Ai pasticcini contraffatti del salotto buono, Kemeny preferisce l’alito ebbro di una scatenata baccante. Abbondanti e prelibate libagioni assurgono a rito necessario, officiato da un medium dionisiaco per propiziare l’indispensabile riconquista di una dignità violata dall’assedio delle banalità e della povertà intellettuale. Il Poemetto gastronomico, però, è soltanto l’inno, il primo e il più divertito ed eccentrico, l’ouverture di una serie di tanti altri sacrifici all’altare della lirica e della sua felice forza pedagogica. I pezzi che seguono, infatti, sono testimonianze di rivolta e di passione ditirambica, o anche di puntuali agnizioni sciamaniche. Bella la galleria di omaggi ai grandi e amati sacerdoti della poesia, della letteratura, dell’arte e della musica (Byron, Foscolo, Campana, Matisse, Liszt, Leopardi…); toccante la fiduciosa celebrazione dell’amore come assoluta chiave di salvezza.

La parte migliore del volume è quella che si può saggiare nelle sezioni Nevica sul generale Garibaldi (p. 89) e Nell’immensità genuina della lingua (p. 111), e che fa da cornice e da spiegazione per l’esaltazione dell’atto creativo, della fantasia linguistica e delle ricercate delizie del palato. Sono spezzoni di una poetica del risveglio e dell’invito ad abbandonarsi alla sapienza del verso, per ripararsi dal “sole della devastazione” che ci opprime nella città e per avere ancora fiducia nelle risorse dell’immaginazione. Anche il poeta non può dormire sugli allori, poiché La luce interiore non è gratis et amore (p. 113), soprattutto “quando la sua parola annega nella sporcizia / dei giri a tutto vapore televisionari / e nei rumori pazzeschi dei media di tolleranza”. Ma la collana di poesia della Jaca Book, diretta da Roberto Mussapi, non corre questo rischio: ci sono tanti titoli e tanti autori interessanti e fuori dal comune, anche il (quasi) dimenticato Bigongiari. Buona lettura a tutti…

Recensioni (di Luigi Mascheroni, Roberto Galaverni, Giuseppe Conte, Enzo Di Mauro, Giorgio Linguaglossa)

Un’intervista a Tomaso Kemeny

Il blog dell’Autore

—–

da Poemetto gastronomico (in Coda)

(…)

“Mi ribello, si mi ribello…

non accetto di essere lo zimbello

d’un mondo di mostri e di iene

che santifica l’intelletto in catene

e il potere di coloro che sterilizzano

l’immaginazione. O Dioniso, sopprimi

il reale quotidiano

e in un crescendo rossiniano

adottami nello splendore conviviale,

accoglimi, tuo proselito leale,

nelle esultanti viscere del congegnato caos”

(…)

—–

Speso nella scrittura

Speso nella scrittura

Il tempo mi usura implacato,

ma in tutti i mondi possibili

declamo di sentirmi

un re giovane incoronato

da quando ti amo.

—–

A chi rifugge o ignora la poesia

Se ignori cosa sia la poesia

scruta le orbite vuote di Omero

e non pestare escrementi

che le colombe nere della morte

spargono ovunque sulle nostre

metropoli; ce ne andremo così,

come siamo venuti

senza carichi né bagagli

per reinventare ancora una volta

la vita che innamora.

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A volte sono le situazioni a rammentarci tutta l’importanza di certe parole. E ciò può valere anche per alcuni versi, di cui ricordarsi proprio nei luoghi e nei gesti da cui essi volevano deliberatamente scaturire. Per chi li ha scritti, sono il prodotto più sincero di spazi e di momenti precisi. Sono il frutto, ad esempio, della fatica di percorrere un sentiero e di sperimentare in questo modo i movimenti sincronici e coordinati della camminata, e quindi anche della poesia, come ritmo congeniale di un equilibrio psico-fisico e come piena compartecipazione al destino delle cose. “La lirica è natura” – scrive Paola Loreto all’inizio di Attraversata in quota (p. 66) – “La stessa che mi abita / se metto con cura / un passo dietro l’altro”. È proprio vero. Questo libro si può capire solo affrontando la salita, il sudore e il contatto con tutto ciò che ci viene incontro nel percorso e che, forse, a sua volta, non si può comprendere, se non per mezzo di rapide intuizioni, magari con l’aiuto di questa limpida guida sentimentale alla montagna e alle sue altitudini, geografiche e mentali.

È una questione di direzioni, di scenari, di obiettivi, di motivazioni, di tutto ciò che è utile per il quotidiano Corpo a corpo (p. 72) cui siamo chiamati: “Perché quando procedi con fatica / su un sentiero che si inerpica sul monte / spezzato dal vento sferzante, / i capelli appiccicati alla fronte / e le dita intirizzite, / sei vicina alla vita”. La montagna è come una palestra, dove potersi misurare, ricostruire, ritrovare e temprare; un posto personale ma anche universale ed immutabile, del quale provare nostalgia e nel quale avvertire meraviglia, comunicandole con voce semplice e pulita; uno strumento per orizzontarsi e per gridare all’amore, almeno Fin che c’è (p. 95), visto che “La fine arriva sempre inaspettata / e non c’è verso di prepararsi: / si può solo star pronti a disfare il distacco, la fitta, il delitto”. Nel frattempo, resta la vetta, il punto d’arrivo, che è sempre la nuova scoperta, e che nello stesso tempo si rivela come metafora di un intenso dire di sì, a tutta la vita, a tutte le sue cose, belle o brutte, al senso immediato, intrinseco e spontaneo del viaggio, dell’ascesa e delle sue tappe.

