Libro arrivato, libro mangiato. Lo pregustavo sin dal suggerimento di un collega, dalla classica “soffiata” che, per il lettore onnivoro, equivale all’istigazione all’acquisto. La recentissima scomparsa dell’Autore mi incuteva un senso di particolare rispetto. Forse per leggere Castellaneta – in questo libro ma anche in Ombre, subito scovato tra i libri di un mercatino e parimenti divorato – si tratta dell’atteggiamento giusto, al di là dei sentimenti che impone la contingenza. Qui ci si trova di fronte ad un grande scrittore, che non vuole ammiccare al lettore, che si sceglie protagonisti e tempi indigesti per andare in profondità, che per questo non scrive facile, riuscendo, però, a dare prova di una prosa elegante e di una grande capacità di analisi psicologica e sociale.

La storia – da cui è stato tratto anche un fortunato sceneggiato – è ambientata a Milano ed è raccontata in prima persona da un anonimo sgherro della Polizia Politica della Repubblica di Salò. Gli eventi non si sviluppano in modo particolare, se non in quello degli ultimi giorni del regime repubblichino, tra miserie materiali e morali, ambizioni e sospetti, prevaricazioni e soprusi, violenze e tradimenti. E tutto accade in una città sbriciolata e grigia, colpita dai bombardamenti e fiaccata dal senso incombente di una fine inevitabile. Ciò che interessa a Castellaneta, però, è tracciare il profilo caratteriale del suo narratore e del contesto di degradazione che ne esalta le discutibili qualità. Lo vediamo alle prese, infatti, con le retate e con i rastrellamenti; con le sue diverse amanti e con i suoi vari concorrenti; con interrogatori e torture; con gli ultimi riti di istituzioni ormai allo sbando. E in tutti questi momenti lo percepiamo piccolo e solo, con il suo egoismo, con il suo bisogno fisico di affermazione, con la sua incrollabile ed irrazionale fede in un credo fatto di brutalità e sopraffazione, da perseguire, al limite, fino all’autodistruzione; ma anche con uno stato crescente di apparente follia, se non di alienazione, che passa da momenti di auto-esaltazione a momenti di estrema perversione.

“Siamo stati travolti, eppure qualcosa mi dice che non è finita, che la nostra idea, la nostra natura continuerà a sopravvivere. Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finché l’uomo sarà fatto della stessa merda. Conto su di voi”. Il pensiero che il protagonista consegna al termine del romanzo – e che segue al prevedibile epilogo della sua personale vicenda di odiato persecutore – rivela pienamente l’obiettivo dello scavo compiuto da Castellaneta. Il tenore di questo feroce testamento, infatti, suona quasi come un’accusa, o anche come un’ammonizione a tutti coloro che ne possano cogliere ancora il senso acutamente paradossale. Notti e nebbie non ci parla solo dell’Italia e di una fase oscura della sua storia, ma mette in scena tutte le mostruosità dell’abiezione, della notte e della nebbia dello spirito, in un tema quasi psicanalitico, che viene così dipanato nella sua dimensione universale. Di uomini come quel poliziotto ce ne possono essere sempre, e ce ne saranno sempre tanti. È parte della nostra intima natura, che tuttavia, per manifestarsi, esige complicità determinanti e colpevoli abbandoni. Da che parte, dunque, e come, vogliamo stare?

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“Una Politica che non è in grado di produrre simboli si riduce alla semplice amministrazione tecnica dell’esistente; è una Politica esangue, senza anima, destinata a soccombere soprattutto in quelle fasi di discontinuità e di rottura in cui si è sollecitati non a gestire le vecchie tradizioni inventate da altri ma a produrne delle nuove, che siano in grado di confrontarsi efficacemente con le rotture che attraversano il sistema politico, garantendo la continuità dei legami sociali” (p. 11). Per questo oggi è indispensabile discutere di religione civile, e il pamphlet di De Luna, in effetti, contribuisce senza dubbio a fornire precise coordinate sui (tanti) vizi e sulle (poche) virtù che sul punto la società politica italiana ha dimostrato dall’Unità ai giorni nostri. 

