Barbara Rossini è un interprete, viaggia di continuo. La telefonata di un maresciallo dei carabinieri, però, la costringe a tornare nei luoghi dell’infanzia, in un piccolo paese della bassa padovana, vicino a Montagnana. In un casolare, infatti, sono stati trovati un cadavere di donna e, vicino al corpo, la pagina di un vecchio diario, quello che la stessa Barbara teneva da bambina, quando abitava con i suoi genitori in un piccolo appartamento della casa granda, ex magazzino di tabacco. Le circostanze militano affinché Barbara – che è comunque al di fuori di ogni possibile sospetto – incontri un vecchio amico, Michele, e ripercorra con lui alcune e dolorose vicende del passato, in una storia che si dipana lentamente, tra i misteriosi rintocchi notturni di alcune campane, e che getta ombra anche su quest’amicizia. Il maresciallo Altasi, nel frattempo, sembra brancolare nel buio e, mentre Barbara si scopre improvvisamente impegnata a recuperare il suo ruolo di madre separata, i fili della trama cominciano a dipanarsi, anche grazie all’aiuto del vecchio Gianni e dell’altrettanto anziano, e simpatico, don Pericle. Al primo omicidio, poi, se ne aggiungono altri due. La verità, a questo punto, appare in primo piano, in parte riallacciando passato e presente, ma soprattutto prefigurando, per il giallo, una drammatica soluzione, fatta di solitudine, povertà e violenza.      

È un buon libro. Intanto perché trasuda, in molte e riuscite immagini, tutta l’umidità delle terre in cui è ambientato. Nella prefazione critica, in effetti, scritta da Alessandra Agosti, si dice che quella di Cristina Lanaro è una scrittura materica. A me questo carattere materico ricorda l’ambiguità e la densità quasi opprimente delle pagine di Juan Manuel De Prada, ne La tempesta: altri tempi e altri luoghi, ma stessa atmosfera porosa. Oltre a ciò, il libro è curioso per la presenza – non casuale – delle campane, in particolare delle campane a sistema veronese e dei concerti che con esse si possono fare. Trattandosi di una vicenda di strani delitti, mi è venuto subito in mente Il segreto delle campane, della straordinaria, e mai abbastanza lodata, Dorothy Sayers, la creatrice dell’ineffabile ed elegante detective amatoriale Lord Peter Wimsey. Se un romanzo sa stimolare queste opportune reminiscenze, allora vuol dire che non è male. E c’è da dire che, durante la lettura, mi si è prodotta un’ulteriore associazione mentale, precisamente con il famoso Io non ho paura, di Ammaniti. Anche in Dove inizia la nebbia c’è un bambino, ma il punto che lega i due racconti è l’insensibilità e la povertà che la miseria materiale e l’ignoranza possono alimentare, specialmente nelle tante e piccole sacche rurali del nostro paese, al sud come al nord. Ecco, da un piccolo giallo di un piccolo editore può tornare la voglia di riprendere altre e suggestive letture, e di risvegliare il piacere che avevano portato con sé.

Il sito dell’Autrice

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Dopo il fortunatissimo intermezzo de Se ti abbraccio non aver paura, Fulvio Ervas torna al suo amato commissario Stucky, della Questura di Treviso. L’avvio della lettura è direttamente in compagnia del morto, con un’anticipazione di ciò che dovrà accadere nel corso della storia e con l’entrata in scena del comandante Latinski. Stucky lo incontrerà in Croazia durante una vacanza sull’Adriatico, in un campeggio di naturisti. E lo sbirro è tale anche quando vorrebbe concedersi un meritato riposo estivo: così Stucky comincerà ad indagare, in parallelo con il collega della polizia croata, e vedrà anche un’altra vittima, fino all’epilogo in una piccola isola della Dalmazia. Come sempre, le vicende del commissario trevigiano sono alternate alla voce narrante del protagonista negativo, un pescatore chioggiotto di fede dannunziana, che in questo caso, però, pur essendo a capo di un’impresa dichiaratamente criminale, apparire quasi simpatico. Il marcio, infatti, si nasconderà anche altrove e Stucky, pure vittorioso, ne uscirà un po’ malconcio, ma con una inattesa e fascinosa conquista.