Recensioni (di Gabriele Gabbia, Ottavio Rossani, Maurizio Cucchi)

Il sito dell’Autrice

Formula alchemica

Fondamentale

è come ti issi

sul piede

quando hai fatto

il passo.

Quanto peso porti

avanti e in alto.

Quanto equilibrio

domini. L’agilità

che elargisci. La fuga.

Fai leva sulle punte o

appoggi anche il calcagno.

Interrompi la corsa o

è uno il circolo del moto

il cerchio dei movimenti?

Alterni gambe e braccia:

mani che stringono

manopole, petto

che si alza e abbassa

a un ritmo eguale

di elastico ben teso

ma non esasperato

mai senza fiato.

Non c’è un uomo con te.

Non esiste la stessa ratio

peso/muscolatura

a ripeterti, identico,

altrove. È non c’è

calcolo, misurazione

che tenga del tutto:

che ti preveda

che ti programmi

che dica il vero.

Sei un organismo:

un individuo che sale

leggero o meno.

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Una bella copertina griffata, che allude ad un gioco di sovrapposizioni, di colori e di orizzonti: così si presenta questa raccolta di 43 poesie, tutte volute nel segno, a ciascuna corrispondente, di 43 avverbi, realmente esistenti o frutto della più fervida fantasia, e costruiti per concludersi sempre in “-mente” (da Fanciullesca mente a Amorosa mente). L’artificio, da solo, esige già un plauso: non è un vezzo, infatti; non è, cioè, un vero artificio. È un rimando costante e strutturale, dall’intuizione alla sedimentazione, dallo svolazzo arguto al progetto meditato. L’Autore non vuole piacere “e basta”. Vuole innescare fiaccole di pensiero, aprire porte di comunicazione con mondi e universi alternativi, con possibilità di vita che non sono nascoste e che si attingono direttamente dalle più scontate assonanze, dai più comuni battiti del cuore, dai suoni e dalle parole più semplici. La chiave sta nel lasciarsi coinvolgere da ciò che ci circonda, e nell’interrogarsi, un po’ smarriti, come nel bel mezzo di un volo imprevedibile di storni, così bene evocato nel pezzo che dà il titolo all’intero volume.

Le scorribande di questo libro, ad ogni modo, garantiscono anche istanti di sano divertimento. Ma è bene ribadire che in Francescotti la letizia e la facilità della scrittura non si accompagnano al disimpegno. La ricerca dell’associazione, dell’immagine suggestiva, non riduce mai lo spazio della riflessione; essa apre, invece, anche al lettore, la strada di una traccia da seguire, di una sollecitazione altra, da scoprire, coltivare e non dimenticare. Può trattarsi della via per riappropriarsi di un antico rapporto, con la natura come con gli uomini; può essere l’itinerario di un bilancio, lo schema di un conto personale che finisce per specchiarsi inevitabilmente anche nei nostri pensieri; e può risolversi anche in un moto di indignazione o in un gesto d’affetto o, ancora, in una dolce rimembranza. Comunque sia, la lingua segue ed incentiva tutte le direzioni, con una naturalezza che, anche in questi componimenti, pure scritti in lingua italiana, sembra il più limpido effetto del lungo e spontaneo esercizio nella lingua madre, del quale il poeta trentino è da tempo un riconosciuto maestro.

Una recensione (di Lilia Slomp Ferrari)

La poesia civile di Renzo Francescotti (di Silvano Demarchi)

Ordinata mente

Hanno una gentilezza smemorata

questi villini Liberty

dietro gonne e crinoline di siepi

a difendere il loro riserbo.

Sono le ore del diserbo.

In fuga per poco i cinguettii

hanno lasciato il posto a voci metalliche:

come di picchi i versi dei becchi

di forbici e cesoie.

All’ombra di cappelli di paglia

dietro occhiali di protezione

concentrati

gli occhi di maschio e femmine

a geometrizzare cespugli e chiome

a fare guerra allo scompiglio

ordinatamente

a ridurre a un ordine antropico

il disordine della natura

scultori che scolpiscono

l’impatto vegetale riducendolo

al bassorilievo e al tuttotondo.

Nell’ordine c’è tregua?

Romba in alto il caos del mondo.

—-

Fuor-di mente

Lo scarto dice il dizionario è

l’eliminazione di ciò che non serve

la carta da gioco rifiutata

l’oggetto non riuscito o ormai inservibile.

Invece io amo lo scarto

del cavallo che avverte il pericolo

del calciatore che salta l’avversario

della gazzella inseguita dal ghepardo

che scartando si salva la vita

l’idea scartata non funzionale al sistema

gli uomini scartati globalmente

esiliati ad ultimi

lo scarto delle molecole che fluttuano

in un’organizzazione nuova.

Tutto questo io amo

fuordimente.