Trasformismi genetici e ricorrenti, localismi radicati e familismi trasversali, speranze tanto nobili quanto disattese, possibili punti di svolta e occasioni perdute: l’implacabile rassegna dello storico colpisce al cuore del problema e illustra con efficacia la frustrante continuità con cui il nostro Paese – in età liberale, durante il fascismo, nella Resistenza, nella Prima come nella Seconda Repubblica – ha sperimentato l’incapacità di costruire uno spazio pubblico e riconosciuto di appartenenza e di cittadinanza. Sono due i profili su cui la ricostruzione si sofferma in modo particolare. Da un lato, i reiterati e scoraggianti fallimenti dei tentativi volti ad instaurare un sano e maturo equilibrio tra sfera politica e orientamenti religiosi, con conseguente pregiudizio per il processo fondativo di un vero Stato laico e di un’autentica coscienza civica; dall’altro, la mancata metabolizzazione della necessità di un patto sulla memoria, dell’instaurazione, cioè, per la costituzione e la sopravvivenza della democrazia, di un certo rapporto con il passato. Le pagine migliori del volume sono quelle in cui De Luna spiega l’importanza che a tale riguardo avrebbe potuto avere, e avrebbe tuttora, l’esperienza del Partito d’Azione, fatalmente travolta, anche nella sua feconda eredità costituzionale, da una costante ondata di “desistenza”. Tuttavia, non sono meno efficaci i richiami alle profetiche raffigurazioni di Pasolini, sinistramente presàgo della montante melassa di ignoranza, conformismo e “consumismo all’italiana” in cui è destinata a galleggiare, ormai, soltanto l’idea di una “cittadinanza bancomat”, costruita sui bisogni e sulle paure, distante anni luce dal senso ultimo della partecipazione civile quale “scelta”.      

Occorre dire che la descrizione della situazione attuale è quasi disperante, e tale appare, a suo modo, anche la conclusione. Citando Leopardi – e rammentandoci che “Per risvegliarci come nazione, dobbiamo vergognarci del nostro stato presente” – l’Autore ci motiva ad andare oltre le ultime righe e a ripercorrere le profonde intuizioni del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1827). La questione, infatti, non è meramente istituzionale, non è soltanto quella, pur ragguardevole e centrale, sulla tecnica più efficiente e proficua con cui aggiustare l’equilibrio dei poteri e delle competenze. Il tema è, ancora oggi, quello della drammatica  latitanza di una “società stretta”, che faccia sì che l’opinione pubblica abbia “buon tuono” e che la nazione intera possa alimentarsi di virtù e di valori sempre e comunque capaci di essere matrice comune di posizioni anche assai diverse. Può sorreggerci la Costituzione? Ecco, se c’è un altro e finale interrogativo sul quale questo piccolo saggio può aiutarci a meditare, esso coincide proprio con la riflessione che induce a compiere sulla Carta del 1948, sul dibattito che tanto si agita attorno alla sua riforma e sulle ragioni per le quali prendere posizione a favore di una delle tante tesi – e delle tante motivazioni – che si stanno fronteggiando.

Recensioni (di Emilio Gentile, Antonio Carioti, Simonetta Fiori, Gianfranco Sabattini)

Un’ulteriore lettura sulla religione civile (di Vito Mancuso)

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Ci sono libri-antipasto, libri-primo piatto, libri-secondo piatto, libri-frutta e libri-dessert. Ma ci sono anche libri particolarmente nutrienti, che valgono come un pasto intero, e libri che possono fungere da spensierato aperitivo. Povero cuor di donna appartiene a quest’ultima categoria, da assumere prima delle abbuffate estive, per solleticare l’appetito e per anticipare tutti i più classici sapori del giallo italiano. Gli ingredienti del cocktail, infatti, sono misurati a puntino: un’ambientazione intrigante (la città di Roma, in un caldo luglio 1947), un cadavere privo di identità (un misterioso corpo di donna, ritrovato lungo l’Appia Antica), un commissario stanco e smagrito, provato dalla storia e dagli accidenti della vita (l’umanissimo e fragile Achille De Santis), un intrigo da spy story (nel quale non mancano ex nazisti in fuga e partigiani coraggiosi).

