Ciascuno cerca i rimedi che meglio gli si addicono: i presìdi, come direbbe qualcuno. Anche i libri lo possono essere. In generale, nel senso che lo può essere la lettura in sé e per sé; o in particolare, per gli effetti specifici che può avere la ripresa di certi testi o la frequentazione periodica di un autore. Il mio rimedio, il presidio per eccellenza, è William Faulkner. È la mia penicillina, l’antibatterico che devo assumere periodicamente, preferibilmente nella calura estiva, chiudendo ogni tanto gli occhi e immaginandomi in qualche parte della sua mitica contea di Yoknapatawpha. Di Faulkner, negli anni, ho letto (e riletto) tantissimo. Questa antologia ancora mi mancava. Se Yoknapatawpha potesse avere, oggi, una sua perfetta serie tv, questi racconti – assemblati per Adelphi da Mario Materassi (che ne ha firmato la puntuale postfazione) – ne potrebbero essere gli undici magnifici episodi. Sono tutti diversi, naturalmente. Però sono percorsi da un comune e amaro gusto comico, o meglio satirico, pur annegando, come sempre in Faulkner, in un cocktail di tragico e di epico. 

Un corteggiamento, Foglie rosse e Capelli sono, forse, i pezzi migliori. Il primo è la storia di una sfida che due improbabili e determinatissimi “contendenti” intraprendono e spingono quasi fino all’estremo, per rimanere poi beffati in una maniera a suo modo classica. Il secondo è la descrizione di una fuga disperata e di un destino drammatico, quello che deve invariabilmente toccare allo schiavo nero di un capotribù indiano, che è morto e che non può, tuttavia, essere sepolto se non in compagnia di tutte le sue cose. Il terzo è paragonabile ad una sorta di exemplum “di provincia”, un racconto pedagogico, sia pur in modo sotterraneo, sulla tenacia inspiegabile di un uomo apparentemente mediocre e invisibile, ma capace di una trascinante forza di redenzione (lo stesso personaggio – che è un barbiere – compare anche in Settembre arido, cronaca terribile e fulminante di un gratuito e spietato linciaggio). Sempre esemplare è anche Scandole per il Signore, una parabola ficcante sull’esiziale povertà che si nasconde in ogni pretesa puramente individuale di superiorità etica. La mia Nonna Millard, il Generale Bedford Forrest, e la battaglia di Harrykin Creek va letto assieme a Muli in cortile. Entrambi sono divertenti, ma, in un certo senso, l’uno è l’opposto dell’altro, visto che nel primo l’anacronismo della old culture sudista viene messo apertamente alla berlina, mentre nel secondo è quello stesso attaccamento a contrapporsi all’amoralità di un tempo tanto nuovo e progredito quanto barbaro. Il senso di un cortocircuito inevitabile tra due mondi antitetici, con esiti addirittura diseducativi, è molto ben rappresentato in Sarà bello (geniale l’assunzione della prospettiva infantile da parte del narratore). Ne Gli uomini alti lo stesso cortocircuito si rivela come la principale ragione del mancato coinvolgimento del Sud nelle trasformazioni socio-economiche e politiche del Novecento americano, viste come fattori intempestivi di spiazzante disorientamento (l’incontro e il dialogo tra un saggio sceriffo e un giovane e ingenuo funzionario federale strappa più di qualche sorriso). 

La raccolta è singolare e importante perché, oltre a confermare la straordinaria bravura dello scrittore, rivela in modo evidente la proiezione universale, e salvifica, del pessimismo faulkneriano. È un sentimento che, nell’immediato, si radica nella fatalistica ricognizione dello scacco insuperabile della guerra civile e della maledizione che ha instillato tanto negli uomini che l’hanno vissuta quanto nelle generazioni successive (la “cappa” è palpabile specialmente nell’atmosfera western di Vittoria in montagna). Ma quello di Faulkner è uno sguardo che coinvolge biblicamente tutta l’umanità, della cui degenerazione, miseria e grettezza (come in Strascico della morte) le mille storie del Grande Sud – del “cielo” definitivamente “caduto” – non possono che essere la migliore occasione espressiva e, al contempo, il più efficace e provvidenziale sermone.