La trama è semplice e accattivante. E poi, come succede in tutti i romanzi di Ervas, ci sono sempre un bel po’ di temi sociali sullo sfondo, dalla crisi economica alla corruzione. La parte migliore del libro, tuttavia, viene prima, ossia subito dopo l’anticipazione che apre il volume e fino a p. 82. Perché Ervas non vuole perdere l’occasione di presentare Stucky nel suo ambiente, quello che nell’ultima avventura è destinato a restare un po’ da parte. Compaiono Sandra e Veronica, le sorelle di vicolo Dotti, estroverse ed irriducibili vicine di casa del nostro eroe; c’è la compagna, Elena, con il suo eccentrico figlio, Michelangelo; fanno capolino pure Spreafico e Landrulli, i due scalcagnati agenti della Questura; non manca il saggio e pacato Cyrus, lo zio iraniano che vende tappeti in centro a Treviso; e infine c’è anche il cane Argo, detto il salsiccio, che d’ora in poi diventa inseparabile scudiero di Stucky e primo interlocutore della sua frequente “Antimama!”, l’esclamazione con cui il commissario cerca di esorcizzare tutto ciò che gli accade. Le ho lette tutte, finora, le Stucky’s Tales, sin da Commesse di Treviso. È il mondo di Stucky: che in ogni episodio non tradisce, che suscita sorrisi e complicità, che produce un certo senso di identificazione; con la personalità, e l’umanità, di questo strano poliziotto, ma anche con i tanti spunti di leggerezza, gusto, amore e natura con cui l’Autore vuole pervicacemente adescarci.

Recensioni (di Mario Baudino e di Sara Salin)

Una breve intervista all’Autore

Scrittori per un anno: Fulvio Ervas (da letteratura.rai.it)

Fulvio Ervas e il Commissario Stucky (da reteuno.rsi.ch)

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Il titolo allude ad una pista da sci particolarmente bella in quel di Champoluc, Val d’Ayas. Ma il nero non è soltanto il noto segno distintivo del grado di difficoltà del tracciato. Accanto alla pista, in una delle scorciatoie che sono percorse dai gatti delle nevi, viene ritrovato il corpo di un uomo. La pista nera, così, è anche quella di una morte violenta e misteriosa, che, suo malgrado, il vicequestore incaricato delle indagini, Rocco Schiavone, deve ricostruire. Suo malgrado, si: perché Rocco è stato spedito ad Aosta per punizione; perché è svogliato e demotivato; perché, a dirla tutta, non è uno stinco di santo; e perché è tormentato da un passato enigmatico che continua ancora ad occupare tutto il suo presente, e che all’improvviso comprende anche il lettore, in modo disarmante, solo alla fine. Eppure, questo romanissimo poliziotto – che finisce per trascinare nelle sue losche e pericolose abitudini anche un suo giovane e brillante sottoposto – comincia a muoversi sfrontato sulla neve, inzuppando le sue Clarks e assommando indizi su indizi, tra intuizioni non comuni e metodi decisamente anticonvenzionali. La soluzione del caso gli riesce quasi naturale, nel contesto di un plot forse troppo lineare, ma classicissimo e di certa soddisfazione.  

Il romanzo non è nuovo; ha un anno ormai. Avevo perso l’attimo e, data la stagionalità dell’ambientazione, non potevo che attendere un successivo inverno. Ho pazientato fino alle prime nevi e, fortunatamente, non sono rimasto deluso. Schiavone, infatti, è un personaggio che regge e che, pertanto, merita futuri episodi, anche per fargli avere il tempo di spiegare meglio la sua vita precedente e per dargli ulteriori possibilità di riscatto in quella futura. È sempre un’anima in pena, in bilico, cioè, tra opzioni inconciliabili, tra pensieri che non si accordano, tra un male al quale gli piace abbandonarsi e un bene che tuttavia avverte come una normale ma frustrante inclinazione. E poi è un bel mix di fascino, durezza e simpatia, doti che Manzini riesce a sfruttare anche per regalare sprazzi di facile e genuina comicità. È molto interessante, poi, l’idea con cui l’Autore costruisce la sua creatura, operazione in cui si risolve tutto il libro, e che si comprende veramente solamente nell’epilogo, quando lo strano rapporto con la figura della moglie Marina viene totalmente a galla. Manzini è uno sceneggiatore, dunque un piccolo sospetto sorge di per sé: e se questa fosse una sorta di “prova-Montalbano”? Sia chiaro, preferisco sempre un buon libro alla fiction di RaiUno, però devo proprio dire che una riduzione televisiva non sarebbe proprio male…   