Il “povero cuor” del titolo non è di una donna soltanto, ma si può intuire, come una luce di coscienza e di maturità, in molte delle figure femminili del libro: nella donna assassinata, nella prostituta Teresa, nella moglie di De Santis. Di fronte a queste silenziose protagoniste, tutti i personaggi maschili appiattiscono in un paradigma negativo che può differenziarsi caso per caso, ma che è sempre presente e muta solo di gradazione, lambendo anche i profili astrattamente più positivi. Donne e uomini si ricompongono simbolicamente nel finale, in un rinnovato legame d’amore e di tenerezza tra l’esausto investigatore e la sua piccola famiglia. Anche il registro linguistico è accattivante; ricorda il più complesso e famoso esperimento del “pasticciaccio” di Gadda, senza tuttavia ripeterne l’insistente esasperazione. Ne sortisce un romanesco meticcio, che ben si addice ai contorni polverosi e afosi di un’Urbe colpita dalla miseria del dopoguerra e ritratta in tinta espressamente neorealista. Una curiosità: nella collana di cui fa parte il libro (il rosa e il nero), due titoli portano un nome (Elvira) ed un cognome (Seminara) che si ritrovano, separati, anche nella trama di questo giallo; forse che si tratta di un omaggio ad un’altra collega della stessa squadra? Ci piace pensarlo, perché anche la letteratura, e non solo la società civile, ha bisogno di positivi gesti di sorellanza creativa.

Le prime pagine del romanzo

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Il Brujo è un vecchio zoppo, che oltre tutto è privo di un occhio e vive da barbone, in una foresta del profondo Ecuador, riverito e temuto come uno stregone. Il giovane Sauro, italiano ex turista alla deriva, vivacchia in un villaggio lì nei pressi e si mantiene scrivendo per la tv locale i sottotitoli di vecchi programmi trash del suo Bel Paese. I due interagiscono quasi per caso, e il primo racconta presto la sua vita al secondo, e alla sua strana ed improvvisa compagna d’ascolto, l’eccentrica e disinibita Martina. Così il Brujo, alias Prudencio Picassent, alias Nesto Bordesante, antico fenomeno del calcio uruguagio, svela al suo uditorio gli episodi salienti, i segreti dolorosi e le tante peripezie di una esistenza passata tra la pampa e i campi da calcio, ma anche tra vizi e successi che negli anni Trenta solo un talento cristallino e un forte profilo guascone potevano dischiudere ad un orfano, in Sudamerica come nell’Italia fascista. Il resto è lo svolgimento scanzonato di un racconto che attraversa il secondo conflitto mondiale e che si interrompe sul più bello nel modo più naturale e spontaneo, come se si trattasse di una vicenda normale e vera.

La verità, però, spunta solo sullo scenario storico e geografico che fa da contorno alla trama, perché il Brujo,  il protagonista con cui interagisce Sauro, alter ego dell’Autore, è pura invenzione, come lo sono le identità dietro le quali ha vissuto tutte le sue avventure. Il bello di questo esordio – che ha vinto il Premio “Parole nel Vento” 2013 – sta tutto qui: la voce della fantasia è lasciata libera di scorrere, senza infingimenti e senza gabbie, e con un risultato finale di sincero appagamento, che tale dev’essere stato anche per lo scrittore. Non è un romanzo “alla Soriano”, non ci sono lezioni o morali da assumere o da contemplare, se non quelle elementari che soltanto i puri e semplici accadimenti possono insegnare. Se dovessimo tentare un raffronto, allora oseremmo evocare un felice disimpegno made in Salgari, augurandoci la stessa prolifica continuità. Anche se tempi e intrecci sono assai diversi, ed anche se Marelli dimostra una spiccata sete d’ironia, che quasi lo porta, al termine del romanzo, a fare il verso a se stesso. Per ora, ad ogni modo, c’è senso del ritmo, della fabula e del suo intrinseco incanto: e tanto basta a riconoscere i segni di una credibilità letteraria a tutto tondo.

