Il sottotitolo di questo denso saggio giusfilosofico condensa in poche parole la chiara direzione in cui si muove l’argomentazione, serrata e appassionata, che lo caratterizza: “Dal contratto sociale alla negoziazione degli interessi”. L’Autore, infatti, si propone di dimostrare – in un’analisi che, del tutto onestamente, si autodefinisce radicale – come la concezione moderna della democrazia sia entrata in crisi a causa del compresente e progressivo incrinarsi di alcuni suoi presupposti costitutivi, e come ciò, anzi, abbia rivelato l’originaria debolezza di quel paradigma ed abbia accompagnato, così, il manifestarsi di forme alternative di circuiti politico-decisionali.

Tale crisi, in particolare, deriverebbe innanzitutto dall’incrinarsi dell’idea di soggetto su cui si sono fondate le teorie del contratto sociale, intese, queste, quale sede più autentica per l’emersione di una giustificazione totalmente razionale del potere pubblico, della sua legittimazione logicamente democratica e della teoria della rappresentanza che ad essa sarebbe parimenti e indissolubilmente collegata. Oggi, infatti, non sarebbe più predicabile l’esistenza di un “interesse generale”, scaturito come tale “dall’unione delle volontà razionali dei soggetti pensati in universale”; oggi si assisterebbe soltanto ad un interesse che è definibile come generale in quanto prodotto conclusivo, ma contingente, “di un processo di costante rinegoziazione”. Sicché “il problema teoretico della democrazia e del suo nomos” – ossia la tensione irrisolta ed irresolubile a generare una rappresentazione dell’identità tra governanti e governati – resterebbe drammaticamente sospeso tra la disillusione paralizzante circa la effettiva tenuta di una narrazione ormai dichiaratamente astratta e il pericolo che si dia ancora spazio, come avvenuto nelle più terribili esperienze totalitarie, a pulsioni tese a riaffermare in concreto la realizzabilità di un dispositivo esclusivamente teorico.

Questa agile monografia ha molti pregi: convince, in particolare, l’efficace sinossi con cui l’Autore spiega i legami assai stretti tra il successo di una determinata narrazione dell’essenza della democrazia moderna e lo spirito scientifico che ha innervato, per il mezzo di Cartesio e Galileo, la speculazione di Hobbes; ma è persuasiva anche la lettura che viene fornita in merito al lato, per così dire, oscuro di quella narrazione ed alle degenerazioni che essa ha potuto in qualche modo supportare. Risulta spontaneo, tuttavia, domandarsi se sia proprio vero, storicamente, che le formule della negoziazione istituzionale tipiche dell’età pre-moderna non abbiano molto a che fare con i gangli più sensibili dei meccanismi democratici: basta pensare, ad esempio, all’esperienza del rapporto tra i sovrani inglesi e il Parlamento – ricostruita mirabilmente, tra i tanti, nelle pagine di Guizot sulla storia del governo rappresentativo – per avere una prova lampante della tesi contraria. Viene naturale, ancora, chiedersi se la disillusione e la degenerazione cui può prestare il fianco la moderna teoria della democrazia possano ancora sortire effetti dinanzi alle manifestazioni più aggiornate del costituzionalismo. Non c’è dubbio che, dal secondo dopoguerra, la tradizione giuridica occidentale ha accolto una nozione assai aperta di Stato democratico, per la quale, cioè, la massima garanzia di questa forma di Stato non si fonda più sulla c.d. illusione di Saint Just (e quindi sulla presupposta coincidenza di volontà generale e aspirazioni individuali), bensì sul carattere pluralistico dell’ordinamento. È la scarsa assimilazione di questo modello, spesso, a riproporre le debolezze di una differente democrazia che, effettivamente, anche per quest’ultima ragione, si rivela vieppiù infondata. Vero è, poi, che su quel carattere pluralistico si potrebbe dire molto: difatti, anche l’Autore sembra alludere – in chiusura – ad un’interpretazione vicina alle ricostruzioni del comunitarismo nordamericano e, così, all’idea – presente anche nella più autorevole dottrina tedesca – secondo cui sarebbe sempre e comunque indispensabile, per la democrazia, la diffusione culturale di “una specifica e condivisa idea di libertà”, che tutti i singoli avvertano “come propria identità qualificante”. Ma il profilo rimane accennato solo nelle ultime righe del volume ed è pertanto ancora consegnato al non facile dibattito che, specie con riguardo alla garanzia dei diritti fondamentali, sta animando e scuotendo buona parte della Constitutional Theory anglosassone.