Recensioni (di Bruno Quaranta, Luca Terzolo, Anna Quatraro)

Una breve intervista all’Autore

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Un paio di idee simpatiche e lo scenario sempre magico di Torino: questo è quanto si può salvare di un veloce e approssimativo giallo d’atmosfera, che forse non aveva pretesa alcuna anche per il suo stesso Autore. Il filone in cui il libro si inserisce – sia pur in tono decisamente minore – è lo stesso cui appartengono anche i romanzi di Tallone (v. Il fantasma di piazza Statuto). Non c’è niente di nuovo, quindi; solo il sincero amore di un giornalista per una città effettivamente intrigante e per alcuni dei suoi scorci più suggestivi. È una lettura che si presta bene a riempire gli sparsi interstizi inattivi delle giornate più intense, quando si fa fatica a ritagliarsi tra un impegno e l’altro uno spazio di tempo vero, ma si sente comunque l’esigenza di macinare qualche pagina e di distrarsi. Nulla di più.  

Siamo a Torino, inizio degli anni Ottanta. Un giovane studente universitario inciampa in una misteriosa scatola di legno, che affiora tra le balze del Monte dei Cappuccini. Lo strano ritrovamento lo porta ad indagare su di un omicidio avvenuto negli anni Cinquanta e rimasto irrisolto. Giuditta Cancian, commessa veneta di umili origini era stata ritrovata morta, strangolata, nella camera che aveva preso in affitto. Scoprire la verità è una sfida quasi impossibile, ma un po’ di fortuna e lo zampino di Gustavo Augusto Rol – il famoso sensitivo, qui più in forma che mai – mettono il curioso e scanzonato Matteo sulle tracce dell’assassino. Le sue elucubrazioni si alternano al racconto diretto di ciò che era effettivamente accaduto a Giuditta, facendo emergere un intreccio ben più torbido di quello, quasi scontato, che ad un certo punto si è indotti ad immaginare.

Il blog dell’Autore sul sito de La Stampa

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I motivi per leggere questo poliziesco possono essere due. Innanzitutto si avvicina l’inverno, e quindi non c’è niente di meglio di un romanzo ambientato in luoghi in cui il freddo è senz’altro uno dei protagonisti. Oltre a ciò, non si tratta del solito giallo nordico: la trama è intrigante, ma il punto di forza è la capacità di incuriosire il lettore sulla storia, sui costumi, sulle condizioni attuali e sulla rappresentanza istituzionale della popolazione di etnia Sami, ossia di quelli che noi definiamo come Lapponi. È questo antichissimo e misterioso “popolo delle renne” a prestare alle pagine del romanzo tutto il suo innegabile fascino. Non mancano, in verità, alcuni elementi scontati: la critica per le storiche politiche di assimilazione forzata condotte dagli stati scandinavi; il mito di una cultura profondamente semplice e incontaminata; l’accusa alle tendenze xenofobe dei partiti di ultra-destra e alle spregiudicate operazioni industriali e commerciali poste in essere dalle multinazionali minerarie. Tuttavia, la magia dell’ambientazione regge, e così possiamo salutare il debutto di un nuovo team investigativo.

