Si parte dalle poche e celebri foto del corpo morto di Walser, caduto nella neve durante una delle sue proverbiali passeggiate a Herisau, in Svizzera, non lontano dal manicomio in cui era ospitato. E poi si procede, a ritroso, dal capitolo 7, che è il primo, al capitolo 1, che è l’ultimo, alternando lo scavo sul grande scrittore con i frammenti di un percorso psicologico e di un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso Autore. È una sfida su più piani: interrogare lo scrittore svizzero, la sua follia, le sue opere e la sua traiettoria esistenziale, così originali e così apparentemente inestricabili; fare memoria di se stessi, dei momenti di sofferenza come di quelli di perfetta e assoluta concentrazione; tornare quindi a ritrovarsi, come se il tuffo di Walser, l’ultimo, quello nel bianco della neve, rappresentasse la metafora di un traguardo, concretamente attingibile, paradossalmente, a chi sa ritrarsi fino in fondo. Miorandi, forse, sulle orme di Carl Seelig, è riuscito a sperimentare, di Walser, ciò che i tanti numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Bichsel, Benjamin, Canetti, Sebald… – sono stati in grado soltanto di intuire. Il precipitato di una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento è condensato in una disperata e ostinata poetica dell’accettazione, alla riscoperta, come in una grande poesia di Wallace Stevens, di quelle “occasioni d’intima eccellenza” che, in questo mondo, possono solo accaderci.

Walser si può leggere partendo da una qualsiasi delle sue opere. Che sia L’assistente – che è quella forse più spiazzante – o Jakob von Gunten o I fratelli Tanner o La passeggiata o Il brigante… poco importa. Sono tutte diverse e tutte uguali. Diverse perché i protagonisti sono differenti; uguali perché, a ben vedere, i protagonisti non sono tali. Il ruolo di protagonista, infatti, non si addice ai soggetti che Walser predilige. I suoi campioni sono i non-campioni per antonomasia, gli irriducibili naturali, i perfetti comprimari, gli innocui perdigiorno; tutti coloro che, pur coltivando una sorta di puntuale marginalità, sanno veramente stare al mondo, perché hanno spontaneamente compreso che, nella vita, si tratta solo di osservare e di goderne. Davvero non stupisce che questo scrittore sia stato amato da Kafka e ammirato da Musil. La sua volontà di annullarsi, tenacemente, e di aderire ad un ordine segreto, ma fisiologico e originario al contempo, è una manifestazione paradigmatica di una fase storica di trasformazione fondamentale della cultura occidentale, rappresentandone, tuttavia, una visione radicalmente critica, se non antagonista. Quella di Walser, da questo punto di vista, è un’esperienza di vero attrito, che si interseca con quei processi (così lontani eppure così simbolicamente vicini…) che portano, nello stesso periodo, all’esplosione dell’arte astratta. È difficile, ad esempio, non avvertire, nei microgrammi di Walser, certi profili di continuità formale con Klee o con Kandinsky. E pensando a tempi immediatamente successivi viene subito alla mente Rothko, nonché, nella grande letteratura, il secondo Salinger. Allo stesso tempo, però, quella di Walser è dimensione anche fortissimamente religiosa, secondo una specie di mistica dello svuotamento e dell’assenza, tipica della tradizione tedesca, che parte da Eckhart e che si fa sentire anche in età romantica (in Walser la nobiltà della scelta secessionista del poeta è quasi come quella del poeta di cui racconta Schiller in Die Teilung der Erde, lontano dalla cose del mondo perché impegnato a stare con Dio). È per questa ragione, per questa sua intrinseca proiezione morale, che, come testimonia perfettamente Miorandi, Walser il pazzo, prosatore essenziale, può essere scoperto anche come maestro di vita e sorgente di guarigione.

Uno speciale su Walser (da Zibaldoni.it)

Sempre su Walser: un’intervista a Gianni Celati

Robert Walser e il magnifico zero (di Paolo Morelli)

Il più celato di tutti gli scrittori (di Alessandro Toppi)

Una birra per Walser (di Franco Marcoaldi)

Robert Walser perso e ritrovato nei suoi microgrammi (di Marco Belpoliti)

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“Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura”: il sottotitolo dice molto, anche se non riesce a spiegare del tutto la natura e il contenuto del libro, che sono in gran parte originali. Apparentemente, infatti, è soltanto un diario di viaggio, nel quale un poeta italiano racconta i pensieri e gli incontri che fa a Mosca nei giorni che precedono un festival letterario. Quei pensieri e quegli incontri, però, sono particolari. Da un lato, ci danno un suggestivo assaggio di cultura russa e di vita e colore moscoviti; dall’altro, ci immergono nel passato e nel presente di una delle tradizioni letterarie più affascinanti del mondo. I compagni di viaggio, inoltre, sono sempre all’altezza: siano essi i grandi classici (da Puskin a Bulgakov; da Lermontov a Chlebnikov; da Pasternak alla Cvetaeva; da Majakovskij alla Achmatova), di cui il narratore incrocia monumenti o luoghi in vario modo notevoli; o si tratti, invece, della scombiccherata ma divertente combriccola di autori contemporanei, più o meno giovani, e più o meno famosi, con cui anche il lettore finisce per passare quasi tutto il suo tempo (tra chiacchierate profonde e bevute ugualmente intense, nella speranza di trovare l’attimo giusto, come accade al nostro poeta, per baciare in un bosco innevato la bella Ksenja Kirillova…). L’itinerario finisce all’improvviso, nel bel mezzo di un viaggio in treno dal sapore quasi rituale, da Mosca a Petuški, sulle orme del romanzo di Erofeev.