Una recensione (di Paolo Randazzo)

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Già prima di leggere questo grazioso monologo pensavo che lavorare in una biblioteca non sia affatto un lavoro comune e che in tutti coloro che lo prendono sul serio non si tratti soltanto di svolgere determinate operazioni seriali (riordinare, catalogare, collocare, spostare etc.) ma anche di entrare in contatto con un potentissimo microscopio, il cui utilizzo esige una precisione e una disciplina assolute. La bibliotecaria cui Sophie Divry attribuisce il lungo “sfogo” di cui è composto questo libro mette in scena la rappresentazione e la “prova” perfetta di quella ricorrente impressione e mi consente anche di rammentare con simpatia tutte le figure, in carne ed ossa, in cui riconoscere, nella vita reale, stretti “parenti” o fedeli “seguaci” della protagonista.

Tolto l’unico profilo che senz’altro è poco convincente – ossia la coltivazione quasi masochistica e nevrotica, da parte dell’impiegata narrante, di una condizione di solitudine sofferente e affettivamente “monca”: è lo stanco stereotipo, per l’appunto, del “topo” di biblioteca… – l’esordio della scrittrice francese è decisamente brillante. La Biblioteca (con la B maiuscola, anche se si tratta di una biblioteca di provincia) vi assume i connotati di un’immagine del mondo: a volte così fedele, nello smascherare le tante piccolezze e volgarità delle comuni relazioni sociali; a volte capace di ergersi a metafora di un’alternativa ideale e assolutamente democratica, nella quale rendere accessibile a tutti le chiavi per progettare la propria vita e promuovere, con ciò, tutte le doti e le virtù che all’esterno paiono tanto trascurate; altre volte, ancora, fruibile come luogo di rifugio, di protezione, di conservazione e di “alimento”, per uomini e idee che non vogliono adeguarsi al paradigma del consumo letterario.

Sono moltissimi i punti specifici che meriterebbero una segnalazione ed un plauso. Ne ricordo alcuni: la felice assimilazione tra il sistema universale di classificazione Dewey e la tavola di Mendeleev (p. 8); la “tirata” sui “libri brutti”, rispetto ai quali “bisogna essere cattivi”, perché la Biblioteca è anche la sede di una selezione seria ed accurata dei meriti culturali, e la Cultura (sempre con la maiuscola…) “è uno sforzo permanente dell’essere per sfuggire alla propria vile condizione di primate non civilizzato” (p. 38); la paradossale (ma quanto reale!) “proprietà” delle Biblioteche, dotate della forza “soprattutto in estate” (di nuovo: quanto è vero!) di attirare “i matti” (p. 44). Un neo che non si può trascurare, invece, è nella scelta del titolo per l’edizione italiana: perché mai i titoli vengono così vistosamente, e così frequentemente, alterati? La cote 400 andava semplicemente mantenuto (La segnatura 400), non solo perché richiama il linguaggio tecnico del mestiere o perché allude alle “risorse” di ordine e di sistematicità che la Cultura può offrire alla povertà intellettuale dell’uomo contemporaneo; quella segnatura è molto importante nell’economia del racconto, è quella rimasta vuota, così come è vuota una parte dell’esistenza della querula bibliotecaria, che in quello spazio sperimenta l’aggressione della realtà sulla sua personale ed incompresa sensibilità e, più in generale, sulla logica intrinseca del sapere.

Il titolo corretto, del resto, sarebbe stato più adeguato alla tensione umoristica del pezzo. C’è un sottile divertimento, infatti, in questo libro, una specie di ironia, che attraversa anche le lamentazioni e i sogni più malinconici della bibliotecaria, e che risveglia un pizzico di comprensione e di complicità. E c’è – cosa che non si può non notare – un chiarissimo spirito francese, che nell’elogio, pieno di orgoglio, del luogo pubblico come occasione di edificazione e di fortificazione di virtù, anche private, conferisce al lungo discorso il tono di una satira complessivamente dolce, meno aspra e meno tagliente di quelle, sia pur bellissime, scritte dal nostro (bravissimo) Vitaliano Trevisan (v., ad esempio, Il ponte). Mi viene in mente, così, all’improvviso, un’osservazione: per essere realmente europei, noi italiani dobbiamo rinunciare un po’ di più alla disperazione e all’invettiva, e rivestire più spesso della sana fiducia e dell’altrettanto sano ottimismo che le Biblioteche e la Cultura possono assicurarci con poca fatica e a pochi passi da casa. La vera e costruttiva indignazione parte da lì.

Un’intervista all’Autrice (in francese)

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Mattia Maistri e Marco Niro sono cresciuti. Da È già sera, tutto è finito (2010) un po’ di tempo è passato, e la qualità della scrittura è decisamente migliorata. L’approccio, viceversa, era già completamente definito sin dal primo romanzo: rileggere, plasmandolo, il passato del paese e ipotizzarne, nella stessa direzione, il futuro, prendendo spunto dal presente e dai sintomi che ne rivelano, con le forze positive, anche le costanti e radicate tentazioni devianti. Tersite Rossi (che è lo pseudonimo – davvero evocativo – sotto cui si cela l’identità dei due giovani scrittori) si è accodato, così, a Loriano Macchiavelli, ai Wu Ming, a Simone Sarasso, ma anche a Massimo Carlotto, che ha veicolato l’inserimento di questa “opera seconda” nella Collezione Sabot/Age di E/O.