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È stato finalista al Premio Calvino 2012, con il titolo Lo stile del giorno, e come tale ha guadagnato la menzione speciale della giuria. Ora Bert e il Mago ha una nuova veste ed è disponibile alla curiosità di tutti i lettori, per l’editore Nutrimenti. Si tratta di 518 pagine di grande intensità, nelle quali le vite parallele di Bertolt Brecht e Thomas Mann si dipanano e si dimostrano, per una ricostruzione romanzata che, forse, è più verosimile di ogni altra ricerca storica sulla crisi di un’epoca intera e su due diverse esperienze di resistenza intellettuale e morale. L’avversione per il nazismo le accomuna, ma gli itinerari e i riferimenti ultimi sono del tutto differenti. Per Brecht è questione di denunciare e combattere un modello di società, quella stessa cultura borghese che per Mann, viceversa, rappresenta la culla, veneranda ed insieme terribile, della grandezza tedesca, e che avrebbe potuto e dovuto ergersi a vero presidio nei confronti dell’arroganza, dell’ignoranza e della barbarie, anziché alimentarne gli impliciti e falsi presupposti di superiorità morale e sociale. Di qui le due opposte reazioni all’ascesa di Hitler; di qui l’iniziale attendismo dell’autore de I Buddenbrook; di qui la tragica consapevolezza, maturata da questo durante l’esilio americano, sull’impossibilità di salvare il proprio popolo, per lui integralmente colpevole, e per il drammaturgo, invece, vittima di una classe corrotta e scellerata.

I passaggi più importanti del volume, forse, sono tre (anche se è difficile isolarne parti minori): la resa e la spiegazione delle idee sottese al teatro epico di Brecht (disseminate, per vero, in molte pagine: v., ad esempio, l’efficacissima sintesi a p. 155); il capitolo che porta il titolo originario del libro intero (Lo stile del giorno, pp. 315 ss.), nel quale assistiamo, nell’esperienza dell’esule, alla rappresentazione del nucleo fondamentale delle convinzioni intellettuali di Mann; l’intensa conversazione che Pasanisi immagina essersi svolta tra Mann e Brecht in un giardino di una villa californiana (Il confronto, pp. 351 ss.). Occorre ricordare, comunque, che quello di Pasanisi non ha il tenore di un saggio. I protagonisti interagiscono e dialogano, con i loro amici, con i loro cari, con i loro colleghi (scrittori, musicisti, poeti…). E allo stesso tempo soffrono, si inorgogliscono, vivono storie d’amore e passioni, grandi delusioni e altrettanto grandi paure. È magistrale il modo con cui l’Autore rende il rapporto così difficile tra Thomas Mann e il fratello Heinrich, o i figli, in particolare Erika e Klaus, che morirà suicida. Ma è davvero ineguagliabile anche il ritratto della sembianza estremamente viva ed inafferrabile di Brecht, della sua indipendenza totale, della sua irrefrenabile libertà affettiva e sessuale.

All’umanità, peraltro, Pasanisi – che forse tradisce, a conti fatti, una maggiore predilezione per la figura di Thomas Mann – accosta sempre un’attentissima e convincente ricostruzione della cifra letteraria e della statura complessiva dei due grandi maestri: di un magnifico e certosino artigiano della bella scrittura, capace, però, di intuire meglio di chiunque altro la seduzione e gli abissi di una tradizione romantica che per essere veramente immortale esige dai suoi interpreti una fortezza quasi insostenibile; ma anche di uno straordinario poeta, integralmente votato a fare dell’arte uno strumento concretamente rivoluzionario e a rendersi così interprete di un universo di valori che può dirsi appagante solo se reso oggetto di un’aspirazione continua ed instancabile. Così frapposti, a pensarci meglio, Bert e il Mago non sembrano realmente inconciliabili: è questo ciò che l’Autore voleva suggerire? L’immagine della copertina è l’indizio decisivo: la migliore testimonianza intellettuale e civile di un certo Novecento è una fusione di energie e di intenzioni che quasi mai si sono incontrate, di mondi che, in quanto divisi, non sono stati in grado di evitare un terribile naufragio.

Recensioni, di Massimo Mario e di Daniele Abbiati

Un’intervista all’Autore e un’auto-presentazione del libro (perché Thomas Mann e Bertolt Brecht?)

Thomas Mann raccontato da Marino Freschi

Bertolt Brecht raccontato da Max Raabe (auf deutsch!)

Il Mago e Bert on line: ThomasMann.de e International Brecht Society

L’ultima casa di Bertolt Brecht (di Davide Orecchio)

La nuova edizione di un capolavoro di Mann (di Pietro Citati)

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Basterebbe l’efficace prefazione di Umberto Fiori per farci presentire qualcosa su questa raccolta di Igor De Marchi e sulla validità delle sue liriche. Fiori è uno dei poeti più bravi degli ultimi vent’anni. Quale affidavit, allora, potrebbe essere migliore? In realtà, la pulizia e la schietta unilateralità di questi versi si presentano da sole. A ciò contribuisce soprattutto un’evidenza linguistica, che è annunciata anche dal tenore, secco e burocratico, del titolo. L’Autore fornisce una cronaca, descrive e non canta, fedele, nello stile, all’oggetto che lo ispira, alla crisi di un’identità, personale e territoriale, ed alla volontà di presentarne la più varia sintomatologia. È proprio vero che il poeta si riconosce dalla sua capacità di avvertire le cose che stanno accadendo prima di tutti gli altri ovvero, e ancor di più, quando stanno incombendo, quando stanno, cioè, per accadere: le poesie di De Marchi sono del 2003, e ci dicono, senza tanti fronzoli, di un decadimento che ora, dieci anni dopo, può conclamarsi, purtroppo, allo stadio del luogo fin troppo comune. Si tratta di una poesia interessante, dunque, anche perché amaramente preveggente.