La Russia è sempre la Russia, c’è poco da fare. Il fascino di un paese così sterminato e selvaggio rimane forte. E la sua grande letteratura ne è uno specchio altrettanto – e tuttora – fedele. Gli Autori di questo testo (lo pseudonimo, che trae spunto da una famosa canzone dei CCCP, nasconde un collettivo di scrittura molto vivace, al quale si deve anche la costituzione di una rivista letteraria) riescono a compiere un’operazione per nulla scontata: quella di mettere in scena tutta la magia dell’anima russa, facendolo, peraltro, in un racconto che è ironico, trasognato e colto allo stesso tempo. Vi vengono evocate un’identità e un’atmosfera che non si trovano solo nei capolavori dell’Ottocento russo e che hanno saputo, invece, conservarsi e trasmettersi tenacemente anche per mezzo – e spesso nonostante – la Rivoluzione d’Ottobre, lo Stalinismo, il crollo del regime sovietico e l’avvento, oggi, di una società capitalistica totalmente disincantata. Ma per cogliere la profondità e la continuità di un cosmo (tanto più di questo) occorre abbandonarvisi e il diario, in fondo, è proprio uno strumento perfetto, perché lascia parlare di cose grandi anche le cose più piccole: chi lo scrive ha modo di ritrovare se stesso, e in questo caso specifico di ritrovare soprattutto la poesia; chi lo legge ha la fortuna di potersi assimilare al piacere di questa riscoperta.

Un piccolo estratto

Un’intervista agli Autori

Recensioni (di Sandra D’Alessandro, di Tommaso Ottonieri, di Riccardo De Gennaro)

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Ottavio Tondi è un lettore. Anche se le ambizioni paterne lo avrebbero voluto commercialista, non ha mai fatto altro nella vita. È per questo che è diventato il Lettore, l’onnivoro ghost reader di una delle più importanti case editrici italiane. È accaduto per caso, quando un direttore editoriale lo ha visto e iniziato, a questo come ad altri piaceri. La sua esistenza, tuttavia, tanto anonima e fragile, quasi assente, è destinata a conoscere nel frattempo un’improvvisa e curiosa notorietà, quella che il grande pubblico gli ha tributato come misterioso scopritore di un bestseller. Ma Tondi pare comunque abbandonato a una sorte rovinosa, vittima designata dell’umore e dell’ignoranza della gente, dell’amore più cinico, della violenza urbana. Ormai anche la lettura sembra lasciarlo, quando interviene, all’improvviso, Mario Esquilino, il poeta del quale era stato severo censore. L’amico sopravvenuto gli svela l’esistenza di Panorama, un social “modello Panopticon”, in cui tutti sono tenuti a proiettare on line qualche immagine della propria vita. L’immersione in questa realtà parallela ha una funzione taumaturgica e Tondi si riprende. A un certo punto conosce anche Ligeia Tissot, la strana e affascinante ragazza che lo segue sulla rete, e che lo porta per la prima volta a esprimere i suoi enigmatici pensieri e a scriverle, alla ricerca di un contatto che non avviene mai. Il piano non può che tornare inesorabilmente inclinato e l’ennesima sciagura spinge il protagonista agli ultimi e definitivi atti della sua follia e della sua vita.

In questo breve romanzo Tommaso Pincio riesce a fare più cose: a scherzare con alcuni amici e noti scrittori, tanto da renderli personaggi della trama; a prendere la letteratura sul serio, dimostrandone sia il fascino sia la natura estremamente sensibile e vorace; a ironizzare sul mercato del “consumo del libro” e sulla sua fatua crudeltà; a restituire Roma al suo ruolo di perfetto e malinconico palcoscenico narrativo; a parlare del lato più ambiguo e delicato dei più grandi e ingenui sentimenti; a rovesciare i più tipici e negativi stereotipi sui social, presentandoli viceversa come meri e spietati esaltatori di tutte le nostre ossessioni, pubbliche o private; a confezionare più racconti all’interno dello stesso romanzo; a dare, infine, un bel saggio di creatività artisticamente colta, di un linguaggio, cioè, che scorre felicemente senza concedere nulla alle diffuse tentazioni del semplicismo spinto. Non è frequente trovare in libreria letture così felicemente polivalenti. Certo, quella di Ottavio Tondi non è una bella storia, icona perfetta di ciò che l’abusato Bauman definirebbe come il possibile prototipo metropolitano del fallimento liquido. Come tale, non si può dire che sia una vicenda completamente originale. Si tratta, però, sicuramente, di un apprezzabile esempio di come la letteratura abbia sempre un suo “doppio”, al pari di ciò che accade alla coscienza, che pure si illude, ripetutamente, o di poterlo dominare o di riuscire ad assopirlo. Sul romanzo di Pincio aleggia esplicitamente l’aura di Edgar Allan Poe, i cui racconti partecipano attivamente alla trama. La prima impressione, al termine della lettura, è che Tondi incarni un Dorian Gray “alla rovescia”, perché è la sua debole umanità che fa da “ritratto” alle azioni del mondo che lo circonda, finendo per abbrutirsi e per estraniarsi nel modo più definitivo.