Si possono dire molte cose a proposito di Sinistri. In primo luogo, è difficile individuare chi ne sia il protagonista; ma questo non è, di per sé, un difetto, poiché, in fondo, protagonisti di questo libro sono tutti i personaggi che si incontrano nella lettura, così come lo sono, ahimè, tutti gli italiani. Si tratta di uno specchio, non troppo deformato, di ciò che siamo stati, di ciò che siamo e di ciò che rischiamo di diventare.

In secondo luogo, c’è una storia principale, ambientata in un 2023 tanto surreale quanto drammaticamente possibile: al Governo spadroneggia il leader di un fantomatico Partito della Felicità, che ambisce all’eliminazione di ogni conflitto e di ogni opposizione, quasi in uno scenario alla Jack London (quello, per intendersi, de Il tallone di ferro). Questa storia, molto breve, e a suo modo brutalmente semplice, viene inframmezzata da dieci rapidi racconti, in verità più complessi, che vengono letti da uno dei protagonisti e sono collocati in dieci diversi momenti della storia d’Italia, anche se sembrano precorrere l’attualità nel senso di un comune destino che non può che avverarsi e ripetersi ancora. La sensazione (disperante) che se ne ricava è molto netta: ci si può ribellare al sopruso, si può credere in qualcosa di puro, eppure l’esito pare già predeterminato, come se fosse orchestrato, sinistramente, da un unico e terribile artefice. E la nostra umanità sembra ripetutamente e ineluttabilmente debole.

In terzo luogo, c’è l’assunzione esplicita di una chiave trasversale evidente, tutta pasoliniana: da un lato, essa si esprime nella presenza trasversale di una sessualità rapace, che strumentalizza ogni rapporto e “corona” un più generale processo di mercificazione e di impoverimento spirituale; dall’altro, si traduce nel tema dell’inestricabile corruzione dei poteri e dell’altrettanto perverso intrecciarsi degli interessi, pubblici e privati, e delle aspirazioni politiche, tanto rivoluzionarie quanto conservatrici. In altre parole: Scritti corsari e Petrolio, in un agile mix di scrittura che ci offre un buon saggio di una tipologia ormai affermata di nuovo e “agghiacciante” romanzo pop.

Il sito dell’Autore (o, meglio, degli Autori)

Intervista doppia

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Il titolo che Adelphi ha deciso di dare a questo racconto non è la perfetta traduzione di quello originale, che suona invece così: The Uncommon Reader. È vero che si scopre subito che il “lettore” è la regina d’Inghilterra; ma l’attributo che Bennett aveva scelto era decisamente calzante, perché il carattere “inconsueto” non si riferisce solo al fatto che si tratta della ben nota sovrana, ma anche alla circostanza, a sua volta “insolita”, che questa si trova ad interpretare la parte del lettore veramente appassionato, con tutte le sorprendenti conseguenze del caso.

Salvo il finale a sorpresa – che è a metà strada tra il vero colpo di scena e un semplice e classico saggio di ironia inglese – la storia conta fino ad un certo punto: la regina comincia a leggere e a prenderci gusto, e questo fatto scombina gran parte del suo ordine del giorno e della considerazione che di lei e del suo ruolo hanno i suoi più stretti collaboratori e i più influenti uomini politici. Contano poco, alla fine, anche le tante risate che suscitano le immagini e le situazioni in cui Elisabetta II ha modo di dimostrare il suo new deal di assidua bibliofila: ci si aspetta questo ed altro da un uomo di teatro così brillante e così esperto come Bennett (a proposito: da Nudi e crudi in poi, è difficile concedersi il lusso di non leggerlo).

I meriti del libro, in verità, si possono collocare su due livelli: quello, molto evidente e sostanziale, della parabola, sul rapporto tra cultura e potere, o sul rapporto tra cultura e democrazia, o sulla relazione tra cultura e classe politica, o, ancora, sugli effetti catartici che la lettura può concretamente avere su ciascuno di noi, indipendentemente dal suo status o dai suoi interessi o dal lavoro che fa; quello, più sottile, e stilistico, dei vari espedienti che l’Autore utilizza per costruire la parabola stessa, dalle acute e ficcanti riflessioni che la regina si appunta a margine di questa sua nuova esperienza alla scelta geniale di un personaggio come Norman, curioso interlocutore di Sua Maestà. Anche i rapidi sketch sui pensieri del “britannico medio” sono impagabili.