I momenti più intensi del “rapporto” sullo stato di “reddito e salute” sono concentrati nelle poesie di Ascesa e declino di un giovane agente di commercio (p. 45) e nel successivo Gruppo 3: beni di prima necessità (p. 65). Nella prima serie, quasi un poemetto, posto esattamente nel mezzo della raccolta, a fungere da perno, c’è la rassegnata e disillusa coscienza del popolo delle partite IVA, la scomparsa dei sogni della giovinezza, qualche tocco di malinconia di corpo e di classe, il luccichìo delle brochure aziendali, la monotonia snervante di una flessibilità che è ingorgo e gorgo allo stesso tempo, la ferocia intrinseca all’atto anodino e seriale delle dimissioni. È facile, in queste condizioni, coltivare il dubbio di essersi irrimediabilmente confusi, specchiati tra i maiali rinchiusi nei camion che ci sorpassano e ci circondano nella coda dell’autostrada: E poi: / qui, chi per me / può dire / dove finisce l’a caso del macello / e dove inizia invece / l’equo apprezzamento dei tagli? (p. 57).

Nel Gruppo 3 sono i riti quotidiani a dar corpo e pensiero al tipo psicologico di generazioni sfortunate e smarrite: il rito della soap opera, il rito della sera passata ad origliare la felicità altrui, il rito delle vacanze sempre occupate, eppure foriere di un’ingenua ed effimera aspettativa di futuro… Sicché, di rito in rito, si finisce ben presto ad accettare il presente, a ritenerlo inevitabile, a non stupirsi più dei tanti gatti scavezzati sui cigli delle strade (p. 74), quelli che vengono travolti adesso, nella contingenza, ma anche quelli che ancora devono venire, che per il momento se ne stanno al sicuro e che comunque periranno, perché, diversamente dai cani, tirano dritti e filano via senza guardare / come invece fanno i cani. C’è un fatalismo agrodolce in questi versi, che è anche capacità di provare compassione e di suscitare, con il lettore, un meccanismo di reciproco riconoscimento, cui lasciarsi andare con qualche inquietudine ma senza la paura di scoprirsi da soli. Il dramma che si sta svolgendo non è individuale, è un’intera fase storica e sociale a naufragare, e De Marchi ne traccia le ultime rotte con ricercata asciuttezza.

Il reportage sulla realtà sbiadita e sul processo che porta allo scoprirsene fatalmente parte integrante prosegue – come andamento di uno sguardo, a volte nitido e a volte oscillante, su di una fotografia in bianco e nero o, meglio, sull’immagine di una periferia industriale dismessa (p. 22) – anche al di fuori delle parti centrali del libro, sia prima (nel Gruppo 1: interferenze e nel Gruppo 2), sia dopo (nel Gruppo 4). Esso, anzi, si rivela completamente nelle (belle) poesie che De Marchi compone, con voce onesta e sincera, nel suo dialetto d’origine: perché è chiaro che ogni anno, il tempo che passa inesorabile e la vita in genere sono come na giostra, che te ride senpre manco / e no te pol smontar do (p. 81).

L’esperienza di questo piccolo e piacevolissimo libro non è isolata. Nel momento in cui era stato pubblicato, De Marchi era uno dei tre baldi “poeti dell’A27”, con i quasi coetanei Giovanni Turra e Sebastiano Gatto, in seguito, forse, più noti e più prolifici, ma solo da un punto di vista quantitativo. L’autore del Resoconto, dopo aver autoprodotto un’altra singolare raccolta (Fortune, 2007), è pressoché scomparso dagli scaffali della poesia.

 

il mutuo (da Gruppo 3: beni di prima necessità)

 

Sto pagando un mutuo di quindici anni

per l’appartamento in cui vivo.

Ho sottoscritto una polizza vita

di vent’anni. Il mio promotore

finanziario di fiducia

mi sottopone ogni quindici giorni

vantaggiose opportunità

di investimento a lungo termine.

 

Eppure stento a immaginarmi allora

brizzolato e limpido,

circondato da nipoti

gioiosi e figli amorevoli

come vuole la brochure

dell’assicurazione.

 

——————————–

 

son ‘ndat fòra (da Gruppo 4)

 

Son ‘ndat fòra.

Me bruṡea i òci co tut quel fun,

quel bacan che i fea.

Me à volest un tòc

a ‘bituarme al scur,

un tòc a inprumar la nòt,

parché la luce de la cuṡina

l’imbarluméa.

 

Fòra, a fòrza de strucar

e tirar i òci, i se à netà:

ò vist par aria

tut un formigolar de stele

che le zignéa

come un sgrisolar de garduzh.

E alora i òci te li sente slanpidar,

te sente drento che se desfa na paura

e la te vien su:

la vegnarà forse na òlta

la formiga a canbiarne

tuti sti versi, sti dènt da late,

tuta sta vita che bala e che casca,

a asarne un schèo sul comodin.

O forse l’é meio che me li tegne duro

e magari che i ase

– come quel fiol de un can de me nono –

piantadi in te un pèrsego cru.

 

Una recensione (di Alberto Cellotto)

Sette poesie da Fortune

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Prima di riuscire ad apprezzare, il 2 gennaio, una leggera spruzzata di neve, il 30 dicembre, durante una breve passeggiata montana, sono stato sospinto in un’atmosfera tutta novembrina, complici  i sorprendenti “caldi” di questi giorni invernali di festa. Non c’era atmosfera più adatta per abbordare questo singolare libretto, le cui poesie sono in gran parte di ispirazione autunnale.