Recensioni (di Cristò, di Michele Fiano e Marilù Oliva, di Paolo Melissi, di Piersandro Pallavicini, di Giacomo Giossi, di Francesca Fiorletta, di Luca Romano, di Daniele Lamuraglia, di Luigi Mascheroni, di Renato Barilli, di Paolo Bianchi, di Goffredo Fofi, di Emanuele Trevi)

Il primo capitolo del romanzo

Il sito dell’Autore

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Anche con questo libro, forse, il “caso Silone” potrebbe tornare a far parlare di sé. Accade ciclicamente da tempo, specialmente da quando, nel 2000, è stata pubblicata la ricerca che ha individuato i documenti che proverebbero i legami tra il giovane militante comunista e la polizia. È proprio su questa ricerca che, almeno in parte, si fonda il lavoro di Renzo Paris, che sembra ricostruire i primi trent’anni dello scrittore di Pescina sulla falsariga della tesi che ne vuole ormai assodata una profonda ambiguità: personale, politica, morale e financo sessuale. In quest’ultima ricostruzione, d’altra parte, il rapporto tra Secondino Tranquilli, il vero nome di Silone fino al 1947, e il misterioso Guido Bellone, il commissario che ne riceveva le missive, è catalogato come “amicizia amorosa”. Il pericolo, quindi, su Silone, è che si riaccenda la polemica tra i difensori del “santino” e i “colpevolisti”, o che si discuta, ancora, sulle ragioni politiche del suo distacco dal PCI, dall’Internazionale e dall’Unione Sovietica. Ma chi volesse soffermarsi su questi profili – che pure innervano profondamente il testo, unitamente a quelli relativi ai rapporti tra Silone e altri importanti dirigenti comunisti: Gramsci, Togliatti, Longo… – rischierebbe di non accorgersi che si tratta di un romanzo e che il suo Autore lo ha immaginato, innanzitutto, come un viaggio sentimentale, non come il frutto di una nuova indagine storiografica. Valutare il lavoro di Paris al di fuori del clima introspettivo che lo avvolge significa non accorgersi della cifra particolare di questo racconto, che certo può suscitare critiche più o meno forti, e che, nonostante ciò, ha un obiettivo molto diverso da quello di stabilire una verità.

Le direttrici su cui si muove l’Autore sono tre: – la ricostruzione dello shock subito da Secondino, che già aveva perso il padre, dopo la morte della madre nel terribile terremoto del 1915: questa via consente a Paris di ripercorrere le orme di un orfano ridotto in stato di estrema povertà, dalla Marsica a Roma, alla ricerca di una nuova figura paterna (da don Orione a Guido Bellone) e di una famiglia altrettanto nuova (dalla chiesa al partito); – la decifrazione del carattere inevitabile, e allo stesso tempo anormale, di un processo frantumato e confuso di formazione della personalità: ciò al fine di dimostrare una sorta di originario e condizionante spaesamento interiore, tra la necessità di convivere con le difficoltà quotidiane e l’innata aspirazione a sfogare tutte le proprie energie in un impegno di riscatto personale e sociale; – la connessione tra l’esigenza di ricomporre questo dissidio e l’uscita dal partito comunista, con la riscoperta delle ragioni religiose della propria vocazione e con l’avvio, mediante la stesura di Fontamara, dell’esperienza letteraria, da intendersi come luogo privilegiato per l’autoanalisi permanente del proprio percorso personale e degli ideali che l’hanno motivato. In proposito, l’accento del romanzo viene a cadere proprio sull’influenza determinante che sulla nascita del Silone-scrittore avrebbe avuto la terapia psicanalitica seguita a Zurigo. Occorre evidenziare, ad ogni modo, che, lungo questi itinerari, Paris si muove con la sensibilità dell’artista, del poeta: non cerca conforto soltanto in documenti più o meno attendibili, ma si abbevera alla lettura diretta delle opere di Silone, lasciandosi spesso tentare da una sorta di confusione di ruoli e intrecciando la vita di Secondino con la propria. Questo tentativo di abbraccio empatico è il valore aggiunto della proposta di Paris, perché ci spiega che anche la letteratura pura ha le sue ragioni e che spesso queste non coincidono con quelle della storia, bensì con quelle ben più indecifrabili del nostro animo di lettori.