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Non solo per le voci critiche del suo tempo, ma anche per tanti lettori, questo romanzo è uno dei meno riusciti di Hemingway. Che sia molto diverso da Fiesta o Per chi suona la campana o Il vecchio e il mare è una sensazione afferrabile sin dalle prime righe. Il tono è ridondante, l’andatura è lenta, il tema è ossessivo. Non c’è ritmo, né l’eccitazione dell’avventura. Non c’è neppure la tensione cosmica dell’immersione nella natura e del confronto con le sue forze primarie. C’è solo Richard Cantwell, un colonnello americano cinquantenne un po’ in disgrazia, appesantito dalle tante ferite di una lunga carriera di battaglie autentiche e sanguinose, malato di cuore. Dal territorio occupato di Trieste, dove è di stanza sin dal termine della seconda guerra mondiale, va a Venezia per vedere la giovane e nobile donna di cui è innamorato, Renata, e per andare a caccia di anatre nella laguna. Sente già che sarà il suo ultimo weekend. Dunque compie tutti i riti del caso. Il primo è tornare sul luogo in cui è stato ferito nella prima guerra mondiale, sulla strada per Venezia, lungo il fiume, per esorcizzare nuovamente la morte. Il secondo è perdersi, disorientarsi: nelle attenzioni avvolgenti e complici dell’Hotel Gritti e dei reduci che ci lavorano, nel girovagare labirintico lungo le calli della città, nei baci e negli abbracci del suo amore impossibile, tra i tavoli dell’Harry’s Bar. Il terzo è provare il piacere di uscire in barca nel gelo di una domenica d’inverno per appostarsi in una botte conficcata nel fango e mettere nuovamente alla prova la sua capacità di tiratore sugli stormi dei germani che migrano a Sud. Ma nessuno di questi riti, ahimè, funziona: il primo è un monumento nostalgico al passato, non serve ad evitare il destino più prossimo; il secondo resta costantemente dominato dall’inquietudine dei ricordi bellici e del tempo che passa e si consuma, invariabilmente, senza la reale soddisfazione di poter anche solo sperare di evadere dalla dura condizione di ex combattente; il terzo si trasforma in una caccia assai magra e in un commiato assolutamente malinconico, che prelude al decesso oramai inevitabile, di là dal fiume – lo stesso del viaggio d’andata – e tra gli alberi, nella fedele ma fredda compagnia dell’attendente, sulla strada verso Trieste.

Questo è il primo dei libri di Hemingway che ho afferrato dagli scaffali della libreria di famiglia. Forse è per tale motivo che continuo a ritenerlo, cocciutamente, uno dei migliori. Nella mia personale classifica è secondo soltanto a I quarantanove racconti. E la rilettura mi conferma l’assoluto valore del romanzo. Le ragioni sono due. La prima sta nella perfezione di ciò che producono gli elementi che per i più sono soltanto negativi: l’effetto di piena corrispondenza tra il disorientamento del lettore e quello del protagonista. In questo modo Hemingway riesce a dare alla sostanza la forma e il tono che si merita, con un effetto un po’ amaro e un po’ onirico che si addice completamente alla confusione fisica e mentale del vecchio soldato in disarmo. La seconda ragione è che quel vecchio soldato è Hemingway stesso. Ne rappresenta, cioè, la controfigura ideale, costruita nel punto archimedico della sua traiettoria di grande scrittore e di grande combattente. Una parte realmente vissuta: perché anche H. era presente sul fronte italiano del primo conflitto mondiale; inoltre H. era stato corrispondente in Francia e Germania durante la seconda guerra, dunque conosceva bene anche quel fronte; pure H., poi, amava la laguna veneta, come si era innamorato, allo stesso modo, di una giovane nobildonna veneziana; e sempre H., come è noto, adorava andare a caccia, e aveva effettivamente celebrato un pittoresco rito propiziatorio in riva al Piave, nel luogo in cui era stato ferito e miracolato al contempo. Il dettaglio ancor più interessante è che nella narrazione si può guardare a tutta la produzione del romanziere, indietro e in avanti: indietro, per il riferimento frequente alla Spagna e al suo mito, anche linguistico; in avanti, per il modo con cui Cantwell guarda trasognato ad alcuni pesci nel mercato di Rialto, come se il vecchio pescatore si trovasse già al cospetto del suo indomabile marlin. Sarà anche vero che H. ha scritto questo libro a Torcello, in piena crisi esistenziale e creativa, sotto l’influsso dell’alcol, e proprio di un buon Valpolicella, il vino preferito da Cantwell. Ma raramente l’atmosfera gelida della laguna invernale è stata resa in maniera così tangibile, così credibile. Anche questo è un grande pregio.