La sovrana lettrice, in definitiva, è un agile passatempo, che tranquillizza e che coinvolge, innanzitutto, i lettori compulsivi, che vi trovano nuove ragioni per insistere nella loro più insana abitudine; ma è anche uno stimolo felice per tutti coloro che, restando senza libri, non sanno davvero che cosa si sono persi finora, che cosa continuano a perdersi e che cosa potrebbe accadere se, come la regina, decidessero, dopo averne letti molti, di fare dell’altro.

 

Una perla di saggezza:

L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. Un lettore valeva l’altro e lei non faceva eccezione. La letteratura, pensò, è un commonwealth; le lettere sono una repubblica.

 

Un’altra recensione

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Quella di Kurt Erich Suckert (1898-1957: Curzio Malaparte è un nom de plume) non costituisce un’esperienza facilmente riassumibile.

Arruolato nella Legione straniera, militante attivo durante il Primo conflitto mondiale, fascista della prima ora e giornalista di grande successo, Malaparte coltiva costantemente relazioni ed idee “pericolose”. Queste lo rendono presto avverso al regime e lo portano al confino, sull’isola di Lipari, ma, al contempo, gli consentono di continuare ad esprimersi comunque, sotto altro pseudonimo, sulle pagine del Corriere della sera, di combattere, poi, come ufficiale nell’esercito italiano e di diventare, a guerra finita, non solo un collaboratore attivo degli Alleati, ma anche un autore di grande successo, ormai consacrato in Italia come all’estero (Kaputt, 1944, e La pelle, 1949, sono considerati, a ragione, due veri capolavori).

Una figura controversa, dunque. L’unica cosa che, forse, gli si può unanimemente riconoscere è lo sguardo diretto, impertinente, capriccioso e acuto delle migliori intuizioni, condite con una singolare capacità di scrittura.

Di tali qualità è specifica dimostrazione questo piccolo libro, che Adelphi finalmente ripubblica. Risale al 1931; il testo originale compare, per la prima volta, in Francia. In Italia sarà dato alle stampe soltanto nel 1948. Le ragioni di questo ritardo sono presto dette: proporre, in quei tempi, una lucida e spietata analisi del modo con cui è possibile assumere il potere all’interno di uno Stato – prendendo a riferimento anche l’ascesa di Mussolini e l’incombente pericolo hitleriano – non era, evidentemente, un’operazione indolore. D’altra parte, è da questa iniziativa che anche le “sfortune” di Malaparte prendono avvio, dal momento che, a causa di essa, viene subito rimosso dal prestigioso incarico di direttore de La Stampa.

Tuttavia, il testo non è un atto d’accusa nei confronti delle nascenti dittature; o forse lo è implicitamente. Malaparte, in realtà, vuole semplicemente spiegare, quasi fosse il più freddo studioso di anatomia, come, nello Stato moderno, le questioni sulla conquista del potere si debbano considerare, innanzitutto, questioni di tecnica; e come la “ragione” del suo libro non sia quella “di discutere programmi politici, sociali ed economici” di quegli uomini che si sono proposti di sovvertire l’ordine costituito, “bensì di mostrare che il problema della conquista e della difesa dello Stato non è un problema politico” e “che l’arte di difendere lo Stato è regolata dagli stessi principi che regolano l’arte di conquistarlo” (p. 261).

Segue una galleria vivissima di personaggi storici (Napoleone, il generale Pilsudski, i tedeschi Kapp e Bauer, Trockij e Stalin, Mussolini e Hitler) e di colorite ricostruzioni (del 18 brumaio, della crisi polacca del 1920, delle acute crisi della Repubblica di Weimar, della Rivoluzione d’Ottobre, dell’avvento del fascismo e delle velleità del futuro Führer), nelle quali l’Autore cerca di dimostrare che, di fronte alle tecniche messe in atto dai rivoluzionari del contesto moderno, le soluzioni di polizia, di controllo dell’ordine pubblico e della sicurezza, sono del tutto insufficienti, e che, per farvi fronte, non è necessario discutere degli obiettivi che quelle rivoluzioni vogliono porsi, ma è necessario, piuttosto, e paradossalmente, curare la patologia con altra patologia, muoversi da perfetti e cinici tattici. A questo proposito, sono impressionanti, davvero, le pagine su Mussolini (e sulla sua spregiudicata ed esiziale “intelligenza marxista”: 196 ss.) e quelle su Hitler (e sulla sua “morbosa” follia: 241 ss.). E non stupisce che il primo abbia messo al bando quest’opera e che il secondo l’abbia condannata al rogo.