Klemet e Nina formano una delle tante pattuglie della polizia delle renne, che, come espressione volta a tutelare la minoranza Sami, non ha confini, e quindi può muoversi tra Norvegia, Svezia e Finlandia, per prevenire e dirimere i conflitti tra gli allevatori di questi particolari e vaganti capi di bestiame. Lui è un Sami, ed è un poliziotto esperto; lei è della Norvegia meridionale, ed è al suo primo incarico artico. Gli eventi li portano ad indagare su due fatti indipendenti ma pressoché concomitanti: il furto di un rarissimo tamburo rituale da un museo di Kautokeino; la morte violenta di Mattis Labba, un solitario e ambiguo allevatore della zona. Alcuni sospetti sono troppo facili e rischiano di riacutizzare il dolore di una discriminazione ancora imperante. Le reticenze dell’anziana Berit e l’ostinato silenzio del solitario Aslak non semplificano le cose. Nel frattempo, arriva sul posto un geologo francese, e le sue trame sembrano infittire i nodi da sciogliere, intrecciandosi con i disegni non certo nobili del vecchio Karl Olsen. È la memoria del popolo Sami, custodita nel prezioso tamburo, a mettere i due partner sulla strada giusta, aiutati dalle tracce di una vecchia spedizione scientifica, dai caratteristici joik del vecchio zio Ante e dall’expertise di una ricercatrice a dir poco granitica. La conclusione è quasi matematica, nel senso che si lascia facilmente attendere ben prima della fine del libro, con una chiusura che è lieta solo in apparenza e che ripete ancora una volta un’inarrestabile e tragico destino di sopraffazione, sgomento e abbandono.

Un recentissimo convegno sui diritti delle popolazioni indigene

Il “caso della diga di Alta” (di cui si parla anche nel romanzo)

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Milano d’autunno è sempre carica di suggestioni, e anche di sorprese. Durante un blitz convegnistico alla Statale, nel bellissimo chiostro della Ca’ Granda un collega mi parla di Carlo Castellaneta e del suo Notti e nebbie. Poco dopo, come risultato di una rapida visita al Libraccio più vicino, un altro amico mi regala il volume che raccoglie in economica i tre romanzi di Colaprico e Valpreda. Castellaneta ci lascia tutti sul posto il giorno successivo (!), dunque l’ordinazione è un omaggio obbligato, ma ci vuole tempo. Passa così una settimana, e intanto la prima influenza della stagione ci mette del suo. Sicché afferro questo libro giallo (di forma e di sostanza) e mi abbandono alle consolazioni dell’improvvisa chance di lettura supplementare.

Avevo già apprezzato le abilità stilistiche del giornalista di Repubblica, ma l’accoppiata con il noto anarchico – per capirsi, quello che era stato processato, e poi assolto, per la strage di piazza Fontana – è interessante. E lo è, precisamente, in questa edizione Feltrinelli, che raccoglie in unico volume i tre pezzi scritti quando Valpreda era ancora in vita, pubblicati autonomamente per Tropea tra il 2001 e il 2002. Il maresciallo Binda, infatti, indaga anche in altri romanzi (in larga parte “farina del sacco”, di per sé munifico, del solo Colaprico: L’estate del mundial e La quinta stagione), ma sono i primi – Quattro gocce d’acqua piovana, La nevicata dell’85, La primavera dei maimorti – a battezzarlo e a farlo evolvere, dandogli la fisionomia inconfondibile del bonario e sveglio “anarcocarabiniere” lombardo, cui non difetta il passo del detective metropolitano.  

Al suo debutto, Binda è un ex maresciallo che ricorda uno dei casi più difficili della sua carriera, l’omicidio del Prof. Gariboldi, rimasto per lungo tempo insoluto ma infine sbrogliato proprio sulla base di una nuova intuizione del carabiniere in pensione, “piovuta” direttamente dal cielo. Questo Binda è un personaggio ancora un po’ malinconico, proteso verso una Milano che fu, moralmente solido e tutto “casa e strada”. È un investigatore acuto, che si muove alla Maigret, ma che anche i suoi Autori immaginano parzialmente ignaro di una verità che si nasconde in un epilogo sorprendente. Ne La nevicata dell’85, tuttavia, Binda, seppur a riposo, si taglia i baffi, conosce una nuova giovinezza e riscopre la passione, supera così il dolore per la scomparsa della moglie e si aggira nel cimitero del quartiere di Baggio, per capire quale possa essere la ragione che ha determinato la morte apparentemente accidentale di alcuni anziani signori. Binda, ora, ha le movenze del Duca Lamberti di Scerbanenco, e forse anche di Marlowe: come il principe dell’hardboiled americano si destreggia tra pericolose e indecifrabili figure femminili. Il finale di questa seconda indagine, però, è orchestrato secondo un copione classico, che ricorda un po’ Nero Wolfe e un po’ Hercule Poirot. La mutazione decisiva è in quello che Colaprico definisce come il libro migliore, ossia nel terzo racconto: che è focalizzato attorno alla figura del Binda giovane brigadiere, addestratosi assieme ai corpi speciali e spedito in incognito a San Vittore, in carcere, per comprendere il mistero di una catena di morti che lo costringerà a ripercorrere le strade di un traffico abietto e, con esso, i momenti più duri e ambigui della fine del secondo conflitto mondiale. L’ambientazione è quella delle contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta, e Binda, anche se continua a pensare in dialetto, potrebbe tranquillamente assumere le fattezze di un risoluto Franco Nero.