Una breve, ma accurata, videorecensione

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È la Russia il paese terribile in cui Andrej – alter ego dell’Autore – intende tornare per qualche mese, dopo essere migrato negli Stati Uniti con i suoi genitori al tempo del crollo dell’Unione Sovietica, quando era ancora piccolo. Ha terminato il dottorato da poco e la fidanzata lo ha lasciato, e si ritrova esposto, così, più che mai, ad una naturale e forte incertezza sul futuro. Perché, dunque, non ascoltare suo fratello Dima e passare un po’ di tempo a Mosca, per accudire la nonna Seva? Del resto è un aspirante slavista: un’immersione diretta nell’attualità della cultura che studia non può che fargli bene. E potrebbe anche approfittarne per giocare un po’ a hockey, sua grande passione. Ma la Russia – tra nuovi ricchi e “stato di polizia” – pare proprio un paese inguaribilmente terribile. Mosca è al centro di un processo di fortissima gentrificazione ed è percorsa da un mix di violenza diffusa e poco repressa e di repressione poco violenta quanto diffusa. Baba Seva è messa molto più male di quanto Andrej pensava; è anche molto sola e nel suo vecchio appartamento non c’è la connessione Internet, che a lui, però serve per restare in contatto con i corsi universitari cui sta facendo da assistente. Suo fratello Dima, poi, ha un piano molto chiaro per liberarsi dell’immobile e strappare un buon prezzo, indipendentemente dalla considerazione della salute della nonna. Come se non bastasse, fraternizzare con gli hockeisti della periferia moscovita non è cosa facile e, nel frattempo, la chance di essere assunto come docente in un buon college pare sfumare, a favore di un odiato e arrogante collega. Nonostante ciò, Andrej – che nel frattempo si innamora, e per giunta corrisposto, della bella dottoranda Julija – si affeziona alla nonna e alla sua storia difficile, e stringe amicizia con un gruppo di attivisti neocomunisti e oppositori di Putin, tra cui militano anche la sua nuova compagna e il di lei ex marito. Prende coraggio, alimenta la sua coscienza politica ed è pronto a restare in Russia per sempre, anche se una serie di eventi un po’ pericolosi, un po’ fortuiti e in parte un po’ fortunati lo convincono che, in fondo, la sua strada è quella che lo riporterà in America. Un paese terribile è un libro riuscito per molti aspetti. Per l’empatia che facilmente suscita: sa essere leggero, ironico e divertente, e a tratti è profondo e commovente. Ma anche per la bella immersione socio-culturale che permette di sperimentare, nella storia, nelle incrostazioni e nelle vene, vecchie e giovani, di un paese tuttora percorso da contraddizioni e da energie fortissime, in positivo come in negativo. Più di tutto, però, Gessen riesce a comunicare la singolare e forse paradossale propensione per lo spiazzamento che ogni giovane aspirante studioso, per essere autenticamente tale, deve sentire. Da questo punto di vista, il romanzo ha una morale chiara, che qualcuno potrebbe definire buonista e che, tuttavia, coglie nel segno: ci vuole tanto cuore per vivere davvero ciò che si studia.

Recensioni (di Luigi De Biase; di Boris Fishman; di Marcel Theroux; di Ettore Ventura)

Conversazione con l’Autore

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Non è un libro nuovo, risale ai primi anni Duemila ed è stato più volte ristampato. È un poliziesco, il primo di una serie di successo, tutta dedicata alle avventure dell’ispettrice Camilla Cagliostri. L’Autore è uno scrittore di autentico pedigree, uno dei cantori più prolifici e apprezzati delle tante leggende e storie della Bassa padana, materia nella quale ha dato il meglio di sé. Qui è alla prova di un genere diverso, anche se i luoghi – in questo caso, Modena e i suoi immediati dintorni – sono sempre quelli prediletti. Ma il giallo merita una segnalazione non per questa ragione. Né per la particolare originalità dell’intreccio, che si dipana, piuttosto, secondo un copione abbastanza prevedibile: due giovani donne vengono uccise da un killer misterioso, e poi ne viene uccisa anche una terza, che pare non avere alcun legame con le prime; gli inquirenti brancolano nel buio, ma l’ispettrice – che è la classica figura tenace, intelligente e anticonformista, oltre che dotata di un certo fascino – segue un’intuizione che la porta a scavare nel passato scolastico delle prime due vittime e a scoprire tutti i danni, e tutte le vendette, che le dinamiche adolescenziali possono talvolta suscitare e ingigantire oltremodo. Tuttavia la vicenda non finisce a questo punto, perché c’è la terza vittima, e il dato interessante del romanzo non è neanche il colpo di scena sull’identità del colpevole (anche a questo riguardo è tutto chiaro e comprensibile ben prima del finale), bensì la reazione di Camilla. Che in parte corrisponde ulteriormente ad un facile stereotipo della letteratura di genere (la giustizia per mezzo dell’ingiustizia); in parte fa sì che il senso della storia intera venga completamente rovesciato e che la sua protagonista, quasi per magia, ne risulti nuovamente caratterizzata, e per di più in modo improvvisamente intrigante. Per tale via si capisce anche a che cosa si deve il titolo, dal momento che ciò che l’Autore vuole proporre è una lezione molto esplicita sull’ossessione del controllo, e che, nelle sue indagini, a causa di quell’ossessione, Camilla si è davvero persa nella nebbia. Anzi, ci si fa l’idea che forse Camilla è così perché già da tempo è persa nella nebbia, per altre circostanze che hanno a che fare col suo passato familiare e che un qualsiasi lettore, al termine del libro, non può che voler superare in compagnia dell’eroina ora conclamata, nel corso di una successiva avventura. Non va, dunque, lodato uno scrittore capace di simili piccole astuzie?

