabili alleati: un’albergatrice “di mondo”, la discreta ma onnisciente Dona Rosa, e un vecchio avvocato di nobilissimo lignaggio, Fernando Mello Sequeira, difensore di molte cause perse e detto “Loton”, per la sua somiglianza con il famoso Charles Laughton (l’istrionico difensore nell’altrettanto famoso Testimone d’accusa di Billy Wilder). Proprio questo singolarissimo uomo di legge – che in passato aveva voluto essere allievo di Hans Kelsen, uno dei giuristi più autorevoli del Novecento – conduce le danze e porta la battaglia fino in fondo: per inchiodare pubblicamente gli assassini di Damasceno Monteiro; per rivelare il marcio che si nasconde tra i tutori dell’ordine pubblico e nella rete di complicità e interessi che gli fa sempre da scudo; ma anche per denunciare la forza crudele che il potere rischia di assumere quando si scontra con i destini dei più deboli. Del processo e della sua arringa, tuttavia, resteranno solo poche tracce, e anche la giustizia non riuscirà a fare del tutto il suo corso. Nonostante ciò, il finale sembra volutamente aperto, perché si ha l’impressione che per l’Autore la soluzione del caso non possa che nascondersi in un testimone fragile e difficile, che, come Firmino, ogni lettore ha il dovere, anche solo per poco, di provare a prendere con sé.

Tabucchi ha sempre avuto un conto aperto con gli ingranaggi dell’autorità e dei suoi soprusi. Qui tenta nuovamente l’affondo, facendosi guidare da Antonio Cassese, grande internazionalista e, per l’occasione, consulente d’eccezione, dalla cui opera il romanzo prende aperta ispirazione. L’Autore confessa, infatti, nella Nota che chiude il volume, di aver approfondito alcune “tematiche di ordine giuridico” dopo aver letto Umano e disumano. Commissariati e prigioni nell’Europa di oggi. È una coincidenza particolare e felice: la lettura di quel libro, comprato quand’era ancora fresco di stampa, nel 1994, è stato uno dei fattori che più ha contribuito a determinare la mia scelta di studiare giurisprudenza. D’altra parte, di fronte alla drammatica urgenza della situazione in cui si trovano tutti coloro cui viene sottratta la libertà personale da parte di chi è formalmente legittimato a farlo, le più elementari istanze di garanzia emergono quasi naturalmente e suscitano una sorta di fisiologica empatia. Così come emerge l’interrogativo più profondo sugli abusi di un tale potere restrittivo e sulla cortina socio-culturale che li ammanta, in parte celandoli, in parte giustificandoli: ogni allusione al recente e tragico caso Regeni è benvenuta. Certo, da giurista, le teorie dell’avvocato “Loton” sulla Grundnorm di kelseniana memoria non paiono così inappuntabili. Ma è indubbio che è molto diffusa, se non incarnata, nelle nostre più profonde concezioni della collettività e della convivenza l’idea che il corpo delle regole che ci governa si spiega e si giustifica solo al cospetto dell’accettazione piena del motore di senso (il valore di ogni individuo) su cui esse poggiano: se questo motore si inceppa, o (peggio) se viene sostituito da motori alternativi e dissonanti (l’interesse e l’omertà), ogni discorso sulla legittimazione del potere rischia di farsi mera e sfibrante apparenza.

Recensioni (di Stefano Crivelli; di Paolo Mauri; di Marie-Christine Cousin)

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In un campeggio del sud della Francia viene trovato il corpo di una giovane turista olandese, orrendamente sfigurata. Nel frattempo, non lontano, scompaiono un tassista e un’altra cittadina dei Paesi Bassi. Il primo caso sembra irrisolvibile; sul secondo indaga una squadra della polizia di Perpignan, di cui fa parte anche l’ispettore Sebag. Una moglie bellissima, due figli adolescenti, una casa con piscina e un comodo, e ordinario, servizio da sbirro: perché incaponirsi, in piena estate, su un delitto extra-giurisdizione e su una vicenda che potrebbe essere soltanto la storia della fuga di due amanti? Il fatto è che un’altra ragazza, sempre olandese, subisce una misteriosa aggressione; e qualcuno pensa che i tre eventi siano tutti collegati. Per complicare le cose arrivano al commissariato strani messaggi, scritti dal colpevole in persona e diretti – inspiegabilmente – proprio a Sebag. Si apre la caccia, quindi, e l’ispettore, con la famiglia tutta in vacanza, comincia a seguire il suo intuito, spalleggiato dai colleghi di sempre. La vicenda si sbroglia passo dopo passo, senza grandi sorprese, salva la coda finale, che impegna gli inquirenti in una corsa contro il tempo.