Ciò può senz’altro bastare per invogliare anche i più scettici. Nonostante i tanti riferimenti alla tradizionale letteratura poliziesca, espliciti o impliciti, Binda sintetizza perfettamente i canoni ricorrenti del noir all’italiana. Ma resta ancora inevaso il più spontaneo degli interrogativi: e Valpreda? Occorre dire che la presenza di questo singolarissimo testimone, qui nei panni dello scrittore, si avvertono in tanti dettagli: nelle descrizioni di certi luoghi meneghini, nel richiamo a sedi e riferimenti ideali del movimento anarchico italiano, nella persona dell’ex rapinatore Loris, nella ricostruzione della routine carceraria e dei suoi molti e angosciosi disagi, in qualche rapida, ma chiara, allusione ad uno dei periodi più delicati e oscuri della Repubblica… Un valore per nulla tangenziale, poi, ha la Nota dell’autore superstite, che Colaprico dedica, prima di ogni romanzo, al suo curioso compagno di scrittura e all’amicizia che ha finito per avvicinarli sempre di più. Ad ogni modo, grazie a Le indagini del commissario Binda si ricompone con tratto vivace e consapevole uno spicchio importante della storia sociale dello Stivale.

Una bella recensione a La primavera dei maimorti (di Matteo Collura)

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Un vistoso e orribile refuso s’impone già dalla prima riga della quarta di copertina. I presagi non sono propizi. I primi capitoli, poi, sembrano confermare l’impressione: altri refusi, l’idea stanca di un tesoro di lingotti d’oro di marca nazista, l’affacciarsi scontato di un segreto che ruota attorno ai momenti più torbidi della guerra partigiana… una potenziale galleria di situazioni un po’ troppo trite, non solo nella narrativa di genere. Forse, però, l’Autore – che è al primo romanzo – è solo un apprendista, come il suo simpatico protagonista, un ragazzo che incontriamo mentre è all’opera come assistente becchino nel cimitero di un piccolo comune dell’entroterra ligure. Bisogna dargli fiducia, allora, andando fino alla fine. E, malgrado tutto, la trama regge, la mano dello scrittore c’è, gli attori sono assemblati con un certo senso del divertimento e l’attenzione resta costantemente viva grazie a qualche piccolo colpo di scena.

Il giovane Silvestro pensa di aver risolto i suoi problemi e di poter studiare a Milano, all’Accademia di Belle Arti. Scavando una tomba, infatti, scopre una cassa piena di lingotti, e il suo anziano collega Anselmo, vecchio eroe della Resistenza, lo spinge a spartirsi il bottino. Ma il giorno dopo Anselmo viene trovato morto e gli indizi paiono tutti accusare Silvestro. Che, impaurito, fugge dalle grinfie dei carabinieri e scappa sui monti, aiutato da Elvis, amico fidato e un po’ spaccone. Comincia così un’avventura, tra boschi e sparatorie, tra sospetti e sogni d’amore, tra sofferenze e dolorose rivelazioni. Naturalmente, dopo tante fatiche, il vero colpevole verrà a galla e la conclusione della storia sarà sostanzialmente positiva, anche se non del tutto. Per il nostro personaggio, la conquista forzata della maturità e dell’autonomia non significherà soltanto una nuova vita da costruire assieme alla sua bella e volitiva Norma. Silvestro scoprirà il peso angosciante di un paese che non sa mai essere veramente onesto e nel quale occorre sempre avere grande coraggio. Todaro Editore continua a scommettere su gialli che ancora non sono tra i più solidi; ma anche la promozione della freschezza è un grande merito, che suscita sicuramente tutti gli incoraggiamenti del caso.