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Nell’Italia del 1938 Alfredo Liguori è un importante dirigente della più grande compagnia italiana di assicurazioni. Dopo un convegno al Lido di Venezia, si lascia incuriosire da un suggerimento del suo principale e, prima di rientrare a Milano, decide di fermarsi in laguna ancora una sera, per sperimentare il piacere di cenare in una certa trattoria. Viene presto avviluppato da un’atmosfera particolare, tanto da restare di fatto catturato dall’isola, dove – indotto da uno strano personaggio – passa di locale in locale, fino a quando conosce la misteriosa Lina. Il tempo passa e Liguori rimane a Venezia, dimentico della sua stessa famiglia: comincia a convivere con Lina, con cui intesse una relazione sinceramente appassionata. Ne conosce l’ambiente, venendo a contatto con le storie e i sogni di un popolo povero e semplice, e familiarizza con Mino, un socialista senz’altro inviso al regime, che contribuisce a trasformare “tutto il suo modo di vedere il mondo”. All’improvviso, però, scosso dalle ricerche ufficiali che la moglie ha stimolato, Alfredo si vede costretto, a malincuore, a tornare a casa, a porre fine a questa parentesi quasi fiabesca e a recuperare i ritmi quotidiani del lavoro d’ufficio. Ma nulla è come prima, l’aplomb di sempre è compromesso. Tanto più quando il Paese entra in guerra: mentre i tragici destini del conflitto cominciano a farsi intuire, Alfredo matura un antifascismo istintivo. Il ricordo della sua strana avventura veneziana e delle emozioni elementari allora vissute funge da fondamentale elemento catalizzatore: dell’idea di collaborare segretamente con i partigiani, ma soprattutto, una volta catturato, della decisione di sacrificarsi eroicamente.

La storia della scomparsa dello strano personaggio di questo romanzo si è rivelata – come per uno scherzo di un qualche destino – una bella scoperta, fatta sul banco di un rivenditore ambulante di libri vecchi. Il fortunato ritrovamento, innanzitutto, è Mario Bonfantini, ricordato e celebrato di recente dall’Università di Torino (partigiano, professore di letteratura francese, sceneggiatore e amico di Mario Soldati, scrittore…), ma da tempo uscito dai radar dell’editoria italiana. Ed è un vero peccato, perché mentre la scomparsa del protagonista di questo romanzo traccia una traiettoria originale nei percorsi letterari di costruzione della coscienza politica nazionale, l’oblio sull’Autore ha privato il grande pubblico della pacata raffinatezza di un passo stilistico tanto démodé e apparentemente semplice quanto sincero e profondamente articolato. La linearità, infatti, è solo di facciata. Ci troviamo di fronte al montaggio, astutissimo, di due prospettive già saggiate in altri due libri ben più noti, e precedenti rispetto a Scomparso a Venezia: La danza delle acque di Antonio Russello e Il generale Della Rovere di Indro Montanelli. Anche l’impiegato di banca di cui racconta Russello si perde a Venezia per acquistare un nuovo punto di vista. Anche il faccendiere di Montanelli si ritrova come uomo nel momento del coraggio più impensato. Il differenziale, pregevole, della versione di Bonfantini – per la quale egli stesso ricorre ad una parola oggi quasi rovente: “populista” – sta nella saldatura quasi svagata, ma molto naturale, delle due esperienze e nel programmatico e attento ripudio di intellettualismi e canoni potenzialmente retorici.