Recensioni (di Nicola Fiorita e di Antonio D’Orrico)

Un’intervista all’Autore

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Dove eravate tutti era già un buon testo. Ma con quest’ultimo romanzo, che non è certo lungo e va letto senza interruzioni, Paolo Di Paolo fa un salto di qualità. Il motivo di questo apprezzamento è semplice o, meglio, è plurimo, perché ci troviamo di fronte ad una sintesi, perfettamente riuscita, di doti molteplici e convergenti. È un libro, infatti, che suscita empatia e sa commuovere; che in uno stile sciolto e mai casuale finisce per toccare contemporaneamente le corde dell’emozione e i fili della riflessione; che sa calare, se non attirare, il lettore in un momento storico preciso e nel milieu di quella piccola borghesia che, nel bene e nel male, ne è stata la protagonista; che non si dimentica mai di risvegliare e rappresentare con partecipazione sia le incertezze e le ansie di un’epoca intera, sia, e ancora di più, le titubanze e le ambizioni di un’età della vita sempre intricata e complessa.

Che cosa accade nel febbraio del 1926, tra Torino e Parigi? Di Paolo reinventa gli ultimi giorni di Piero Gobetti (ritratto qui a fianco con la moglie), il suo proverbiale iper-attivismo, i suoi sogni morali, civili e politici, i suoi più cari affetti, i suoi desideri di uomo, di italiano e di giovanissimo marito e padre. Ma quei giorni sono anche quelli di Moraldo, uno studente di Lettere, che tanto vorrebbe conoscere il talentuoso editore, e che, tuttavia, ancora si affanna, alla soglia della maturità, in aspirazioni fumose, grandi progetti, velleità amorose. Sono così diversi, Piero e Moraldo: precoce, intelligente e famoso, il primo; irresoluto, indolente e ingenuo, il secondo. Eppure il loro destino sembra correre parallelo, in un’Italia che, nel momento in cui non si dimostra più all’altezza del primo, pare vivere uno smarrimento simile alla frustrante iniziazione sentimentale del secondo. Anche quando le due parallele si toccano, pur senza riconoscersi, in un boulevard lungo la Senna, il raffronto tra i due protagonisti emerge, in modo molto persuasivo, come il confronto spiazzante tra due diversi campioni: da un lato, l’eroe di una vita che si staglia su tutte le altre proprio nel momento in cui si consuma e misura tutta la sua fragilità, lontana dagli affetti più cari; dall’altro, l’eroe di una pulsione comunque confusa e “bambina”, che mentre sembra esaurirsi in un semplice rito di passaggio si rende anche immagine del destino di un Paese frastornato e presto chiamato ad una durissima prova.    

A conti fatti, il “miracolo” che Di Paolo provoca non si riduce nella contrapposizione tra due modelli differenti di esistenza, ma nel loro drammatico avvicinamento. È difficile non immedesimarsi nei pensieri e nei timori di Moraldo, perché sono umani, comuni e comprensibili, così come lo è anche la confusione finale in cui egli si ritrova dopo aver saputo della morte del giovane editore e, con essa, della perdita improvvisa di un punto di riferimento creduto immortale. Ma è altrettanto difficile non percepire l’estrema durezza della disciplina intellettuale di Piero, il cui decesso assume la dimensione di un sacrificio estremo, quasi irragionevole, perché lo priva, innanzitutto, dell’amore di Ada e della gioia della paternità. Dobbiamo ringraziare, quindi, l’Autore per averci ricordato ciò che la giovinezza invariabilmente insegna: nella grande corrente della storia, così come nei fiumi, piccoli o maestosi, della vita si ha sempre a che fare con un inevitabile tempo delle scelte; è per questo che, per crescere, ci vuole tanto coraggio.