Recensioni (di Viviana Filippini e Carlo Oliva)

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“Diceva Einstein: è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”: in questo modo si esprime sconsolato il giovane e talentuoso avvocato Fillioley del foro di Siracusa, chiamato, con l’illustre collega Pier Luigi Romano, a difendere in primo grado Salvatore Gallo, accusato di aver ucciso, in concorso con il figlio Sebastiano, il fratello Paolo. Il punto è che il corpo del morto non si trova; eppure, le chiacchere e le convinzioni già da tempo diffuse sulle tante liti di questa famiglia contadina di Avola e sul carattere aggressivo di Salvatore conducono gli inquirenti ad una conclusione che sembra facile, comoda, naturale e incontestabile. E che tale deve rimanere, a costo di piegare la ricerca della verità e la stessa macchina giudiziaria al servizio dell’ingiustizia. Siamo nel bel mezzo degli anni Cinquanta, in una Sicilia ancora feudale, arretrata, nella quale l’analfabetismo e la povertà dominano come tratti troppo fedeli di un territorio nel quale lo Stato e la sua giustizia sembrano sempre destinati a fallire. Tuttavia la perseveranza di alcuni difensori e di un giornalista di razza non permette che il caso finisca nel dimenticatoio, ed anche per questa drammatica vicenda i nodi, anche se tardi, arrivano al pettine.

Basterebbe la lunga recensione di Aldo Busi – che a sua volta merita un’autonoma menzione – per dire molto sulla qualità di questo libro. Non colpisce soltanto l’uso sapiente del dialetto insulare, che contribuisce a immergere il lettore in un universo così lontano e così vicino allo stesso tempo. Come è stato giustamente evidenziato, Giallo d’Avola è la prova che, in letteratura, il realismo funziona, soprattutto se veicolato da un’intenzione morale e sociale. Più che a Sciascia o a Silone, però, Di Stefano si avvicina, con questa storia vera, al Sergio Saviane de I misteri di Alleghe (correva l’anno 1953…), che pure aveva cercato di ricostruire e di districare, agli antipodi dello Stivale, una vicenda familiare e locale ugualmente oscura e macchiata da omertà, pregiudizi e, seguendo quanto recentemente dimostrato dal bel dossier di Toni Sirena, da una giustizia, anche quella volta, quanto meno claudicante. Così, le osservazioni che suscita questo giallo anomalo sfociano in un’amara considerazione. Che spesso, ora come allora, al Nord come al Sud, gli ingranaggi del nostro sistema giudiziario non sono soltanto rallentati dai difetti di qualche singola ruota, ma sono pericolosamente bloccati dalla sistematica mancanza dell’olio della ragione e della misura, l’unico capace di farli scorrere nel modo più corretto.

Recensioni (da Internazionale e da La Stamberga dei Lettori)

Un’intervista all’Autore

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Come è stato scritto poco tempo fa, proprio in occasione dell’uscita di questo libro, Genova è un contesto ideale per l’ambientazione di un giallo, e ancor più per immaginare una serie di misteriosi casi da far risolvere a un qualche simpatico detective. Penso all’impareggiabile Bacci Pagano dei bei romanzi di Bruno Morchio – ma solo di quello pre-Garzanti e made in Fratelli Frilli, per intendersi – e la dimostrazione di questi assunti è presto fatta. Le povere signore Gallardo non costituiscono un’eccezione: la cosa bella del racconto, infatti, è l’intrico di vie, viuzze, creuze, piazze, piazzette e caruggi in cui i protagonisti talvolta sembrano muoversi come formiche. Vien quasi voglia di farsi uno Smartbox e correre nelle braccia della Superba.