Il piccolo fascicolo è formalmente votato all’anonimato più assoluto e la quarta di copertina, autoironica e quasi farsesca, potrebbe anche farci pensare alla dimensione dello scherzo. Nonostante ciò, la poesia di questo Autore non scherza: c’è del mestiere, e ci sono anche immagini e filoni tradizionali e sperimentati, che dimostrano una particolare consapevolezza. Si può anche arrivare a dire di più: dei diciannove pezzi brevi che compongono la raccolta è difficile individuare quello meno riuscito degli altri. Che cosa importa, quindi, dell’identità di chi scrive?

Come si sarebbe detto in altri tempi, l’aura di questi componimenti è tutta pervasa da un clima di malinconia e di insoddisfazione, di stupore inappagato per una perfezione che è delle cose e che, tuttavia, nessun interprete umano può raggiungere. L’ambientazione autunnale non fa altro che enfatizzare questi sentimenti, anche se talvolta la combinazione tra la fascinazione assoluta per un ordine segreto e l’ambizione frustrata dell’artista si trasformano in rabbia determinata, in invettiva nei confronti dell’ineffabile ma aggrovigliata semplicità della terra. I pezzi su Dino Campana e Vincent Van Gogh rivelano che la pazzia può essere un canale privilegiato, un modo di assimilarsi integralmente e con successo, finalmente, alla sorprendente ed agghiacciante follia della natura. Alla fine, sono gli affetti, come sempre, a non tradire, a permettere un minimo conforto: un bacio rubato nel freddo e nel buio può dare il più grande e forse unico sollievo, e l’istintiva attenzione per i propri figli è il segno che almeno loro possono avere ancora l’illusione di capire e cambiare il mondo.

L’Editore

Due poesie scelte…

Odio madre natura, mi fa schifo.

Te, quel poco di sterco e qualche poesia

che riesci a produrre con grande fatica

li tieni da conto come fossero oro.

Lei abbonda di ogni tesoro

e lo spreca, lo butta.

Miliardi di pigne, conchiglie,

pietre bianche, rotonde, nere.

Fiori da riempire all’orlo

mille petroliere.

Li butta, la stolta. Ha le mani bucate,

l’orrenda mignotta, sfondate.

E il vento, le onde, non si fermano mai.

E le nevi perenni, la luce del sole,

e la notte e il giorno, la pioggia che cade.

Gli atomi eterni, un milione d’inverni.

I falchi, le balene, i ghiri,

l’acqua che bevi, l’aria che respiri.

——————————–

Il sole si abbassa,

si piega a leccare la strada.

La massa di foglie secche

è un cane senza padrone.

Non c’importa

il freddo dell’androne,

la porta nera di legno vecchio.

Fuori tutto scurisce, secca.

Tienimi stretto.

Sei l’unica nota intonata

nell’orribile stecca.

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L’unico motivo per il quale non è corretto arrischiarsi ed affermare che questo è, per tutti gli amanti italiani della poesia, il libro dell’anno consiste nella circostanza che è difficile avere una base conoscitiva sufficientemente ampia per sapere di tutta l’“offerta” editoriale in corso. Si potrà anche dire che è una semplice antologia di traduzioni di pezzi in buona parte già noti di un Autore altrettanto famoso, e che, quindi, non c’è nulla di nuovo. Ma il fatto è che ci si può rallegrare anche quando traduzioni di questo tipo vengono raccolte in un unico contesto. Tanto per dare la misura dell’eccezionalità dell’iniziativa editoriale, posso dire – senza timore di essere smentito – che dalla prima pagina il livello è altissimo, e che nel corso di tutto il volume ci si trova pacificamente di fronte ad una fila ininterrotta di tante perle rare. Finalmente, Adelphi chiude un “trittico” polacco che da tempo sembrava doveroso: dopo Milosz, e dopo la Szymborska, anche Zagajewski meritava il suo spazio.

Da dove si può cominciare? Forse dal fatto che la raccolta contiene la bellissima Try to Praise the Mutilated World (p. 193), scritta prima dell’11 settembre 2001, ma presto eletta dai critici statunitensi come la poesia più rappresentativa dello smarrimento di un’intera nazione: “as if America were entering the nightmare of history for the first time and only a Polish poet could show us the way”. D’altra parte anche Zagajewski, come tutta la letteratura della seconda metà del Novecento, non può che confrontarsi con un problema fondamentale ed irrimediabilmente urgente, con una Memoria che affina e rende tragica qualsiasi presa di coscienza: Ancora nulla so, nulla è successo, / eccetto la guerra e gli ebrei sterminati (p. 154).

Questo, effettivamente, è il punto attorno al quale si possono riunire (o dal quale dipartono, se si vuole) molti dei temi affrontati nel libro. La nudità dell’esperienza umana e il costante ed inevitabile dialogo con i morti vi appaiono non solo come condizioni necessarie e mai più rinunciabili, ma soprattutto come cantieri dormienti di contemplazione e di distacco, di consapevolezza e di tenerezza (Siete i miei fratelli silenziosi, p. 131). Si tratta di occasioni, ad esempio, che si possono cogliere alle prime luci del mattino, ascoltando le voci degli uccelli (I miei maestri, p. 63). E sono anche misteri, che le cose nascondono, perché sono così fisse ed insensibili, e per questo terribili, forti di una bellezza che non sembra avere risposte e che possiamo solo contemplare (v. la poesia che dà il titolo al volume, p. 106, ma v. anche Crudele, immediatamente successiva, p. 107). Quello di Zagajewski è un costante tentativo d’indagine, come se fosse alla ricerca, anche nel passato, di un mondo alternativo (All’alba, p. 77), di una fortezza di sensazioni, con cui preservare anche gli intellettuali dalla tirannia di un pensiero stereotipato e di un linguaggio artificioso, esso stesso capace di trasformarsi in cosa tra le cose, di nullificarsi e di nullificarci, nella più totale indifferenza (Foresteria per studiosi, p. 180, è semplicemente terribile). Dietro l’angolo, infatti, c’è sempre il rischio che tornino le “scimmie” (p. 100) e che si impadroniscano nuovamente del potere.