Non è un libro nuovo; è stato pubblicato in Italia nel 2012, quando veniva lanciato come l’ottimo esordio di un nuovo “maestro” del poliziesco francese. Bisogna ammettere che nel romanzo sono tante le cose che funzionano, a partire dalla buona caratterizzazione del protagonista, che convince subito, con la sua crisi di mezza età, e dall’ottima scelta dello scenario, un caldo, profumato e accogliente meridione francese. Altri aspetti, però, sono meno riusciti, e non sono secondari. L’omicida del campeggio e il rapitore-killer corrispondono un po’ troppo al cliché dello psicopatico cresciuto in famiglia; e la dinamica tra la paziente metodica del commissariato di provincia e la pretenziosa sicumera del funzionario della polizia centrale è altrettanto scontata. Sanno di già visto anche l’espediente che si nasconde dietro il titolo (tra il colpevole e Sebag, chi è il gatto e chi il topo?) e l’idea della filastrocca come traccia del disegno criminoso (v. Io non ho sonno di Dario Argento). Le pagine, allora, passano, lentamente, è un po’ noiosamente (alla fine il titolo si rivela davvero azzeccato…), e all’improvviso ci si scopre più interessati a capire se la vita affettiva di Sebag nasconde davvero qualcosa di imprevedibile o a immaginare se scegliere i Pirenei come meta della prossima estate.

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Sorokin distilla con maestria uno dei canoni più importanti della storia della letteratura e, accompagnato da Gogol, da Gončarov e da Saltykov-Ščedrin, mette nero su bianco una storia senza tempo, che è favola, satira e oscura profezia. Il dott. Garin deve raggiungere un piccolo villaggio per somministrare un vaccino e debellare una virulenta peste nera, importata chissà come dalla Bolivia: c’è il rischio che i contagiati, defunti, si trasformino in temibili zombie. Ma una tormenta altrettanto implacabile gli sbarra la strada. Decide di rivolgersi ad un umile vetturino, Raspino, affinché lo conduca a destinazione con la sua “propulsoslitta”, trainata da cinquanta cavallini. La distanza non è molta, ma nel bianco della bufera si nascondono insospettabili insidie. Durante il viaggio, infatti, il pattino della slitta si rompe più volte e Garin – che nonostante ciò sembra sempre animato da una incrollabile fiducia nel compimento della sua missione salvifica e nel ruolo ufficiale che riveste, e che come tale non può conoscere ostacoli – è costretto a tappe forzate, nelle quali fa molti e strani incontri: una compiacente mugnaia; dei nomadi “spacciatori”; il cadavere gelato e spaventoso di un misterioso gigante… Passa il tempo, quindi, e l’obiettivo, tanto più vicino, sembra allontanarsi in modo irresistibile. Anche il freddo sale, avvinghiando tutto il corpo e diventando, così, in un biancore tanto meraviglioso quanto inquietante, un nemico ancor più invincibile. Solo la pazienza di Raspino pare fronteggiarlo efficacemente; quanto meno fino all’epilogo, che da tragicomico si fa improvvisamente triste e quasi straziante.

Come prendere questo breve romanzo? Come un ottimo esperimento narrativo alla maniera della migliore letteratura russa? Come una metafora disperante della situazione socio-politica in cui versa la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica? O come un incubo lungo e articolato, nel quale collocare le immagini dei tanti mostri con cui sembra tuttora lottare, senza speranza, un’intera nazione? L’ambiguità e il carattere grottesco e talvolta surreale della “novella” – collocata in un presente che è anche sprofondato in un atavico passato, oltre che percorso qua e là da uno scioccante futuro, anche tecnologico – ne accentuano la capacità suggestiva, moltiplicando e ingarbugliando ogni possibile interrogativo. Al contempo, però, si avvertono chiaramente molti motivi classici della tradizione letteraria russa: il dualismo tra classi sociali, tra la figura di Raspino e quella di Garin, il primo ad incarnare l’eterna e serena morale dell’accettazione, propria della popolazione russa più povera, e il secondo a interpretare i panni della classe dirigente del paese, distratta da ambizioni, da vizi e da paure tipicamente piccolo-borghesi; il quadro generale e irrinunciabile di una natura affascinante e grandiosa, ma pure ostile e crudele, che offre lo sfondo fatale in cui si muovono i due protagonisti, e il cui volto segreto è quello di un potere onnipresente, inafferrabile e soverchiante; l’idea che i pericoli vengano anche dall’esterno, da fattori che sono estranei al nocciolo duro di una cultura plurisecolare e che possono, però, invaderla, renderla incosciente e ucciderla; la premonizione di una dannazione conclusiva, di una spoliazione violenta e fatale, perché il popolo russo, disorientato, diviso e imbrigliato nella tempesta, non sa dimostrarsi unito e può essere dunque oggetto di qualsiasi sopruso, di qualsiasi degenerazione, e anche della schiavitù. Con questo bel libro, percorso da una tensione onirica che non cala mai e che, tuttavia, è animata da una funzione critica, morale, altrettanto palpabile, Sorokin si dimostra all’altezza della sua fama, anche per la particolare abilità di descrivere le cose e le persone, e di farcene avvertire l’odore e la temperatura, a dimostrazione che nella scrittura di qualità non basta la fantasia ma serve anche la tecnica.