Quanto all’Italia, due passaggi fanno, ancora una volta, riflettere, a prescindere dall’attendibilità storica delle tesi in essi sostenute: “Verso la fine del 1920 il problema che si poneva al fascismo non era quello di combattere il governo liberale o il partito socialista, che, con la sua progressiva parlamentarizzazione, turbava sempre più la vita costituzionale del paese, ma quello di combattere le organizzazioni sindacali dei lavoratori, che costituivano la sola forza rivoluzionaria capace di difendere lo Stato borghese contro il pericolo comunista o fascista” (p. 213); “Chi avrebbe mai immaginato che Mussolini, così buon patriota quando conduceva la lotta contro i comunisti, i socialisti e i repubblicani, sarebbe diventato dall’oggi al domani un uomo pericoloso, un ambizioso senza pregiudizi borghesi, un catilinario deciso a impadronirsi del potere anche contro il Re e contro il Parlamento? Era colpa di Giolitti se il fascismo era diventato un pericolo per lo Stato. Bisognava strozzarlo in tempo, metterlo fuori della legge fin dal principio, schiacciarlo con le armi come era stato schiacciato D’Annunzio” (pp. 232-233).

Qual è, in definitiva, il messaggio che questo pamphlet, così provocatorio, consegna ai posteri? Ce lo dice, senza fronzoli, lo stesso Malaparte: “La particolare natura dello Stato moderno, la complessità e la delicatezza dei problemi politici, sociali ed economici che è chiamato a risolvere, ne fanno il luogo geometrico delle debolezze e delle inquietudini dei popoli, e aumentano le difficoltà che si debbono superare per provvedere alla sua difesa. (…) L’opinione pubblica di quei paesi, nei quali l’opinione pubblica è liberale e democratica, ha torto di non preoccuparsi dell’eventualità di un colpo di Stato. Una tale eventualità (…) non è da escludersi in nessun paese” (pp. 40-41).

Un’intervista al curatore di questa edizione (Giorgio Pinotti)

Una scheda su Curzio Malaparte

Tutto su Malaparte

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Ci sono libri appassionanti e libri che, pur essendo appassionati, sono semplicemente, ma decisamente, utili. Il recente ritratto di Matteotti, comparso nella collana “Storica” di Longanesi diretta da Sergio Romano appartiene senz’altro ad entrambe le categorie. E si tratta, evidentemente, di una collocazione di tutto rilievo.

La passione si avverte direttamente dalla lettura ed è testimoniata da quello che può essere, in qualche modo, l’unico difetto del libro, ossia un certo ripetersi di concetti e di argomentazioni, a sigillo ricorrente di quanto l’Autore sente ciò che scrive. Viceversa, l’utilità del lavoro svolto da Gianpaolo Romanato si apprezza a tutto tondo, oggettivamente, e si esprime su tre livelli distinti.

Il primo livello si intravede da sé, perché ha a che fare con l’indubbia statura del soggetto, cioè del politico e dell’uomo che, forse più di ogni altro, è rappresentativo del pantheon di tutti coloro che si sono strenuamente opposti, fino alla fine, al fascismo. Riproporlo nuovamente non è una semplice occasione per rianimare il dibattito storiografico in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Su questo piano il saggio è ampiamente meritevole, poiché esce volutamente dalla tradizionale prospettiva mitologica, per disegnare un’immagine il più possibile realistica e contestualizzata di una personalità tanto vibrante quanto complessa. Da questo punto di vista, anzi, la decisione di soffermarsi, prevalentemente, sulla vita e sulla carriera politica di Matteotti, piuttosto che sul delitto che ne ha segnato la fine, è pienamente condivisibile. Così come è condivisibile la scelta di non tacere alcuna notizia, anche quelle più imbarazzanti e compromettenti.

Questo approccio ci consente di comprendere dove e quando si radica la biografia del personaggio, dove e quando matura, in Italia, la consapevolezza dello spirito sia radicale e riformista, sia rivoluzionario, e, allo stesso tempo, dove e quando si radica buona parte della storia del socialismo italiano e delle lotte, violentissime, che lo hanno visto protagonista e che nel “biennio rosso” (1919-1920) hanno fatto da incubazione per lo sviluppo del fascismo. Questo stesso approccio, poi, ci consegna immagini apparentemente contraddittorie, e per questo molto vive e credibili, del Matteotti politico intransigente, iperattivo ed instancabile, avvolto da un fervore quasi calvinista, per dirla alla Gobetti, ma anche del Matteotti marito lontano, dubbioso e malinconico, sul punto dell’abbandono di ogni impegno pubblico, così come del Matteotti uomo di mondo, colto e poliglotta, amante dell’arte, del teatro e della buona società.

Un secondo livello, su cui apprezzare la bontà del saggio, è quello della ricostruzione delle idee, del pensiero politico di Matteotti. Ne emerge una figura irriducibile, caratterizzata da una sorprendente unicità.