L’Autore presenta il suo libro

Piccolo documentario su Piero Gobetti

Il Centro Studi Piero Gobetti

La Rivoluzione Liberale (edizione digitale)

Cos’è la rivoluzione liberale oggi? (dal Convegno organizzato a Vicenza il 27 ottobre 2012)

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Questo volume, curato da Giorgio Agamben, non fornisce un’introduzione completa all’opera o al pensiero di Carl Schmitt. Che merita di essere frequentato, per la verità, nei lavori più classici e fondamentali, dalla Dottrina della Costituzione a Le categorie del politico, da Terra e mare a Il nomos della terra, dalla Teoria del partigiano a Cattolicesimo romano e forma politica, da Teologia politica I a Teologia politica II. Tuttavia, i saggi e le interviste raccolti nel testo edito da Neri Pozza offrono nitide istantanee di alcuni degli sguardi più acuti ed obliqui del grande giurista tedesco, fornendo, così, un complemento forse indispensabile per la rappresentazione della sua peculiare esperienza.

La lettura, infatti, ci fa presto avvertire che Schmitt si lascia comprendere al meglio soltanto nei suoi itinerari più insoliti e tormentati, nelle affermazioni più intuitive e talvolta urticanti, nel retroterra culturale e religioso della sua educazione familiare, nell’ostentata consapevolezza del ruolo di interprete storicamente organico di processi politici ed istituzionali tanto drammatici quanto decisivi per tutta la storia della tradizione giuridica occidentale. Per Schmitt, essere giurista – esserlo, cioè, scientificamente – significa innanzitutto viverlo, e dunque cogliere le forze e le tendenze proprie di una determinata realtà sociale per poterne tradurre gli stimoli in strumenti organizzativi e criteri interpretativi intrinsecamente coerenti, immedesimandosi totalmente in queste operazioni e mettendosi in gioco, come egli stesso riconosce, “sulla bilancia della storia” (p. 218). In questo, in fondo, Schmitt si sente del tutto solidale e compartecipe con gli unici due giuristi che ricorda come grandi maestri, Maurice Hauriou e Santi Romano. Ed è una prospettiva che in questi contributi emerge pienamente, sia in quelli che ritraggono Schmitt, esplicitamente, al cospetto del suo impegno come giurista del nazionalsocialismo (v. il Colloquio radiofonico del 1° febbraio 1933, il Colloquio con Dieter Groh e Klaus Figge o l’articolo Stato, movimento, popolo, nel quale si giustificano in modo spietato anche gli argomenti razziali), sia in quelli in cui il giuspubblicista travolto dalla disfatta del suo Paese si ripropone quale lettore privilegiato del nuovo ordine mondiale sorto dal declino dello jus publicum europaeum (così in La rivoluzione legale mondiale o ne L’ordinamento del mondo dopo la Seconda guerra mondiale o, ancora, ne il Colloquio sul partigiano).

Il punto davvero centrale, e qualificante, di questa prospettiva non lo si avverte, però nelle specifiche opzioni ricostruttive che di volta in volta Schmitt dimostra di aver sostenuto o di assecondare: si rischierebbe di incorrere, nuovamente, nell’impressione comune (da Löwith in poi) di trovarsi di fronte ad un ineguagliabile opportunista, ad un giurista “pifferaio” capace di ammaliare i suoi interlocutori grazie ad una abilità narrativa non comune. D’altra parte, Schmitt vuole sempre stupire, vuole porsi sempre al di là, se non al di sopra, di tutte le interpretazioni possibili: anzi, nell’intervista rilasciata a Fulco Lanchester pochi anni prima della morte (riprodotta nel brano che dà il titolo al volume: Un giurista davanti a se stesso) il tipico senso di superiorità schmittiano può anche irritare. Il fatto è che l’ostinazione e la radicalità di questo singolarissimo giurista si spiegano per la ragione che egli si è sempre sentito spinto a confrontarsi senza sosta con la ricerca di significati generali ed assoluti per le fasi concrete ed effettive dell’evoluzione storica dell’uomo occidentale e delle sue esperienze politico-istituzionali.