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In una prestigiosa villa sulle colline lucchesi viene commesso un duplice delitto. Esther Bonarrigo, moglie e socia di Daniel, famoso e affermato imprenditore globale della ristorazione made in Italy, viene trovata sgozzata nel parco della tenuta. Non lontano viene scoperto anche il corpo – pluripugnalato – di Jacopo Corti, un restauratore che lavorava proprio lì, alla villa dei Bonarrigo, e che però era stato da poco licenziato. I clamori della cronaca e i fari della giustizia si accendono subito su Daniel: è lui che ha trovato i corpi; suoi sono i vestiti sporchi di sangue che la polizia ha trovato in un pozzo; e si vocifera anche di una relazione clandestina tra Esther e Corti, cosa che potrebbe costituire il movente perfetto. Di lì a poco, dunque, si avvia il processo – anche mediatico – a carico del ricco imputato ed è su queste premesse che comincia la memorabile esperienza dei giudici popolari, che per l’occasione vengono improvvisamente catapultati in Corte d’assise. Il collegio giudicante è bene assortito: Emma è un’imprenditrice snob e ha un negozio di abbigliamento; Serena è una precaria perenne, che da ultimo fa la cameriera in una catena di birrerie; Terenzio è un petulante e arrogante infermiere in pensione; Malcom, giovane italo-scozzese esperto di videogame, è un classico, irriducibile nerd; Iris fa la bibliotecaria, si muove solo in bici e vive ai margini di un bosco; e Ahmed è uno dei tanti forzati che di notte scaricano merci e riempiono scaffali nei grandi centri commerciali. Ciascuno di loro racconta uno spezzone della storia: del processo, naturalmente, e dell’interazione con i giudici togati; delle indagini, delle strategie difensive e del giallo, con l’inevitabile finale a sorpresa, che tuttavia il lettore più attento intuirà senz’altro un po’ prima; ma anche della sua percezione personale di giudice popolare, delle impressioni sugli altri colleghi e, soprattutto, della sua vita e delle sue fragilità, che in qualche caso finiranno per intessere, a latere del giudizio, sia relazioni molto pericolose, sia occasioni particolarmente fruttuose. A ben vedere, in questo romanzo – pur piacevole – non c’è traccia di novità: John Grisham e, prima ancora, Sidney Lumet hanno sdoganato il format da molto tempo e in modo forse definitivo. Scrivere di giurie o di giudici popolari è insidioso. Simoni, certo, rappresenta con correttezza alcune dinamiche processuali e riconfeziona il tutto nel cuore della più credibile e varia (e gradevole) provincia italiana, ma disegnando situazioni e personaggi troppo stereotipici, che finiscono per strizzare l’occhio a ciò che il pubblico di solito si aspetta.

Rassegna stampa

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Marco Carrera, oftalmologo, è il colibrì. Lo hanno chiamato così durante l’infanzia, perché il suo fisico sembrava destinato a rimanere un po’ più piccolo di quello dei suoi coetanei. Poi è improvvisamente cresciuto, forse anche grazie a una cura sperimentale che il padre ingegnere ha tanto voluto e che la madre architetto, invece, guardava con indifferenza. La vita di Marco, da lui stesso ripercorsa, tra Roma, Firenze e Bolgheri, è stata ricca di eventi, che nel racconto si svelano gradualmente, in un ordine che non sempre è quello cronologico: il matrimonio con Marina, tutto sommato casuale, ma fallito all’improvviso a distanza di tanti anni; uno scampato incidente aereo, dal quale si è salvato per la forza indicibile di un amico iettatore; l’amore per Luisa, ripetutamente cercato, mai realizzato; un debole precoce per il gioco d’azzardo, coltivato con grande fortuna e riscoperto anche in età matura; il suicidio della sorella Irene, tanto temuto e poi, di colpo, effettivamente arrivato; la rottura col fratello Giacomo, anch’egli innamorato di Luisa; il rapporto con i genitori, Probo e Letizia, entrambi gravemente malati e assistiti fino alla morte; lo stretto legame con la figlia Adele, che però scompare prematuramente durante una scalata, e con la nipotina Mirajin, che offre al colibrì un punto di riferimento certo, per ciò che è accaduto e per ciò che accadrà, fino al termine dei suoi giorni. I fili che legano il racconto – altrimenti ondivago – sono il rapporto di complicità tra Marco e il dottor Carradori, che da psicanalista della moglie diventa confidente e amico; le lettere di riconciliazione che il colibrì spedisce a Giacomo, senza ricevere mai risposta; lo scambio epistolare con Luisa, frutto stagionale di una relazione esclusivamente cerebrale. È proprio Luisa, in una lettera, che prova a intuire il segreto di Marco, annunciato scopertamente, in realtà,  sin dalla quarta di copertina del libro: tutta la sua energia, tutta la sua vita, tutto il suo continuo sbatter d’ali sono stati dedicati a “restare fermo”, a perseguire e difendere un’invariabile equilibrio esistenziale.