C’è un altro filone, però, che impegna le riflessioni di Zagajewski. È il tema “classico”, e probabilmente ancora migliore, dell’artista o del filosofo, e del suo stato di eterno sconosciuto, di straniero e di incompreso; di interprete e profeta, tanto solo e spesso fallace, quanto determinante e privilegiato, perché capace di riconoscere la voce della natura e di trasmettere, così, a tutti, i segnali di una feconda meraviglia, che può essere, a sua volta, fonte di paure e di ripetuti disorientamenti. È una materia molto ricca, nella quale sono protagonisti la musica (Schubert, Bruckner, Beethoven… ma anche un violoncello, o il valzer…), il pensiero (Hegel, Nietzsche, Simone Weil…), la pittura (meraviglioso il pezzo dedicato a Morandi, p. 78) e la poesia stessa. A quest’ultimo riguardo, oltre al commovente Addio a Zbigniew Herbert (p. 181), di tutto ciò che Zagajewski ci permette di godere, mi piace conservare e ricordare l’invito, malinconico ma sollecito, che egli stesso ci rivolge rievocando la figura di Osip Mandel’štam (p. 17) e raccomandandoci di offrire rifugio e speranza a tutto ciò che rappresenta la poesia in esilio: è tempo di dormire quando busserà alla tua porta sottile / aprigli.

 

Le prime due poesie (“chi ben comincia”, in effetti…):

La sconfitta

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,

le amicizie si fanno più profonde,

l’amore solleva attento il capo.

Perfino le cose diventano pure.

I rondoni danzano nell’aria,

a loro agio nell’abisso.

Tremano le foglie dei pioppi,

solo il vento è immoto.

Le sagome cupe dei nemici si stagliano

sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce

il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,

tu, di me. Il tè amaro ha il sapore

di profezie bibliche. Purché

non ci sorprenda la vittoria.

 

La bandiera

La mattina mi sveglio e cerco di appurare

con l’aiuto di un binocolo

quale bandiera sventoli sulla mia città

nera, bianca o grigia come il terrore,

se la mia città è già stata conquistata

o ancora si difende, se implora

la clemenza dei vincitori oppure

porta il lutto per alcuni secondi

di oblio, o forse io stesso sono

la bandiera solo che non so

vederla, così come non vediamo

il nostro cuore.

Intervista all’Autore (di Luigia Sorrentino)

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Leggere Wendy Cope significa comprendere nel modo più diretto ed istintivo che cosa voglia dire l’espressione “fare il verso” e come sia possibile conciliare in un’unica identità una normalissima insegnante del Kent e una pluripremiata e popolare poetessa. C’è del casalingo, del sicuro, in questa figura, soprattutto nella sua irrefrenabile ricerca della rima, che strizza sempre l’occhio ad un senso ordinario delle cose e all’opinione più scontata, forse a quella che, come tale, e sia pur nella sua linearità, è la più serena e felice. Nello stesso tempo, però, c’è anche grande ironia, voglia di prendere in giro e di prendersi poco sul serio, desiderio di non stupire e di dare voce anche alle più piccole emozioni: come se anche quelle più grandi non possano che essere comprese per assemblaggio di istantanei quanti di positività, magari nella speranza, volta per volta, che l’insieme, anche se appare vuoto, ci comunichi un tanto sperato e quasi sorprendente senso di pienezza.

Emergono diversi protagonisti in questo “assaggio” di Cope, comprese, per così dire, le sue più celebri hits. Spicca tra tutte la “creatura” per eccellenza, Mr. Strugnell, di Tulse Hill, piccolo sobborgo londinese, con gli imperdibili e saggi sonetti (pp. 69 ss.) e con i fulminanti e quasi comici haiku (p. 83) di cui questo alter ego figura come il disincantato e pur tormentato autore. Possiamo apprezzare, poi, Il mio amante, decisamente un capolavoro, così come tutti gli altri brevi pezzi sull’amore, “addormentati” e come “avvolti” in se stessi, tra evidenti parodie, passioni durature, istinti facili e una specie di “sconfortante dolcezza”. E, infine, perla tra le perle, L’angolo degli ingegneri, che in verità apre il volume e che dice molto, quasi con sarcasmo, sullo stato di solitudine in cui versa il poeta: L’incertezza del poeta (p. 87) è più di una scontata variazione sul tema, e Lettura poetica (p. 155) è la messa in scena della nozione farsesca che della poesia ha la maggior parte della gente, ivi compresa quella che si ritiene più “colta”.

Il curatore di questa prima silloge italiana – cui si deve senz’altro un plauso, perché non è per nulla semplice tradurre la semplicità fatta verso – avverte che la “leggerezza” è la cifra distintiva di Wendy Cope. In effetti, ci sembra di ritrovare qualcosa di Collins (nell’assunzione di uno sguardo quotidiano e nell’esser stata poeta laureato) e qualcosa di Ginsberg (nella tendenza alla canzonatura), ma anche, in alcuni passaggi, qualcosa di Wilcock (nel linguaggio paradossale dei sentimenti) e di Sermonti (per intendersi, di quello, inatteso, de Ho bevuto e visto il ragno).