Da qui deriva la propensione per le concezioni olistiche e l’avversione per il modello costituzionale di Weimar e per le fragilità proprie di tutte le esperienze costituzionali pluraliste o di tutte le letture esclusivamente normativiste del diritto. Da qui deriva anche l’interesse inesausto per la teologia politica e per le prospettive escatologiche, testimoniato, anche nella presente antologia, dal breve ma acuto intervento su Tre possibilità di una immagine cristiana della storia: sicché, a ben vedere, il famoso decisionismo di Schmitt non è l’ipostatizzazione di un (facile) volontarismo, bensì la traduzione teorico-generale di un problema quasi esistenziale, di una ricerca dell’esserci giuridico di una determinata collettività in uno specifico momento storico. Il dato è evidente anche nel complesso Colloquio su Hugo Ball, poiché in esso si ha l’opportunità di interrogarsi su quale potesse essere lo stretto ed indecifrabile legame tra Schmitt e quel famoso ed originale dadaista. Da un lato, certo, un tale legame è un’ulteriore traccia del clima particolare che anche Schmitt ebbe modo di vivere nelle sue frequentazioni giovanili del quartiere bohémien di Schwabing, a Monaco (v., in proposito, il bel saggio di L. Garofalo su Schmitt e Kandinsky). Dall’altro, però, non si può che maturare l’idea che quello stesso legame derivasse anche dalla consapevolezza di un comune destino / approccio, vuoi personale, vuoi conoscitivo. Non è un caso che Schmitt si riconosca integralmente nella definizione che di lui stesso aveva dato proprio Ball: “Nella forma di coscienza della sua attitudine vive il proprio tempo” (p. 148).

Delle numerosissime, e suggestive, sollecitazioni che provengono dalle pagine di questo libro, molte possono essere considerate utili anche per i giuspubblicisti dell’era globale, in primis tutte le riflessioni che Schmitt dedica all’affermazione, post secondo conflitto mondiale, di un “pluralismo di grandi spazi” (p. 238 ss.): ossia di un’esperienza politico-giuridica in cui si sovrappongono dimensioni istituzionali e normative differenti, che non coincidono più con le proiezioni fisiche e territoriali degli Stati e che pongono al centro dell’attenzione il problema dell’individuazione dello “spazio dello sviluppo industriale” e del governo della sua “irresistibilità” (p. 246). In questa cornice di ragionamenti, ciò che sembra essenziale è il metodo, poiché per Schmitt il livello internazionale o globale non è per nulla estraneo al livello statale, le cui categorie ed i cui strumenti operativi ed organizzativi si sono sempre articolati anche con riguardo al modo con cui lo Stato stesso si pone nei confronti di ciò che è collocato oltre la propria esperienza. Se qualcuno, dunque, chiedesse che cosa è veramente vivo, a tutt’oggi, dell’opera di Schmitt, una buona risposta potrebbe essere questa: l’appello all’inestricabile unità di tutte le scienze pubblicistiche.

Una recensione (di Gianfranco Cordi)

Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978) (di Carlo Galli)

Un confronto tra Carl Schmitt e Santi Romano (di Stefano Pietropaoli)

Il nomos della terra (presentato da Carlo Galli)

Il diritto europeo nella globalizzazione: fra terra e mare (di Maria Rosaria Ferrarese; v. a p. 11 ss.)

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Con un titolo preso da un celeberrimo album dei Pink Floyd, e precisamente dall’ipnotica Brain Damage, compare sulla scena la prima indagine del commissario Ofelio Guerini, che però non ha nulla a che spartire con la musica degli anni Settanta, se non la collocazione temporale della storia in cui debutta. Ci troviamo, infatti, tra il 1972 e il 1973, in una Milano che si sta trasformando rapidamente e che è attraversata dall’agonismo politico delle lotte studentesche e degli scontri di strada tra movimenti rossi e gruppi neri. Eppure, il titolo di questo romanzo, in apparenza così strano e quasi posticcio, alla fine pare addirittura azzeccato, perché racconta di uno shock mentale e fisico, lo stesso che il suo protagonista deve affrontare.