Recensioni (di F. La Porta, di O. La Stella, di G. Pollicelli)

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Agata vive a Padova ed è la figlia di un importante costruttore. È inquieta: forse è perché sta finendo l’università; forse lo studio della letteratura araba ha risvegliato in lei il bisogno di una ricerca; o forse sente la necessità di chiarire quale sia il suo posto rispetto a ciò che il padre già desidera per lei. Decide allora di fare un breve viaggio a Damasco con un’amica, sulle tracce di Ibn Arabi, un antico poeta sufi, e ciò che accade in questo viaggio promette all’improvviso di cambiarle la vita; in una moschea, quasi avvinta da una versione orientale della sindrome di Stendhal, ne ha come il presentimento. Si innamora di Faruq, un giovane tassista di nobile famiglia decaduta, e lo aiuta a trovare un lavoro in Italia, facendolo assumere come manovale in una delle ditte di famiglia. Lui è un ex dottorando ed è affascinato da un sogno continentale fatto di civiltà, razionalità e democrazia. Lei è colpita dalla sua dirittura morale e dal fascino di un’eleganza rispettosa e mai volgare. Ma la storia d’amore si scopre tormentata, come se le loro due traiettorie fossero destinate a non correre lungo la medesima orbita. Faruq scopre che il Veneto e l’Italia non sono come se li aspettava; Agata capisce quali siano state le ragioni, spesso discutibili, della fortuna economica di suo padre. La fine del romanzo è diversa da quella che ci si può attendere, perché Agata e Faruq, se da un lato devono moltissimo a questa loro intensa esperienza, dall’altro hanno imparato che entrambi devono affrontare il contesto che più amano se vogliono davvero contribuire a cambiarlo.

È un libro raffinato, ed è uno dei rari casi in cui la veste editoriale segue in modo molto coerente il significato e l’atmosfera del testo. La sagoma dell’immagine in quarta di copertina è già di per sé più che allusiva: è il profilo di una delle prospettive più suggestive dello skyline patavino, nella quale le cupole della Basilica del Santo si sovrappongono ai tanti campanili; è il teatro perfetto per il “Medio Occidente”, per una terra, cioè, che sta in Veneto come in Siria, che non ha più le virtù della sua grande tradizione, e che, al contempo, sembra assumere i vizi delle società orientali contemporanee. La storia di Agata ha un duplice senso, uno di andata e uno di ritorno: il primo rimanda al processo possibile di scoperta di un’identità personale nelle differenze culturali, quelle tra lei e Faruq, così lontani e così vicini; il secondo richiama un risultato finale di maturazione, che nell’acquisita coscienza di una fragilità individuale e di una provenienza familiare e sociale non immediatamente rimediabili, non sa solo di sconfitta e potrebbe preludere, anzi, ad una graduale riscoperta delle origini e ad una resistenza ragionevole nel presente. Tuttavia la vicenda di Agata è anche quella di Faruq, del suo amore per lei e per la sua patria, e della sua repentina scoperta sui forti limiti di un rigore disincarnato e sradicato. Ciò che colpisce, nella narrazione, è anche il sentimento dei luoghi, che portano l’Autore ad annotare l’insopportabile stridore tra la grazia di alcuni spazi cittadini e la provincialità asfittica di chi li abita, tradendo in tal modo un grande affetto per un Veneto tutto zanzottiano. Quello di Beppi Chiuppani è un racconto da Shahrazād del Terzo Millennio: è una novella generativa, vuole indicare una via, e il suo stile è lento e invita all’abbandono, perché, giustamente, tutte le migliori agnizioni si nutrono di parole e di immagini semplici, che qualcuno potrebbe anche definire, semplicisticamente, buoniste. Ma così non è.

PS: Un buon libro suscita sempre la voglia di leggerne almeno un altro. Medio Occidente mi stimola a riprenderne almeno tre: le Lettere persiane di Montesquieu (un classico da rileggere con un nuovo sguardo); Il mondo e l’Occidente di Toynbee (una rilettura freschissima, da frequentare ancora); e Il rancore di Aldo Bonomi (prezioso suggerimento di un amico, che torna in tal modo attualissimo).

La postfazione al libro (di Raffaello Palumbo Mosca)

Una recensione (di Luca Menichetti)

Il sito dell’Autore

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François insegna letteratura francese in un’importante università parigina ed è specializzato nel diciannovesimo secolo. È il massimo esperto dell’opera di Huysmans, al quale ha dedicato i lavori che gli hanno meritato la cattedra. La sua quotidianità di accademico e di scapolo si divide tra le lezioni, la scrittura di qualche articolo per una rivista specialistica e i pasti precotti, consumati in solitudine nel suo centralissimo appartamento. In questo quadro socialmente autoreferenziale, l’unica variazione è il rapporto con la giovane Myriam, l’ultima delle sue tante avventure. Quella di François, evidentemente, è una condizione di autentico galleggiamento, se non di noia. Ma i tempi in cui vive – in un futuro prossimo e non molto lontano rispetto al presente – paiono scossi da evoluzioni inaspettate. In Francia le elezioni presidenziali sono imminenti e si respira l’aria di un conflitto del tutto inedito. Il Fronte Nazionale è cresciuto ed è dato per vincente, ma il partito della Fratellanza musulmana sta superando la sinistra, accreditandosi per il secondo turno come unico concorrente, magari in soprendente alleanza con i liberali e con la Gauche. È il momento della paura e del riposizionamento, per una fetta consistente della società civile e soprattutto per gli intellettuali e per lo stesso François, che devono fare i conti con i possibili vantaggi che può comportare lo schierarsi dalla parte del presumibile vincitore. Sarà poi così brutto vivere in un regime favorevole all’Islam? Mentre il paese è attraversato da disordini e pericoli di vario genere, anche per effetto delle azioni di guerriglia di un fantomatico Movimento identitario, il nostro docente vaga nella provincia francese e cerca riparo in Huysmans, provando a ripercorrerne la strada di decadenza e redenzione. Ma anche Myriam lo lascia, per trasferirsi in Israele con la sua famiglia (dato il clima non del tutto favorevole per gli ebrei, a prescindere da quale sarà il vincitore delle elezioni), e l’aridità dell’esistenza di François non ha altro sviluppo se non quello della dolce resa nelle braccia del più forte, quelle di una nouvelle vague islamica che si sta appropriando sin d’ora di tutte le istituzioni culturali e formative. La sottomissione si fa irresistibile.