Se c’è, invece, un aspetto che convince poco nel racconto, lo si può individuare in alcune situazioni e alcune figure un po’ troppo stereotipate. Ecco, se Paternostro ha peccato, lo ha fatto per abbondanza, scagliando all’interno della stessa trama troppi protagonisti convergenti: un libraio scapolo esperto in gialli, un antipatico professore di storia e un sagace poliziotto (che però assomiglia molto al Proteo Laurenti di Heinichen, solo un po’ più lento, perché incrociato con Maigret, vero nume tutelare dell’opera). Ciascuno di loro sarebbe stato sufficiente. Per di più, questi vengono fatti interagire attorno ad un frammentario diario ritrovato (un altro classico…), che mette a rischio la vita di uno di loro e che li conduce ben presto, tra intrighi finanziari di alti prelati, criminali di guerra in fuga e segreti della lotta partigiana, a riaprire una vecchia indagine, quella sulla strana morte di due anziane signore, Caterina Gallardo e Ines Dossi Bastimenti, trovate uccise nella loro villa. La storia, peraltro, parte proprio da Caterina, all’inizio del Novecento: e così il romanzo viene progressivamente montato, fino all’epilogo, mediante la suggestiva sovrapposizione di tempi e luoghi diversi.

In generale, si può dire che questa seconda prova del commissario Falsopepe – l’investigatore creato da Paternostro e già comparso in Troppo buone ragioni – è gradevole e può piacere a tanti lettori, anche se, in definitiva, sa un po’ di maniera e, profilo non trascurabile, se ne intuisce il finale molto prima delle pagine conclusive. Gli appassionati, comunque, potranno godere di alcune specifiche caratterizzazioni, assai riuscite e a loro modo inquietanti, come quella del cardinal Caffi e del giovane Attila. Un ultimo appunto critico, sul quale l’Autore verosimilmente non ha alcuna responsabilità, è la copertina, che è molto interessante ed ammiccante, senza tuttavia avere nulla a che fare con il contenuto del volume (a meno di non voler pensare che le tre signore in nero che fanno da sfondo al titolo siano, per avventura, le due anziane uccise e la loro domestica). Insomma, Le povere signore Gallardo ha tutti i crismi del tipico giallo estivo: ci ha consegnato qualche ora piacevole e ce ne dimenticheremo presto a settembre.

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Ci sono libri-antipasto, libri-primo piatto, libri-secondo piatto, libri-frutta e libri-dessert. Ma ci sono anche libri particolarmente nutrienti, che valgono come un pasto intero, e libri che possono fungere da spensierato aperitivo. Povero cuor di donna appartiene a quest’ultima categoria, da assumere prima delle abbuffate estive, per solleticare l’appetito e per anticipare tutti i più classici sapori del giallo italiano. Gli ingredienti del cocktail, infatti, sono misurati a puntino: un’ambientazione intrigante (la città di Roma, in un caldo luglio 1947), un cadavere privo di identità (un misterioso corpo di donna, ritrovato lungo l’Appia Antica), un commissario stanco e smagrito, provato dalla storia e dagli accidenti della vita (l’umanissimo e fragile Achille De Santis), un intrigo da spy story (nel quale non mancano ex nazisti in fuga e partigiani coraggiosi).

Il “povero cuor” del titolo non è di una donna soltanto, ma si può intuire, come una luce di coscienza e di maturità, in molte delle figure femminili del libro: nella donna assassinata, nella prostituta Teresa, nella moglie di De Santis. Di fronte a queste silenziose protagoniste, tutti i personaggi maschili appiattiscono in un paradigma negativo che può differenziarsi caso per caso, ma che è sempre presente e muta solo di gradazione, lambendo anche i profili astrattamente più positivi. Donne e uomini si ricompongono simbolicamente nel finale, in un rinnovato legame d’amore e di tenerezza tra l’esausto investigatore e la sua piccola famiglia. Anche il registro linguistico è accattivante; ricorda il più complesso e famoso esperimento del “pasticciaccio” di Gadda, senza tuttavia ripeterne l’insistente esasperazione. Ne sortisce un romanesco meticcio, che ben si addice ai contorni polverosi e afosi di un’Urbe colpita dalla miseria del dopoguerra e ritratta in tinta espressamente neorealista. Una curiosità: nella collana di cui fa parte il libro (il rosa e il nero), due titoli portano un nome (Elvira) ed un cognome (Seminara) che si ritrovano, separati, anche nella trama di questo giallo; forse che si tratta di un omaggio ad un’altra collega della stessa squadra? Ci piace pensarlo, perché anche la letteratura, e non solo la società civile, ha bisogno di positivi gesti di sorellanza creativa.

Le prime pagine del romanzo

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