Di questo romanzo si discute da più parti in termini entusiastici. Per alcuni è il libro dell’anno. C’è chi intravede nella storia di Marco Carrera una riedizione della (dis)avventura biblica di Giobbe, nel senso della resistenza di chi affronta naturalmente il proprio destino. C’è chi ne premia la capacità di esprimere, anche criticamente, una rappresentazione efficace della borghesia italiana e del suo egoismo improduttivo. C’è, poi, chi loda lo stile, perché la scorrevolezza si accompagna a una particolare versatilità espressiva, che comunica l’effetto di un’evidente facilità di composizione. Quest’ultima è la valutazione che si può senz’altro condividere. La verità, infatti, è che Il colibrì è una riuscitissima prova di scrittura, confezionata in un intreccio plurale e complessivamente ammiccante. Se ci si aspetta la storia familiare, la si trova; se si vuole la storia d’amore, ce n’è più di una; se ci si concentra sul romanzo di formazione, se ne resta soddisfatti (addirittura nel senso quasi ironico della formazione continua…); se si ricerca il ritmo della commedia italiana più tradizionale, lo si può avvertire distintamente (vi si avvertono, simultaneamente, gli sguardi agrodolci di Dino Risi, Pupi Avati e Paolo Virzì); se si spera di incrociare qualche spunto intellettualmente sofisticato, lo si può incontrare (compiacendosi, ad esempio, delle citazioni di Manganelli e Prampolini), come ci si può imbattere anche in notevoli frasi ad effetto (“I lupi non uccidono i cervi sfortunati. […] Uccidono quelli deboli”). Infine, non mancano i riferimenti – rigorosamente politically correct – alla grande e più spinosa attualità (dall’eutanasia all’accoglienza delle diversità). Il colibrì, in definitiva, è un romanzo-specchio, nel quale ogni lettore ha un’apprezzabile possibilità di trovare una testa di ponte per un proprio punto di interesse, e di farlo con piacere e senza alcuna fatica. Ecco che cosa ha confezionato Veronesi: un accessibilissimo e godibilissimo capo prêt-à-porter.

Recensioni (di Valentina Berengo; di Francesco Longo; di Daniela Matronola; di Alessandro Piperno; di Christian Raimo; di Gian Paolo Serino)

L’Autore presenta il suo libro

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Simon Renoir ha lasciato la polizia per darsi all’insegnamento: ha studiato da pittore – non poteva essere altrimenti, con quel nome… – e il Prof. Foglian, suo caro amico, gli ha procurato una docenza all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma il richiamo di Firenze è troppo forte. Il commissario Mezzanotte lo sta cercando, ha bisogno di lui e delle sue intuizioni, perché c’è un nuovo serial killer in circolazione. La verità è che Simon cerca solo l’occasione buona per tornare a casa e provare a scacciare i fantasmi familiari che ancora lo tormentano. Il nuovo criminale, intanto, è un osso duro, non si limita a uccidere. Inscena impressionanti e complesse esecuzioni, che ricordano la morte di alcuni santi martiri: prima San Sebastiano, poi San Lorenzo, poi ancora San Bartolomeo. Le vittime sembrano avere anche qualcosa d’altro in comune e, mentre gli inquirenti cercano, come da migliore tradizione, dalla parte sbagliata, quella più facile e scontata, Simon è attirato da un luogo particolare, che con il suo magnetismo può aiutarlo a superare i suoi tormenti più profondi e a circoscrivere il caso nella dimensione giusta. La cosa certa è che, prima di risolvere l’enigma, il pittore-poliziotto rischierà veramente tutto.

Non è un giallo di fresca pubblicazione, risale a diversi anni fa. Proviene dal ricco serbatoio di un editore che delude raramente, e al quale è sempre opportuno rivolgersi in carenza di nuovi titoli attraenti sugli scaffali delle librerie. Il romanzo in effetti merita una segnalazione, ma non per via dell’intreccio, visto che non è particolarmente originale. Sono tanti gli ormai classici (troppo classici) stereotipi che ne popolano le pagine: la cocciuta e miope ostinazione del titolare dell’indagine; la figura del giornalista un po’ impiccione; il “cattivo” scenografico; la contaminazione pseudo-religiosa… C’è però un motivo interessante, che non è così frequente e che è reso, sul piano del tono e del mood complessivo della narrazione – grigio, triste, piovoso – in maniera molto efficace. Le vittime sono tali a causa del loro dolore, dalle stesse scelto come condizione invincibile: hanno inseguito, cioè, la morte già nel corso della loro vita; per questo sono state perversamente elette dal loro carnefice come esempi perfetti di ammonizione e di redenzione. La soluzione del giallo avviene per l’improvvisa rottura del medesimo straziante incantesimo, che per un attimo sembra aver colpito anche il protagonista, in quanto afflitto da un dolore altrettanto profondo. Ma Simon – che pure incorre in questa sorta di irresistibile e fatale colpevolizzazione – si salva, perché è giusto che la vita continui, anche dopo gli eventi più tragici e spiazzanti, e nonostante le pene che questi possono portare. È la concretezza imperfetta di Mezzanotte a risolvere il dramma. In tale lezione, e non è poco, Dio del Sagittario ha fatto centro.