È il romanzo che più ha fatto discutere in questo primo scorcio d’anno: un po’ per la tragica coincidenza tra l’uscita in libreria e l’assalto armato alla redazione di “Charlie Hedbo”; un po’ per la prospettiva quasi profetica sul modo in cui la società colta dell’Occidente potrebbe ben presto arrendersi ad un’egemonia di matrice musulmana. Sono nuances che hanno assicurato al testo curiosità e successo, e che hanno subito consegnato l’Autore ad un rigoroso programma di protezione. Tuttavia Houellebecq si può capire solo con Houellebecq, e il fulcro di questa sua ultima storia non è tanto nell’impostazione distopica (di per sé affascinante), bensì nella costruzione del debosciato protagonista e nella scelta del parallelo con l’eroe letterario del decadentismo francese (peraltro significativamente incompiuto: François non riesce a convertirsi). Lo sguardo critico del romanzo – che, se si vuole, rispetto ai precedenti, può anche apparire più deludente, privo, cioè, del consueto sale che rappresenta, in uno con la sua ferma determinazione à la Céline, la cifra inconfondibile di Houellebecq – è sempre lo stesso, ancora una volta: la vacuità e l’abiezione che si nascondono nell’insensibilità di vite dominate dal benessere e dalla presunzione. È solo, dunque, per una pura (anche se azzeccata) coincidenza “fantastorica” che la sottomissione in parola ha a che fare con il timore (oggi senz’altro serpeggiante) per il successo, a forti tinte identitarie, di un nuovo paradigma socio-politico. Questa diversa sottomissione, infatti, non va confusa con il presagio di un dominio islamico sull’Europa; essa deriva dallo stato di esiziale abbandono cui è predisposto un individuo già privo di personalità, eppure convinto di una sua superiorità razionale. A duecento anni dalla morte di de Sade, l’impressione che la sottomissione di Houellebecq sia innanzitutto il frutto della medesima e cronica patologia del soggetto moderno, quale messa in scena dallo spietato Marchese, è confermata dalla lucida descrizione che ne fa uno degli interlocutori di François, il preside Rediger: che, non a caso, pur riconoscendo che i suoi nuovi “correligionari” musulmani “potrebbero giudicarlo blasfemo”, affronta di proposito la prospettiva erotica e masochistica, e si spinge in un confronto tra la sottomissione dell’uomo a Dio “come la contempla l’Islam” e la sottomissione della donna all’uomo “come la descrive Histoire d’O” di Pauline Réage (alias di Dominique Aury). Ecco, quindi, “l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta”. Non è dei migliori, questo Houellebecq, certo; ma non c’è niente di male nel dire che, talvolta, un buon libro si può rivelare anche sotto la forma del più stagionale dei bestseller.

Recensioni (di Alessandro Baricco, di Fabrizio Sinisi, di Giuseppe Rizzo, di Emmanuel Carrère)

Un’intervista all’Autore

Un’intervista al traduttore

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Nella penisola italica del Terzo Millennio, la trama del nuovo Satyricon segue un canovaccio simile a quello utilizzato nel I sec. d.C. da Petronio. Giuseppe, giovane letterato in attesa di un fantomatico posto da ricercatore in un ateneo del Nordest, viene coinvolto in una serie di improvvise e mirabolanti peripezie. Comincia tutto per avventura, sulla strada di una festa in collina, alla quale Giorgio, suo collega, e Lucia, promettente e avvenente laureanda, sono stati invitati assieme al loro mentore, il brillante Prof. Colòt (anche se lui stesso, “appena può dice Còlot, più Mitteleuropa, gli pare”). Da quel momento in poi niente è come potrebbe essere. Un casolare si rivela un (vero) casino; c’è una bimba cinese che sembra impazzita; irrompono i suoi parenti, improvvisamente violenti e determinati, e un vassoio d’oro spunta dal nulla. Prende avvio così un viaggio periglioso, con molti colpi di scena e incontri grotteschi, dalla Pedemontana veneta a Bologna, da Roma alla Sardegna. Naturalmente, come era accaduto allo sventurato Encolpio, anche Giuseppe è colpito nella sua virilità, abbrutito da un surreale incantesimo. E naturalmente, anche in questa versione, il Satyricon è campionario di figure equivoche e spregiudicate, caricature del peggio della società che ci circonda: un gruppo di aspiranti giovani intellettuali, tanto svegli quanto cinici e alienati, e passibili di comparire a buon diritto nell’Apocalisse da camera di Andrea Piva; un mercante d’arte volgare e disposto a tutto; una setta allucinata di pazzi erotomani; uno zio ricco, losco e pervertito; un rispettabile e avido dottore di provincia; una schiera di avvenenti donne mature, tatuate, siliconate e scatenate; un imprenditore di grasso successo, eccessivo e ignorante comme il faut; un professore glamour e avvitato nei suoi sogni più fatui… Un pizzico di redenzione, alla fine, fa capolino, ma si propone, come tutto ciò che è accaduto, in forma di accidente benvoluto ma privo di senso, e veicolato da una sacerdotessa fedele e improbabile al contempo.