Guerini ha ormai una certa età e, pur avendo combattuto per la Resistenza, non riconosce nella violenza che lo circonda un particolare significato storico. È ancora vicino agli ideali del suo vecchio partito, ma è forse è cambiato, come pare esserlo anche il partito, e sembra ormai evoluto in una dimensione piccolo-borghese, destinata a convivere con persistenti e silenziose inquietudini. Tuttavia, la morte di un anziano ed oscuro militante comunista, custode di un campo di baseball, attira la sua attenzione, e la ricerca della verità – un affare, per lui, sempre artigianale e domestico – lo mette ben presto a contatto, complice il caso, con figure terribili e spietate, di fronte alle quali rischia di perdere ogni certezza ed anche la sua stessa vita. Ecco, quindi, il dark side of the moon, che non è soltanto quella che si palesa nell’esistenza vuota e crudele del giovane neofascista Stefano Valle e del suo fedele “scherano” Cesare Amaranto, ma è anche quella che si nasconde nella rabbia irrefrenabile ed incontrollabile dell’anziano poliziotto. Si può continuare a “resistere” senza violenza? È proprio vero che tutto è cambiato? Ogni determinazione, anche quella più salda, è destinata a sperimentare confini drammaticamente labili.

Per coloro che abbiano apprezzato Giuseppe Genna – in particolare Nel nome di Ishmael o Catrame o Non toccare la pelle del drago o, ancora, Le testeIl lato oscuro della luna potrà dire poco, poiché con le storiacce e con le trame forti dell’ispettore Lopez questo libro ha in comune soltanto l’ambientazione milanese e il rincorrersi, peraltro riuscito, di strade, piazze, vicoli e palazzi, omaggio ad una metropoli che, in questo modo, prende facilmente le sembianze di un teatro perfetto. Neanche ai personaggi di Gianni Biondillo può accostarsi Guerini: da un lato, certo, la sua malinconia è anche quella dell’ispettore Ferraro; dall’altro, c’è qualcosa di ulteriormente irrisolto, che alla prima impressione di un’evidente stecca finisce per far prevalere la sensazione di una disarmonia ricercata con intelligenza, ma non ancora pienamente realizzata. Forse, nonostante la buonissima intuizione del cortocircuito psicologico in cui incorre Guerini, Goldstein Bolocan non è riuscito a scegliere: avrebbe potuto dare alla sua storia e al suo eroe una connotazione più decisa, e il materiale non mancava (dalle suggestioni sportive agli intrecci politici-partitici; dal tema culturale ed istituzionale a quello più schiettamente intimistico). In conclusione, il grasso e impacciato commissario è un po’ come il suo Autore: il mestiere non gli difetta, ma deve ancora fare i conti con il lato oscuro di una tensione narrativa che sta per sbocciare e che, allo stato, si fa nervosamente attendere.

Uno spezzone del libro da… La Gazzetta dello Sport!

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Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di NarrativaSkira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

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Ci sono libri appassionanti e libri che, pur essendo appassionati, sono semplicemente, ma decisamente, utili. Il recente ritratto di Matteotti, comparso nella collana “Storica” di Longanesi diretta da Sergio Romano appartiene senz’altro ad entrambe le categorie. E si tratta, evidentemente, di una collocazione di tutto rilievo.

La passione si avverte direttamente dalla lettura ed è testimoniata da quello che può essere, in qualche modo, l’unico difetto del libro, ossia un certo ripetersi di concetti e di argomentazioni, a sigillo ricorrente di quanto l’Autore sente ciò che scrive. Viceversa, l’utilità del lavoro svolto da Gianpaolo Romanato si apprezza a tutto tondo, oggettivamente, e si esprime su tre livelli distinti.

Il primo livello si intravede da sé, perché ha a che fare con l’indubbia statura del soggetto, cioè del politico e dell’uomo che, forse più di ogni altro, è rappresentativo del pantheon di tutti coloro che si sono strenuamente opposti, fino alla fine, al fascismo. Riproporlo nuovamente non è una semplice occasione per rianimare il dibattito storiografico in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Su questo piano il saggio è ampiamente meritevole, poiché esce volutamente dalla tradizionale prospettiva mitologica, per disegnare un’immagine il più possibile realistica e contestualizzata di una personalità tanto vibrante quanto complessa. Da questo punto di vista, anzi, la decisione di soffermarsi, prevalentemente, sulla vita e sulla carriera politica di Matteotti, piuttosto che sul delitto che ne ha segnato la fine, è pienamente condivisibile. Così come è condivisibile la scelta di non tacere alcuna notizia, anche quelle più imbarazzanti e compromettenti.