L’Autore

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Libera è una bambina selvatica, cresciuta da sola nei boschi dell’Appennino, alle Terre Soprane, tra l’Emilia e la Toscana. È stata abbandonata? Forse non l’hanno voluta, a causa di una malformazione che l’ha privata di una mano sin dalla nascita. Non sa parlare, o meglio non lo sa fare allo stesso modo con cui lo fanno tutti gli altri uomini, quanto meno quelli che abitano nelle Terre Sottane, in pianura. Però sente e capisce soprattutto la lingua degli animali e interloquisce con loro. È così che riesce a comunicare con l’Uomo-Somaro, che le spiega che proprio lei ha una missione importantissima da compiere: ritrovare il “Mezzo” Patriarca dei Cinque Popoli, quello che è scomparso nel 1945, durante la guerra di Liberazione, rifugiandosi dove abitano gli uomini. Se Libera, che è nata proprio in quell’anno, non lo troverà, gli uomini e i Popoli si separeranno per sempre, a tutto vantaggio degli antichi Semidei dell’Appennino, che, a quanto pare, non hanno mai gradito quell’alleanza. E infatti fanno di tutto per ostacolarla. Ma il viaggio di Libera, lunghissimo e pericoloso, termina in un giardino di Modena, dove finalmente ritrova il “Mezzo” Patriarca che stava cercando e incontra anche l’Autore. Prima di tornare indietro, però, Libera deve tenere fede alla promessa che ha fatto a coloro che l’anno aiutata, agli strani e misteriosi nocchieri dell’aldilà che le hanno indicato la strada giusta. Anche questa missione ha successo e, nonostante i Semidei le tendano un agguato potenzialmente mortale, Libera riesce a ritrovare l’Uomo-Somaro, che la salva definitivamente. Non le resta che continuare a diffondere il messaggio che, in conclusione, funge da morale della favola: “Resistere. Lottare. Immaginare”.

Questo romanzo, per il suo contenuto apparentemente criptico e per la scrittura antica da cui è alimentato, è molto singolare; così singolare da correre il pericolo di attirare l’attenzione di pochi o di essere banalizzato. Tuttavia è una lettura che dà soddisfazione. La dà perché offre una proposta in cui il racconto non risponde ad alcuno degli standard più diffusi e, ciò facendo, stimola il gusto della scoperta, pagina dopo pagina. Si nutre, in particolare, di un tono da leggenda, quasi da fiaba, talvolta grave e talvolta leggero, eppure appropriato alla materia e ai luoghi d’ambientazione. La materia, infatti, non dev’essere rigorosamente e attentamente districata, dev’essere intuita: così si addice alla narrazione mitica, sempre, e tanto più in questo caso dove viene in gioco una simbologia che tende alla riconciliazione tra l’uomo e una parte ben precisa delle forze naturali, di quelle che ne hanno consentito, storicamente, un’emancipazione armonica. Che questa rappresentazione, poi, venga allestita nell’Appennino tosco-emiliano – e sul tracciato eroico della Via Vandelli – è il valore aggiunto che conferisce allo stile dell’Autore credibilità e verosimiglianza: non c’è niente di più denso e misterioso delle foreste degli itinerari canossiani. La selva, in effetti, è l’altro fattore forte del libro: per l’aperto riferimento dantesco, visto che anche Libera compie un viaggio nell’oltretomba, e lo fa in un momento cruciale della sua vita e della storia dell’umanità; ma anche perché Meschiari ha colto perfettamente che la selva ha molto a che fare con il nostro tempo, e ha scelto di assecondare, per le ragioni di riconciliazione di cui si è detto, il ritorno ad una certa selva (alleata e vitale) piuttosto che l’affermazione definitiva di un’altra selva (artificiale e disorientante). Meschiari è da leggere, quindi: come se si leggesse Il libro della giungla di Kipling, per certi versi, anche se il passo è quello nostrano e affidabile del miglior Pederiali e della più felice tradizione affabulatoria modenese.