Nella sua lotta politica, Matteotti ci appare in crescente ed integrale dissidio con le altre formazioni politiche della sinistra (i socialisti massimalisti e i comunisti, da Matteotti chiamati espressamente in “correità” rispetto al fascismo), con la timidezza degli autorevoli, e sia pur ammirati, del riformismo socialista (Turati), e, più profondamente, con tutti coloro che, esponenti del trasformismo storico, hanno sempre strumentalizzato a loro favore le regole del consenso (Giolitti). Per altro vero, Matteotti ci appare anche sospeso e diviso egli stesso, tra la necessità di non perdere i consensi dell’elettorato contadino del Polesine, incline ad azioni spesso eccessive, e la necessità di difendere, a fronte del clima di crescente ed esasperata violenza ed intimidazione, la legalità, lo stato di diritto, la sopravvivenza dei diritti civili e l’importanza del ruolo del Parlamento come unica istituzione che può arginare la sopraffazione fascista e il degrado morale che la supporta.

In sostanza, la figura di Matteotti ci viene restituita nella sua storica esemplarità, come immagine, cioè, drammatica di una classe politica, allora del tutto minoritaria, che ha cercato fino all’ultimo di interpretare la crisi successiva al primo conflitto mondiale non tanto come luogo dell’eccezione e della rottura di ogni equilibrio, bensì come luogo per la sperimentazione, in situazione d’emergenza e di conflitto, di un’inedita azione rigenerante ed evolutiva; come luogo, in altri termini, di consapevolezza estrema di quelli che sono i problemi storici di uno Stato e di quelli che possono essere i modi migliori per affrontarli.

Il terzo livello che evidenzia tutte le virtù del libro è il grado di connessione, altissimo, tra il messaggio di Matteotti e la ricognizione delle costanti difficoltà del sistema politico italiano e della società civile di cui esso è espressione.

Ad esempio, la fiducia di Matteotti nell’importanza del partito e della sua funzione di tramite tra la società e il governo del Paese potrebbe sembrare, ai meno avveduti, un profilo vecchio, oltre che superato. Ma se si pone attenzione al fatto che per Matteotti avere fiducia nel partito significa concepire la lotta politica come competizione tra idee e tra programmi, piuttosto che tra singoli o tra gruppi di persone, allora la bontà dell’intenzione emerge in tutta la sua perdurante urgenza.

Essa si traduce in obiettivi che tuttora non possono che essere condivisi: promuovere la politica italiana al di fuori delle dinamiche corporative, dei conflitti di interessi, degli opportunismi; riconoscere che la cornice degli organi costituzionali è l’indiscusso ambito nel quale muoversi ed ipotizzare soluzioni anche molto diverse, ma pur sempre rispettose di una comune ed indispensabile grammatica democratica; denunciare ed isolare con forza i persistenti tentativi di confondere l’interesse dei singoli o dei pochi con l’interesse generale. In questo senso, Matteotti è, ancor oggi, un italiano diverso.

Un ritratto di Giacomo Matteotti

La cronologia della vita

L’ultimo discorso alla Camera

Il delitto Matteotti: intervista al Prof. G. Sabbatucci

Il delitto Matteotti: un approfondimento da La Storia siamo noi

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Per una collana che l’editore Laterza ha chiamato “Anticorpi”, Luigi Ferrajoli, uno dei più importanti teorici del diritto, compone un breve ma incisivo saggio immunizzante sul cd. “processo di decostituzionalizzazione” della democrazia italiana.

La tesi è semplice e l’argomentazione è decisa, come si addice, per l’appunto, ad una sorta di “vaccino”, che l’Autore vuole iniettare nella coscienza di ogni cittadino. Ed è in questo senso che il libro deve essere inteso, come il frutto di un’azione di éngagément promossa da un intellettuale solido e colto, oltre che preoccupato per lo “stato della Nazione”.

Per Ferrajoli la sopravvivenza, in Italia, della democrazia rappresentativa è a rischio, perché esposta a molteplici ma convergenti aggressioni, dall’alto e dal basso.

In particolare, l’oggetto dell’aggressione non è la rappresentanza politica in senso stretto, bensì  la struttura di garanzie che ne consente il funzionamento virtuoso, ossia quei limiti che la Costituzione ha voluto predisporre per il buono ed efficace funzionamento del sistema democratico. Ecco perché si discute di “decostituzionalizzazione”.

A che cosa si riferisce, precisamente, Ferrajoli?