È il gusto dello scherzo ad essere onnipresente, anche sotto forma di impertinente civetteria ed anche quando ci si potrebbero attendere, per immagini o temi, toni banalmente malinconici o comunque venati di agrodolce consapevolezza. Se si volesse individuare un divertito manifesto dell’atmosfera sostanzialmente light della poesia di Wendy Cope, allora si potrebbe dire che Progredire nella noia (p. 129) ne potrebbe essere un capitolo importante: Un compagno e una casa è tutto ciò che amo; / ho trovato un rifugio da cui non puoi distrarmi; / non ho altre ambizioni, e quel che bramo / è solo continuare ad annoiarmi.

Penso che l’immagine più ficcante per rappresentare l’idea che questo libro mi ha lasciato sia questa: nella poesia e nella letteratura, come anche nella vita, tra la coltivazione delle orchidee e quella dei gerani, scegli sempre la seconda; bastano piccole zappature serali e un po’ di fondi di caffè per rendere il balcone una cascata di coloratissimi spunti vivaci. Se poi hai anche il tempo di sorbirti una birra fresca al pub, in compagnia, allora il gioco è fatto.

 

Canzoncina per i poeti

Per me tutti i poeti erano byroniani,

perversi, un po’ pericolosi e strani.

Poi ne incontrai qualcuno. È buffa la realtà:

l’acqua tonica liscia è più frizzante,

un piano-pensionati è più rassicurante.

Eppure ti assicuro, non molto tempo fa

Per me tutti i poeti erano byroniani,

perversi, un po’ pericolosi e strani.

 

Definendo il problema

Non posso perdonarti. E se anche lo potessi

non mi perdoneresti tu d’averti visto dentro.

Ma non posso nemmeno guarire dall’amore

per ciò che mi sembravi prima di smascherarti.

 

Un profilo dell’Autrice

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cosa ne sanno più gli italiani dell’immergersi e nuotare nei fiumi e nei / torrenti – del gusto della sospensione e del galleggio – un sedile di / pietra dove starsene a scrutare la volta dei rami e delle foglie – là dove / balugina una luce riflessa tra penombre e spiragli di cielo… Non sono parole di Franco Arminio (che non è nuovo a queste pagine), ma è l’inizio dell’ultima raccolta versi di Roberto Cogo (che anche non è una voce sconosciuta). Ho fatto così tante “orecchie” a Terracarne (non a caso è già stato segnalato tante volte), che davvero non saprei da dove cominciare per esprimere qualcosa su questo recente zibaldone del noto paesologo di Bisaccia (Irpinia d’Oriente). Quindi ho scelto l’esordio di un riuscito poemetto del bravo poeta vicentino (Dell’immergersi e nuotare. Wild swimming), perché, mi sembra che riesca ad evocare al meglio il senso ultimo di una ricerca forse comune e altrimenti difficile da spiegare.

I percorsi di questi due Autori paiono intrecciarsi. Arminio vaga tra piccoli e “grandi” paesi del Sud, e cerca spesso il dettaglio, per trarne tutte le energie che possono nascondersi alla vista e all’udito di chi non riesce più ad accorgersene, perché immerso nell’“autismo corale” della civiltà urbana (“Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”: p. 12). Cogo si immerge e nuota, prevalentemente nelle sue terre del Nord-Est, in qualunque specchio d’acqua che gli consenta di tastare la sensazione di estrema fratellanza, se non di unione, tra fibre ed umori personalissimi, da un lato, e la superficie dei fondali, i colori degli alberi, il canto veloce degli uccelli, dall’altro (nelle vene gelate circola la chimica che inebria – acque gelide di / vita fin sotto le montagne impattano sulla pelle – scivola il velluto di / un vento smeraldino sul corpo minerale – l’eco di un ritorno al / luogo segue un tuffo senza indugio – nuoto e mutamento: p. 17).

A loro modo, poi, sia Arminio, sia Cogo sono scienziati, rigorosi applicatori di un metodo che ben si può dire sperimentale e che, difatti, li espone direttamente alla presa diretta di cose e di sensazioni, così come all’alternativa tra riscontro e falsificazione costanti delle rispettive intuizioni. Per il primo il laboratorio è fatto di tanti nomi, sconosciuti, quelli dei paesi che visita e ri-visita, in Lucania, o tra Puglia e Molise, o nel Cilento, o in Irpinia, ma anche notissimi, quelli dei paesi che sono stati fagocitati dall’immensa periferia di Napoli. Il suo spirito è quello del rabdomante, che cerca la vena segreta e ancora inesausta, e che alla desolazione o al caos non oppone alcuna facile ricetta, accontentandosi, semplicemente, di raccogliere lui stesso e di capire, saggiare o ricordare. Anche per Cogo si tratta di ricordare, in particolare di ricordare e di ritornare: il suo sistema è quello della ripetizione seriale, della messa alla prova, della tensione dell’arco del corpo, per riemergere in una dimensione primitiva e primigenia, e vivere l’occasione di poterla afferrare (sarà pace e foglie – sarà luce e giorno in silenzi di usignolo – il ritmo / delle cicale a remare nel torrente – saranno ancora una volta / spessori di terra e quiete contro un cielo di fatti azzurri – sarà roccia e / sabbia lambita da un riflusso di luna – sarà tutto o niente: p. 18).