Recensioni (di Monica Bedana; di Rossella Pretto)

L’Autore a Radio Radicale

I primi due capitoli

Arte cosmographica (di Matteo Meschiari)

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Erminio Squarzanti, un immaginario socialista ferrarese, racconta la sua storia di confinato a Ventotene, durante il fascismo. Sbarcato lì nel 1939, incontra Sandro Pertini, dalla cui austera e determinata compostezza è immediatamente affascinato. Sull’isola, nel variegato arcipelago degli antifascisti, conosce anche Spinelli, Rossi e Colorni, i famosi autori dell’altrettanto famoso manifesto Per un’Europa libera e unita: li vede già immersi nei fitti conciliaboli che nel 1941 portano alla stesura del documento e partecipa lui stesso alla discussione di un primo elaborato, con tono assai critico. Nel frattempo, però, Erminio familiarizza con un altro confinato, anch’egli un personaggio immaginario, Giacomo Pontecorboli, fisico romano che ha lavorato con Fermi e ha conosciuto Majorana. Si tratta di una figura misteriosa, taciturna, immersa nei suoi pensieri. La sua attenzione è costantemente catturata dal vecchio orologio della piazza principale e da strani ragionamenti sullo spazio e sul tempo. Del resto Pontecorboli confida a Erminio di aver addirittura costruito una macchina del tempo, come nel romanzo di Wells, e di aver anche visto Majorana scomparire proprio a bordo di quel mezzo. Per Erminio, quindi, è del tutto naturale credere che Giacomo stia fantasticando, un po’ come sta facendo lui stesso, impegnato a leggere ogni evento attraverso la lente della mitologia classica. Gli dei dell’Olimpo, però, c’entrano sul serio. Perché Ares e Poseidone parteggiano per le camicie nere, e Giacomo ne morirà. Ma Ermes e Atena, invece, seguono e spalleggiano i confinati, per i quali, come per le sorti della guerra e dell’Italia, arriverà il kairos, l’8 settembre 1943, il momento opportuno per il cambiamento.

La macchina del vento segue l’atmosfera e le contaminazioni (storia e “fantastico”) già sperimentate con Proletkult, anche se l’effetto sembra un po’ più fiacco. Non che manchino idee o scorci interessanti: ad essere di per sé buona è la ricostruzione di che cosa fosse il confino in età fascista; anche il richiamo di tanti nomi di confinati, più o meno celebri, è meritevole, perché sollecita il doveroso ricordo di protagonisti la cui esperienza e i cui ideali sono stati parte determinante del patrimonio politico e culturale su cui si è fondata la Repubblica. Ma la trama è piuttosto esile e, a tratti, la lettura può anche risultare noiosa. Il libro, però, si salva per due motivi. Innanzitutto può funzionare da ipertesto e stimolare la lettura di altri ottimi volumi, anch’essi pubblicati di recente: la voce Europeismo di Spinelli, ripubblicata da Treccani con un saggio di Giuliano Amato; il curioso W W W W – Wars of Worlds of Wells and Welles, che non ripropone La Macchina del Tempo – quella va assolutamente riletta nella traduzione di Michele Mari, per Einaudi – ma raccoglie i due famosi pezzi sull’invasione aliena, quello del grande campione della fantascienza e quello dell’ipnotico e istrionico regista, accompagnati da un suggestivo corredo di due pezzi critici e di alcune belle immagini. L’ultimo Wu Ming 1, ad ogni modo, si segnala anche per il fatto che al suo interno c’è un messaggio che non va sottovalutato, soprattutto sul piano della ricerca sulla storia dell’europeismo novecentesco. L’Autore fa leggere al suo personaggio – il giovane Squarzanti – il Manifesto di Ventotene, ancora clandestino. E gli attribuisce una serie di rilievi, né ingenui, né infondati. Facendo questo, certo, il romanzo prova a servirsi della macchina del tempo per dirci qualcosa sui vizi di un certo modo di concepire l’europeismo contemporaneo e su alcune sue amnesie e mancanze costitutive. Al contempo, però, invita anche a rammentare che il federalismo europeo degli antifascisti italiani rappresentava una galassia molto ricca e percorsa da proposte tanto sfortunate quanto veramente rivoluzionarie o decisamente originali. Chissà che ai lettori de La macchina del vento venga voglia di saperne di più e di approfondire, ad esempio, i pensieri e le opere di Silvio Trentin o di Umberto Campagnolo, che pure non vengono trattati e che, viceversa, meritano tuttora di essere riscoperti e meditati.

Una recensione (di Edoardo Zambelli)

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