Se Petronio aveva inscenato una satira impietosa nei confronti delle scuole di retorica del suo tempo, Villalta – che da tempo dirige un apprezzato festival letterario – rappresenta in modo smaliziato un aperto j’accuse rivolto alla sterilità del mondo accademico. È chiaro, in realtà, che è il contesto sociale, economico e morale a fungere da bersaglio, in molte delle sue emanazioni più trash e macchiettistiche, e così anche nella sua sete inestinguibile di facile e inappagante guadagno. Ma il dito è puntato risolutamente sull’incapacità di del ceto pensante nazionale e delle sue avanguardie, che, anziché interpretare il ruolo di traino consapevole che gli sarebbe congeniale, accettano la logica più disperante delle cose e godono egoisticamente nel lasciarvisi fagocitare in forma febbrile. La voce della verità è consegnata a Giuseppe-Encolpio, che talvolta, anche nell’ingenuità con cui vive la sua sventura, si dimostra parzialmente cosciente: “La verità è che non c’è più furore. Non ci sono più i furori che trascinano le vite dentro un destino”. D’altra parte, nelle alterazioni emozionali della plastificazione, di una quotidianità temporizzata e agita dall’esterno, e degli artifici materiali e sensoriali più spinti, “nessuna divinità ci porta via” e “nessuna parola di alito e argilla” ci può più soccorrere. Quando è il racconto collettivo a venire meno, quando la storia stessa volge al termine senza plausibili spiegazioni razionali, allora non c’è spazio che per la più autoreferenziale delle finzioni, perché, alla fine, “se vogliamo davvero diventare noi stessi (…), dobbiamo inventarci tutto”. Tuttavia, queste invenzioni, le uniche possibili, tradiscono solo un senso di frustrante emulazione di ciò che è impossibile raggiungere, restando incatenate alla replica ciclica di trame da rotocalco o da tv spazzatura. Non è un caso, in proposito, che a questo romanzo manchi un vero, e maximus, Trimalcione: perché, nel quadro di una completa decadenza, al Satyricon degli anni 2000 la tagliente genialità dei classici può farsi solo desiderare e i personaggi possono esclusivamente sperare di realizzare sogni meramente proibiti. In definitiva, nonostante le premesse di copertina non fossero le migliori (nel 2014 era già uscito un altro romanzo con lo stesso titolo…), il libro è gradevole e l’Autore riesce a convincerci, oltre che sul piano dell’inventio, con una prosa sorniona, leggera e vorticosa.

L’Autore parla del suo libro

Recensioni (di Gian Paolo Polesini, Stefano Fornaro, Ida Bozzi, Alessandro Banda)

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Il giovane Sebastiano cresce nella provincia piemontese, prima presso la “Casa d’Infanzia Alba Radiosa”, poi sotto la custodia dello zio Alvaro, cercatore d’oro alloggiato all’”Osteria del Genio con Locanda”, in riva al fiume. I brevi capitoli del libro descrivono il ricordo di quei giorni e dei molti personaggi di quel “mondo piccolo”, specchio del Paese dell’immediato dopoguerra. Ma Sebastiano racconta anche il modo con cui il romanzo stesso è stato concepito e più volte rifiutato dall’editore. La narrazione, poi, è spezzata da squarci sulla memoria dell’Italia della disfatta, che già all’indomani della fine del conflitto e della Resistenza pare aver completamente rimosso l’esperienza scomoda del fascismo. L’idole nazionale, i suoi falsi miti e la sua cronica, risoluta, incapacità di autocoscienza sono i veri imputati del processo che Vassalli vuole allestire. La loro sintesi perfetta è letteralmente incarnata nelle figure dei genitori di Sebastiano: il padre autoritario, meschino e pronto a tutto; la madre fiaccata dalle prevaricazioni del marito e imbambolata da un ingenuo sogno di redenzione che ha radici solo nella ricchezza materiale. Tuttavia, nel tempo stesso del racconto (il presente), l’Autore scopre che il padre, proprio lui, definito “l’infame autore dei miei giorni”, è ancora vivo e vegeto, riabilitato anche agli occhi delle istituzioni che ne avevano certificato la pazzia e pronto a perpetuare la sua violenza e il suo cinismo anche al di là di ogni prevedibile e liberatoria morte naturale. Il lascito della riflessione è amaro e sconsolato; la tara è genetica e irrimediabile; non resta che un ripiegamento quasi intimistico e archeologico, come testimoniano le parole dello zio Alvaro, autentico anti-eroe di questa storia così complessa e così profonda: “Viviamo per quelle poche pagliuzze di felicità che rimangono in fondo alla memoria come l’oro sul fondo della bàtea”.