Questo approccio ci consente di comprendere dove e quando si radica la biografia del personaggio, dove e quando matura, in Italia, la consapevolezza dello spirito sia radicale e riformista, sia rivoluzionario, e, allo stesso tempo, dove e quando si radica buona parte della storia del socialismo italiano e delle lotte, violentissime, che lo hanno visto protagonista e che nel “biennio rosso” (1919-1920) hanno fatto da incubazione per lo sviluppo del fascismo. Questo stesso approccio, poi, ci consegna immagini apparentemente contraddittorie, e per questo molto vive e credibili, del Matteotti politico intransigente, iperattivo ed instancabile, avvolto da un fervore quasi calvinista, per dirla alla Gobetti, ma anche del Matteotti marito lontano, dubbioso e malinconico, sul punto dell’abbandono di ogni impegno pubblico, così come del Matteotti uomo di mondo, colto e poliglotta, amante dell’arte, del teatro e della buona società.

Un secondo livello, su cui apprezzare la bontà del saggio, è quello della ricostruzione delle idee, del pensiero politico di Matteotti. Ne emerge una figura irriducibile, caratterizzata da una sorprendente unicità.

Nella sua lotta politica, Matteotti ci appare in crescente ed integrale dissidio con le altre formazioni politiche della sinistra (i socialisti massimalisti e i comunisti, da Matteotti chiamati espressamente in “correità” rispetto al fascismo), con la timidezza degli autorevoli, e sia pur ammirati, del riformismo socialista (Turati), e, più profondamente, con tutti coloro che, esponenti del trasformismo storico, hanno sempre strumentalizzato a loro favore le regole del consenso (Giolitti). Per altro vero, Matteotti ci appare anche sospeso e diviso egli stesso, tra la necessità di non perdere i consensi dell’elettorato contadino del Polesine, incline ad azioni spesso eccessive, e la necessità di difendere, a fronte del clima di crescente ed esasperata violenza ed intimidazione, la legalità, lo stato di diritto, la sopravvivenza dei diritti civili e l’importanza del ruolo del Parlamento come unica istituzione che può arginare la sopraffazione fascista e il degrado morale che la supporta.

In sostanza, la figura di Matteotti ci viene restituita nella sua storica esemplarità, come immagine, cioè, drammatica di una classe politica, allora del tutto minoritaria, che ha cercato fino all’ultimo di interpretare la crisi successiva al primo conflitto mondiale non tanto come luogo dell’eccezione e della rottura di ogni equilibrio, bensì come luogo per la sperimentazione, in situazione d’emergenza e di conflitto, di un’inedita azione rigenerante ed evolutiva; come luogo, in altri termini, di consapevolezza estrema di quelli che sono i problemi storici di uno Stato e di quelli che possono essere i modi migliori per affrontarli.

Il terzo livello che evidenzia tutte le virtù del libro è il grado di connessione, altissimo, tra il messaggio di Matteotti e la ricognizione delle costanti difficoltà del sistema politico italiano e della società civile di cui esso è espressione.

Ad esempio, la fiducia di Matteotti nell’importanza del partito e della sua funzione di tramite tra la società e il governo del Paese potrebbe sembrare, ai meno avveduti, un profilo vecchio, oltre che superato. Ma se si pone attenzione al fatto che per Matteotti avere fiducia nel partito significa concepire la lotta politica come competizione tra idee e tra programmi, piuttosto che tra singoli o tra gruppi di persone, allora la bontà dell’intenzione emerge in tutta la sua perdurante urgenza.

Essa si traduce in obiettivi che tuttora non possono che essere condivisi: promuovere la politica italiana al di fuori delle dinamiche corporative, dei conflitti di interessi, degli opportunismi; riconoscere che la cornice degli organi costituzionali è l’indiscusso ambito nel quale muoversi ed ipotizzare soluzioni anche molto diverse, ma pur sempre rispettose di una comune ed indispensabile grammatica democratica; denunciare ed isolare con forza i persistenti tentativi di confondere l’interesse dei singoli o dei pochi con l’interesse generale. In questo senso, Matteotti è, ancor oggi, un italiano diverso.

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