Dall’alto la democrazia politica è schiacciata dall’interazione di quattro distinti fattori: 1. la verticalizzazione e personalizzazione populista della rappresentanza attorno all’idea del “capo” (che configge con l’idea, viceversa tutta democratica, della limitazione del potere della maggioranza, e che provoca l’insidiosa assimilazione tra la volontà del “capo” e la volontà popolare); 2. il dilagare di sistemici conflitti di interessi ai vertici dello Stato, con subordinazione di quelli pubblici a quelli privati, e con contemporaneo processo di feudalizzazione della politica e delle istituzioni (e ciò contribuirebbe ad un irrimediabile arretramento delle ragioni dell’interesse generale e degli istituti che lo dovrebbero promuovere anche in seno all’organizzazione pubblica); 3. l’ulteriore aggravarsi degli storici meccanismi di occupazione dello spazio istituzionale da parte dei partiti e la perdita, in capo ai partiti stessi, di qualsiasi ruolo di mediazione effettiva tra Stato e società (sicché il ceto politico assumerebbe contegni sempre più parassitari); 4. il radicarsi progressivo di forme proprietarie di controllo dell’informazione e dell’opinione pubblica (con confusione tra la garanzia del potere imprenditoriale della proprietà editoriale e il libero esercizio della libertà di stampa e di informazione).

La democrazia politica è messa in crisi anche da altri fattori, che agiscono dal basso e che non sono del tutto estranei a quelli che operano dall’alto, essendo, anzi, da questi indotti, moltiplicati e rafforzati: 1. lo stabilimento di un nesso pernicioso tra il populismo politico e l’omologazione delle diverse parti all’interno della dialettica fissa amico-nemico (con conseguente produzione di meccanismi sociali e culturali di esclusione); 2. la traduzione del dibattito politico sul piano della promozione collettiva di interessi di volta in volta egoistici, con dissoluzione dell’opinione pubblica propriamente intesa (e con formazione di un humus sensibile a forme di dispotismo demagogico); 3. la progressiva sfiducia nella partecipazione politica (che è dato ormai conclamato); 4. la distruzione del “diritto” dei cittadini a non ricevere notizie manipolate e, quindi, della possibilità di esercitare i propri diritti e le proprie libertà in modo critico e consapevole (e tutto questo in un clima di decadimento di qualsiasi “morale pubblica”).

Di fronte a questo quadro, i rimedi che Ferrajoli propone sono costituiti da “quattro ordini di garanzie”: 1. la reintroduzione del metodo elettorale proporzionale (che eviterebbe il prodursi del rischio populista ed autoritario); 2. la fissazione di rigide e chiare regole di incompatibilità (anche per coloro che rivestono ruoli di primo piano all’interno dei partiti); 3. la riforma del sistema dell’informazione (per evitare la sovrapposizione tra proprietà dei mezzi e libertà di espressione); 4. la ridefinizione del principio di separazione dei poteri (distinguendo le funzioni di governo da quelle di garanzia, che a sua volta non comprenderebbero solo la funzione giurisdizionale ma anche alcune funzioni amministrative finalizzate alla tutela e alla garanzia eguale di diritti fondamentali).

Last, but not least, Ferrajoli suggerisce che, in ogni caso, il procedimento di modifica della Costituzione sia reso ancor più aggravato e, quindi, difficoltoso, con accoglimento espresso, nel testo della Carta costituzionale, del limite dei “principi supremi”, così come già da tempo affermato dalla Corte costituzionale.

Si tratta di suggerimenti importanti e largamente condivisi anche da altri illustri giuristi, e qui formulati con lo stile al quale l’Autore ci ha già abituato, soprattutto nell’opus magnum rappresentato dai ponderosi volumi dei Principia iuris. Le poche note – come è usuale per un testo diretto al grande pubblico – tradiscono la ricerca assoluta della coerenza sistematica e della simmetria, della chiarezza concettuale e del dialogo “alto” con i maestri della teoria giuridica occidentale (Hans Kelsens su tutti). Ciò non può che riconciliare con il piacere che ancora riserva il ragionamento giuridico.

Vi sono, poi, rilevanti considerazioni, tutte suscettibili di riflessione e di dibattito. Merita evidenziarne almeno due (anche se ve ne sarebbero molte).

La prima concerne il ruolo della scienza giuridica.

Secondo Ferrajoli, il “costituzionalismo rigido” – quello, cioè, delle costituzioni che, come la nostra, pongono precisi limiti alla loro modificazione – “conferisce” alla scienza giuridica un “ruolo normativo”. In altre parole, la scienza giuridica “non è più concepibile né praticabile come mera contemplazione e descrizione del diritto vigente, secondo il vecchio metodo tecnico-giuridico, bensì investita, dalla stessa struttura a gradi del proprio oggetto, di un ruolo critico delle antinomie e delle lacune in esso generate dai dislivelli normativi e di un ruolo progettuale delle tecniche di garanzia idonee a superarle o quanto meno a ridurle” (p. 19).