Il paesologo e il poeta, infine, sono animati da una chiara intenzione costruttiva, poiché il fine delle loro indagini consiste nel rendere attingibili le potenzialità di cui scrivono e nel tracciare, così, una mappa di ri-generazione, personale e collettiva. Arminio lo afferma con tutta l’onestà di chi vuole individuare un percorso, senza il timore di essere frainteso: “La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento allo sviluppo che non c’è stato, su chi se n’è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”: p. 330). Cogo, analogamente, è limpido e cristallino, si getta nelle acque anche quando tutti hanno mollato, quando è possibile un wild swimming di settembre (p. 28), che non è, quindi, l’esperienza della frescura estrema nella calura agostana, è il dialogo sempiterno con gli elementi, per immergersi di nuovo e provare effettivamente che cosa significhi lo scrosciare del cielo al tramonto, per respirare, in definitiva, l’immensa periferia dell’universo (p. 30).

Non so se Arminio e Cogo si conoscano, ma sarebbe davvero curioso vederli dialogare in riva ad un lago e osservare insieme, oltre il canneto, un antico campanile, nell’orizzonte impolverato dal rumore di una superstrada. In questo scenario questi due volumi si sono incontrati e, credo, piaciuti. Perché con loro il Nord e il Sud si toccano e finiscono per incontrarsi e per attraversarsi reciprocamente, con tutta la diversità e con tutta la somiglianza delle insperate risorse di cui dispongono.

Una breve intervista a Franco Arminio

Le poesie di Roberto Cogo

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Tornano in mente, leggendo questo poeta, le parole di Enzo Mandruzzato: “È necessario che un verso (bello, cioè esistente) sia un pensiero, ma di natura specifica e diversa. Non meno pensiero di una sentenza, come cogito ergo sum, di natura diversa e precisamente teoretica. Questi aspetti costituiscono l’unità di tutto il reale, forme inconfondibili della creatività inesauribile e della intuitività dello spirito dal quale è impossibile uscire” (Il poeta e la misura, Padova, 2006, p. 10). La poesia è pensiero, dunque, e questo ha i suoi strumenti. Camillo Pennati ne è pienamente cosciente e si dimostra un vero maestro, che tiene decisamente alta la bandiera dello stile, del ritmo e dell’intuizione musicale.

Non ci troviamo di fronte a composizioni semplici. La raccolta in questione è come una complessa opera per orchestra, che vive di tante singole immagini, di tanti specifici passaggi che si saldano come fotogrammi di attimi di determinata concentrazione. C’è, nel mondo, un universo di emozioni e di sensazioni, dati, spunti ed energie da cogliere, da assimilare e da sublimare: Pennati segue il sentiero dei Presocratici e traduce spicchi di esperienza in condensati di assoluto. La sua è una ricerca di completezza, di frasi che si inseguono e si sovrappongono in un continuum che punta diritto all’essenza. Non è, tuttavia, una verità soltanto concettuale: cellule, nubi, rami, foglie, scogli, uccelli, stagioni acquistano vita e consistenza proprie degli esseri umani, provano sentimenti e passioni, si abbracciano, si scontrano e si ritrovano. Siamo noi stessi natura, non possiamo dimenticarlo; anzi, ne abbiamo un radicale bisogno.

Se è vero che un libro si può spiegare anche in base agli accostamenti che può suggerire, allora si può ipotizzare che Paesaggi del silenzio con figura sarebbe un ottimo compendio per la lettura estiva di Così parlò Zarathustra, magari in Alta Engadina, sulle rive del lago di Silvaplana, se possibile completando il tutto con la frequentazione metodica della bellissima biografia nietzscheana di Rüdiger Safranski. Quella di Pennati, del resto, è una filosofia che nell’approccio naturalistico profondo trova il fondamento di un’azione pratica radicale (v. Di là d’ogni cultura, p. 135).

Pennati, in definitiva, ci spinge e ci fa ruotare nelle cose, un po’ come si può spingere e far ruotare una vite ancora ignara del posto che le compete e della consistenza del legno che la deve ospitare. Il suo cacciavite è fatto di tecnica e di metrica, di sapienza poetica tradizionale. Ma questa non è maniera, è un ostinato esperimento di manutenzione del linguaggio, che si rinnova tenacemente e che si vuole adeguare alle esigenze mai paghe di un mestiere antico, sempre attuale e necessario, di un sondaggio privilegiato, che solo a pochi interpreti è consentito, affinché altri ne sappiano e ne vogliano cogliere i frutti. Occorre avere pazienza, quindi, per leggere Pennati; i tesori che questa lettura può rivelare compensano ogni fatica.

 

Si esiste qui

Si esiste qui se cerchi nel saperlo

se nel sentirlo ti pervade quel concepimento

d’essere nell’essenzialità investita in ogni singolo

un suo commosso istante intriso dell’evento

a compiersi d’un combaciante ed esaudito intento

come ogni stelo ogni animale ciascuno d’ogni albero

e il suolo e l’acqua e l’aria sino al più profondo

e nel vissuto in te di consaperlo per ogni assentimento

che la gioia concede al suo sensibile consenso

poi che è di noi che intendo nel concerto

d’ogni essenza del mondo: comprenderne

l’appassionato intento come per attrazione e desiderio

il nutrimento che muove al colmo il compiersi di ciò

durando che addentro l’esistenza accade e in quel

partecipato aderimento si consuma.

 

Una recensione

Un’intervista all’Autore

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