L’oro del mondo è del 1987 e anticipa i grandi successi de La chimera (1990), Marco e Mattio (1992), 3012. L’anno del profeta (1995) e Il cigno (1996), che a loro volta rappresentano carotaggi, in forma di favola, di una medesima indagine. Le movenze eccentriche di questo romanzo saranno nuovamente testate in Cuore di pietra (1996), che chiude così un primo ciclo di meditazioni: si rinnoveranno ancora nella forma espressa e sperimentata del romanzo storico (Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna, 1999; Stella avvelenata, 2003), in opere ulteriormente ibride e originali (come L’italiano, 2007; o Le due chiese, 2010) e in satire controcorrente e divertite (come può essere considerato Comprare il sole, 2012). Da un certo punto di vista, quindi, L’oro del mondo è una chiave di lettura di grande importanza, un passepartout privilegiato per l’intera opera di Vassalli (che da ultimo ha ripreso con efficacia l’amato filone storico: Terre selvagge, 2014). Nel libro non troviamo le lunghe passeggiate del Piovene de Le Furie, ma l’esigenza di ripiegamento e di dialogo interiore sembra la medesima, al punto che, curiosamente, L’oro del mondo getta luce anche sull’importanza del romanzo dello scrittore vicentino. In quest’edizione – che è accompagnata, in appendice, da un testo inedito in cui l’Autore racconta la genesi tormentata del testo e della sua pubblicazione, e rende omaggio all’insperata attenzione riservatagli al tempo da Giulio Einaudi e da Natalia Ginzburg – si può apprezzare con maggiore consapevolezza il tono di una poetica determinata e militante. Vassalli non si limita a sferzare gli italiani e i loro inestinguibili vizi; oggetto della critica sono il gran circo della cultura ufficiale, il conformismo e il provincialismo dei “poeti organizzati”, la tendenza di chi può capire e sapere a marginalizzare le esperienze di scavo e di autoanalisi di cui il Paese avrebbe bisogno e di cui solo la letteratura può farsi efficace traduttrice.

Il contesto autobiografico de L’oro del mondo

Un altro e bellissimo libro di Vassalli: La notte della cometa

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Imi ha trascorso la sua infanzia nell’orfanotrofio del piccolo paese di Landor, in Ungheria, al confine con l’Austria. Ora ha coronato il suo sogno, quello di vivere e lavorare a Londra, dove è riuscito ad impiegarsi come factotum in una filiale della Proper Coffee, una grande catena di caffetterie. Mentre le vite degli altri orfani continuano a scorrere nel consueto clima di semplicità e di dolore che sempre fa da contorno alle loro paure e alle loro speranze, Imi comincia a conoscere meglio la grande “piramide” aziendale in cui lavora. Dapprima ne è entusiasta, essendo disposto ad accogliere con stupore tutte le piccole cose che a Landor non ha mai potuto sperimentare. Poi conosce Jordi, un collega spagnolo un po’ più smaliziato, e sperimenta la pochezza, l’ipocrisia e la vuotezza delle relazioni umane che alla Proper Coffee vengono incentivate con fredda determinazione. Conosce anche Morgan, un commesso iraniano di una vicina libreria. Ed è proprio la sensibilità di questo nuovo amico a salvare Imi dal disastro annunciato che può facilmente sortire dall’incontro tra la sua naturale ingenuità e le meschinerie dell’ambiente lavorativo. Morgan, infatti, fa entrare in scena un pezzo grosso, un premio Nobel che riuscirà a mettere in campo tutto il suo peso e a preparare l’atteso lieto fine.

Per questo libro Nicola Lecca va ringraziato, anche se per motivi che sono diametralmente opposti. Da un lato, perché il romanzo è scritto in modo pulito ed efficace, e perché lo schema e le intenzioni lineari che lo animano sono tali, a ben vedere, soltanto in apparenza: l’epilogo è felice, ma lo è anche in conseguenza dell’ambigua affermazione di una legge implacabile (quella per cui la forza si vince solo con la forza…); inoltre, le insospettabili opportunità dell’educazione sentimentale offerta dall’orfanotrofio si contrappongono con efficace senso malinconico all’istintiva volontà di allontanarsene e di tornare in un mondo spietato e comunque infelice; e poi ci si può imbattere in una libera rivisitazione della bella frase di Seneca, secondo cui “Non esiste vento favorevole per le barche alla deriva”; v. Lettere a Lucilio, lettera 71, “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”). Tuttavia La piramide del caffè è anche il prototipo scoraggiante di parte rilevante del novelism contemporaneo di successo: troppo pulito; troppo volutamente e scopertamente profondo; troppo fedele alla replica di cliché ad emozione pressoché assicurata (come quello “cinematografico”, alla Scoprendo Forrester, in cui finisce per annegare pure l’azione filantropica della scrittrice Margaret Marshall). Anche per questa constatazione occorre rendere omaggio all’Autore, perché, in effetti, il volume è paradigmatico di una scrittura di superficie che, se per un verso sa farsi anche allusiva di ben più complessi profili, dall’altro accetta di solleticare il palato del lettore-consumatore anziché di appassionarlo in una (minima e) necessaria fatica. In questa prospettiva, La piramide del caffè stimola voglie molto più sofisticate, e perciò merita l’attenzione che si deve ad un piacevole e rapido aperitivo.