È un punto davvero decisivo, che, a parere di chi scrive, coglie parzialmente nel segno, come raramente accade nel contesto attuale. Il giurista è scienziato, certo, ma non si limita a studiare la fisiologia delle farfalle, bensì la formazione e l’interpretazione di regole precettive; il dover essere implica sempre, direttamente o indirettamente, una complessa scelta di campo. Probabilmente, anzi, così è sempre stato, anche prima, cioè, del costituzionalismo “rigido”, ed anche prima del costituzionalismo moderno. Semplicemente, con le costituzioni del secondo dopoguerra e con l’affermarsi diffuso, ad esse coevo, di dichiarazioni universali e carte internazionali dei diritti e delle libertà, la lotta tra la forza dei fatti e la forza del diritto si è vieppiù razionalizzata, e ciò anche a causa del convergere complesso e sovrapposto di sistemi giuridici diversi e sempre più numerosi. Ma questa razionalizzazione – e sul punto ha ragione Ferrajoli – deve essere costantemente presidiata.

La seconda riflessione, invece, è meno condivisibile, almeno nella sua formulazione, così netta e diretta.

Per Ferrajoli “è chiaro” che le funzioni svolte dalla pubblica amministrazione in materia di salute o istruzione “non essendo legittimate, come le funzioni di governo, dal principio di maggioranza, ma dall’applicazione imparziale della legge e dal loro ruolo di tutela, anche contro la maggioranza, dei diritti fondamentali di tutti, sono funzioni di garanzia, delle quali dovrebbe essere assicurata l’indipendenza e la separazione dal potere esecutivo” (pp. 71-72).

Se così fosse, allora si potrebbe pensare di generalizzare il modello delle “autorità indipendenti”, dei “Garanti”, anche nel contesto della soddisfazione dei diritti sociali in quanto diritti ormai fondamentali.

È vero, probabilmente, che le cose stanno già, talvolta, in questi termini, poiché, soprattutto grazie all’azione dei giudici, ma anche per esplicito tenore della Costituzione, sappiamo che questi diritti, sia pur (come si sul dire) finanziariamente condizionati, hanno un contenuto essenziale che deve essere garantito. È altrettanto vero che in molti altri Paesi esiste l’acquisizione espressa della consapevolezza che il miglior svolgimento delle prestazioni che sono correlate a questi diritti necessita di uno spazio tecnico, anche organizzato, di regolazione e di espressione autonoma. Il rischio, però, è quello di creare l’illusione che i diritti sociali, quand’anche fondamentali, siano sempre di univoca ed oggettiva percezione e non richiedano, per questo, dolorose e delicate opere di bilanciamento e di valutazione discrezionale. Non è forse vero, poi, allo stesso modo, che, rinunciando all’amministrazione “politica” in molte delle materie in cui essa è di fatto determinante, ci si arrenderebbe, forse contraddittoriamente, all’idea dell’irriducibile devianza della funzione di governo e della sua irresistibile mutazione in “potere selvaggio”?

La discussione potrebbe essere lunga, ma proprio questa potenziale lunghezza è la migliore testimonianza di una lettura stimolante.

C’è tempo, tuttavia, per una considerazione finale.

In tutto il testo – che peraltro è dedicato alle patologie, per così dire, endogene, del sistema italiano, e che pertanto ha un obiettivo specifico – vi è un “convitato di pietra”, ossia il diritto europeo (dell’Unione europea, ma anche del Consiglio d’Europa). Ci si potrebbe chiedere quale ruolo si deve riconoscere, nell’ambito del discorso di Ferrajoli, a questa specifica esperienza giuridica. Ha indebolito o rafforzato la democrazia politica garantita dalla nostra Costituzione?

Forse, diremmo noi, quel diritto ha fatto entrambe le cose. Da un lato, in contesti assai rilevanti, ha messo gradualmente fuori gioco il diritto che la Costituzione avrebbe voluto come prodotto democratico dell’assemblea legislativa italiana. Dall’altro, però, in questo sorprendente meccanismo di superamento selettivo delle norme interne, ha proiettato su di un piano diverso, e quindi anche “diversamente” garantito, molti dei diritti e delle libertà che anche la nostra Costituzione vuole proteggere, fornendoci, così, per taluni casi, un paracadute aggiuntivo. Al rischio di una “decostituzionalizzazione” nazionale può corrispondere, quindi, un rimedio “costituzionalizzante” di altra natura.

Ma il diritto della Repubblica italiana non può permettersi una resa: come probabilmente direbbe anche Ferrajoli, il virus, una volta inoculato, potrebbe ridurre allo stato “selvaggio” anche i poteri sopranazionali. Che questi siano in pericolo proprio in ragione di reiterati ed irresponsabili contegni delle istituzioni nazionali è un elemento talmente attuale da non meritare alcun particolare commento.

Un’altra recensione

Il processo decostituente: colloquio con Luigi Ferrajoli (Parte I, II, III e IV)

Intervista a Luigi Ferrajoli (di Mario Barberis, da Il Mulino, n. 3/2011)

I poteri selvaggi e la riflessione di una autorevole costituzionalista: un saggio di Lorenza Carlassare

Per riflettere in altra forma: i pericoli della concentrazione del potere e… i Puffi!

 

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