Recensioni (di Alexandr Genis; di Wlodek Goldkorn; di Goffredo Fofi; di Valentina Parisi)

Due interviste (da corriere.it e da rainews.it)

Come scrive Sorokin?

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Stati Uniti, Stato di Washington, 1899: la guerra civile è terminata da trent’anni, ormai. Abel Truman, un vecchio reduce confederato, vive ai bordi di una spiaggia selvaggia con la sola compagnia di un cane, venuto dalla foresta. I ricordi della guerra, atroce e sanguinosa, continuano a tormentarlo; è stanco e malato, e le tante ferite accumulate in battaglia non mancano di farsi sentire. Le sue notti, poi, sono turbate da fantasmi ancor più lontani, la morte della figlia e la scomparsa della giovane moglie, delle quali si è sempre sentito responsabile. Un giorno, all’improvviso, arrivano alla spiaggia due uomini, spietati, che feriscono Abel quasi a morte, per impossessarsi del suo cane e usarlo come animale da combattimento. Una famiglia di colore e un indiano, tutti in fuga da una cittadina vicina, scoprono Abel e lo salvano. Ed è così che, una volta rinvenuto, il soldato comincia il suo viaggio: per riprendersi il cane e affrontare il suo passato, che a spezzoni riemerge, in una drammatica rievocazione, a tinte forti, della durissima battaglia del Wilderness e del modo con cui Abel ha perso i suoi compagni ed è riuscito, tuttavia, a sopravvivere, esiliandosi, infine, nelle terre estreme del Nord del paese. Ma nel frattempo l’avventura di Abel continua e incrocia i destini, altrettanto travagliati, di Glenn Makers, della sua compagna Ellen e di un piccola bambina cinese, Jane, che compare, in verità, già all’inizio del racconto, situato nel 1965, e di cui si capiscono l’identità e l’importanza soltanto alla fine, dopo un crescendo di avvenimenti e redenzioni.

La ricetta di Weller, al suo libro d’esordio, è questa: un terzo del miglior Clint Eastwood (attore), magari quello di Impiccalo più in alto; un terzo del libro per eccellenza di Stephen Crane, Il segno rosso del coraggio; e un terzo di Faulkner, preso a piacere da qualsiasi fonte (eventualmente sostituibile con un McCarthy). Con questi ingredienti – noti e collaudati – non si possono che ottenere buoni risultati: una sceneggiatura da “filmone”, con violenza, dolore profondo e natura matrigna a più non posso, e uno scenario storico dal pedigree indiscutibile, che profuma di ennesima epopea del nationbuilding a stelle e strisce, con l’amara narrazione dello schiavismo e della comune sorte di tutti i vinti. Naturalmente c’è anche spazio per un momento conclusivo di commozione, che non guasta mai. Tutto, quindi, pare perfetto. Ma non lo è; meglio: non lo è ancora. Si ha l’impressione, cioè, che Weller possa fare molto meglio, magari cambiando soggetto e lasciando che la sua scrittura assecondi più liberamente la virtù che le è chiaramente riconoscibile, ossia la grande capacità di dare forma, colore, rumore e odore agli oggetti; uomini compresi, riscoperti nel loro essere parte sofferente di un ingranaggio ben più grande. È la furia dell’universo; è questo il teatro – e il protagonista – che meglio si addice all’Autore, che a tratti riesce anche ad esprimersi con singolare efficacia, restando, però, complessivamente avvinto dalla preoccupazione della trama e del disegno generale. È come se avesse avuto paura di non piacere, di non arrivare ad un punto che fosse in qualche modo riconosciuto e apprezzato dal pubblico; e così, forse, è stato tentato dall’operazione più discutibile, comprimere il libro in un altro libro, per nasconderlo e renderlo più comprensibile, più proporzionato e digeribile. In definitiva: ai buongustai la lettura piacerà molto; i mangiatori forti spereranno in prossime, e più genuine, portate.

Un’intervista a Lance Weller

Il sito dell’Autore

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