Recensioni (di Sciltian Gastaldi, di Cesare Cavalieri, di Vincenzo Mazzaccaro)

La home page dell’Autore

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Ad aprire il lungo racconto in cui si snodano le oltre 550 pagine de Il figlio è la voce del centenario Elli McCullogh, registrata a futura memoria nel 1936. Per tutti è “il Colonnello”, in Texas una figura quasi mitologica, il capo riconosciuto di un clan familiare altrettanto famoso, ricco e temuto. La sua è la storia delle origini, del tempo in cui è stato rapito bambino da una banda di indiani comanche, delle tante terre di cui è entrato in possesso e di come ha costruito la sua immensa fortuna. Questa voce si alterna alla narrazione di ciò che nel 2012 ricorda l’anziana pronipote Jeanne Anne, colta negli ultimi istanti della sua vita. Si ripercorrono, così, in un susseguirsi di flashback, le esistenze di altri personaggi, ma anche l’educazione solitaria e l’apprendistato sentimentale di una donna di successo, destinata a guidare la florida azienda dei McCullogh dall’era del bestiame a quella del petrolio. Jeanne, tuttavia, è ultimo baluardo di un ceppo che è andato via via indebolendosi e che ha maturato ormai la certezza di scomparire. Alla voce del Colonnello e alla storia di Jeanne si frappongono, come un fastidioso contrappunto, anche numerosi estratti, presi tra il 1915 e il 1917, del diario di Peter, il terzo figlio di Elli, la mela marcia o, per meglio dire, “la Grande Onta”. Perché Peter, in effetti, è sempre stato del tutto estraneo al nerbo della sua stirpe, incarnandone la coscienza critica, lo scrupolo mai assimilato. Proprio in Peter si deve ravvisare l’incubatore del seme che causerà la naturale estinzione della splendida progenie. Questo verrà dal mondo dei morti e dei vinti, quasi per un’insopprimibile inclinazione, per suggellare tragicamente il superamento di un’epopea familiare a lungo ritenuta invincibile e per riaffermarne paradossalmente tutti gli agghiaccianti presupposti.

MeyerIl figlio porta con sé il fascino violento e avventuroso della Frontiera, della leggendaria fondazione del Texas, delle lotte per i pascoli e dei conflitti con i nativi, con i messicani e con la più antica proprietà ispanica, della Guerra di Secessione e della costituzione della potente oligarchia terriera che saprà capitalizzare le scoperte tecnologiche della fine del XIX Secolo e che condurrà gli Stati Uniti nella battaglia mondiale per le risorse petrolifere. Soprattutto, però, questo romanzo mette in scena l’essenziale fisiologia di un sopruso socio-culturale, di una conquista che non si è posta alcun limite e che, come tale, ha formato la dura e spietata spina dorsale di un intero carattere nazionale. Le parole di Toshaway, guerriero comanche, sono eloquenti: “Non sono per niente pazzo. Pazzi sono i bianchi. Vogliono essere ricchi, proprio come noi, ma non ammettono a se stessi che ti arricchisci solo a spese degli altri. Pensano che quando non vedi le persone che stai derubando, o non le conosci o non ti somigliano, non è proprio come rubare”.

Ma Il figlio va anche oltre. La sua, infatti, è una sferzante condanna dell’etica individualista ed egoista che ha forgiato un certo spirito nordamericano, di una fame nella cui sfrenata ambizione si devono intravedere sia le ragioni di successi imprenditoriali tanto significativi, sia le cause di un imminente e inarrestabile declino. In quest’ottica si può affermare che Meyer ha voluto essere senz’altro epico. Sarebbe sbagliato, tuttavia, paragonarlo – come pure molti fanno – a Faulkner o a McCarthy. Meyer è molto più situato, molto più statunitense, molto meno vicino all’afflato profondamente universale degli altri e più autentici classici, che pure hanno un’indiscutibile base territoriale di partenza. Ciò non significa che Il figlio non sia un’opera di valore; tutt’altro. Forse, a tratti, Meyer si può confondere addirittura con Steinbeck. E forse qualche spezzone sa anche di Jack London: non certo, però, di quello di Zanna Bianca e dei racconti del Grande Nord, bensì dell’altro London, e cioè di quello dell’impegno socio-politico, arricchito, in aggiunta, da un pizzico di Dickens. La sua prospettiva, dunque, pur risultando antropologica e psicologica, ci sembra prevalentemente confinata, e il suo scopo dichiaratamente pedagogico e, a suo modo, diversamente patriottico. Perché se il cittadino americano continuerà a credere che fagocitare i suoi simili sia indispensabile – questa è la morale – non potrà che perire della stessa drammatica sorte.

Recensioni (di Caterina Bonvicini, di Roberto Concu, di Francesco Longo, di Luca Crovi, di Livia Manera, di Antonio Scurati, di Silvio Bernelli)

Altre recensioni in english (dal sito dell’Autore)

Tre film (a mo’ di esempio) sull’epopea texana: La valle dell’Eden (1955), Il Gigante (1956; è citato anche nel romanzo…), Comanche (1956)

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