Risultati della ricerca : Ritorno alla terra

 

Scopro Jim Harrison in un documentario mandato in onda su Rai5: è la versione italiana di un programma francese, e François Busnel intervista questo splendido ceffo leggendario, da scrittore di foresta, lago e prateria. Prendo il primo dei titoli disponibili in libreria e mi immergo in una lettura che non sopporta interruzioni. Nulla di avvincente, in verità; è soltanto, e tremendamente, profondo. Forse è un giudizio banale, ma ormai abbiamo occhi e orecchie troppo sofisticati, e ciò che Harrison vuole fare è, come suggerisce anche il volume, riportarci sulla terra, in un punto cui tutti, prima o poi, dobbiamo passare.

È diviso in quattro parti, una per ciascuna delle voci che prendono la parola esprimendosi in prima persona. Al centro delle riflessioni c’è Donald, che inaugura la narrazione mettendoci subito di fronte ad una situazione difficile: ha quarantacinque anni e il morbo di Gehrig, sta per morire, e deciderà di farlo. La sofferenza è nuda, ma lo sono anche l’anima e la memoria, quella personale e quella della sua gente, perché Donald è mezzo finlandese e mezzo indiano, di etnia chippewa. Il secondo a prendere la parola è K, il nipote, atletico, selvaggio, ma anche sensibile e intelligente, vicinissimo allo zio e ancora un po’ allo sbaraglio; di fronte alla morte, di fronte alla prematura scomparsa del padre, di fonte all’amore che prova per la cugina Clare, la figlia di Donald. La terza voce appartiene a David, il fratello di Cynthia, la moglie di Donald, e il figlio del ricco signor Burkett, per il quale Donald e il padre Clarence facevano alcuni lavori di casa. È una voce naïf, piena di interrogativi, cronicamente depressa, alla costante ricerca di un’espiazione artificiosa, e distrutta dalla terribile figura del padre, che a sua volta ha distrutto la vita di Vera, la donna messicana di cui è innamorato. Chiude il libro Cynthia, in un crescendo di consapevolezze sul suo rapporto con Clare, sul rapporto tra Clare e la memoria di Donald, sul suo essere madre e donna, sull’assoluta e disarmante dimensione dell’esistenza.

Non è un romanzo facile. Oso confessare che la prima parola che mi è venuta in mente tra una riga e l’altra è panpsichismo, che è nozione, però, troppo europea per fare al caso nostro. Tutto fuorché facile, quindi. La seconda parola, invece, è stata Nordamerica, perché è vero che pensando a Harrison il pensiero va a Hemingway e a Faulkner (ma la critica sugli ideali fondativi della radice USA e sui suoi sogni così erroneamente concreti e così volatili fa quasi pensare anche a Caldwell e a Dreiser). Il fatto è che questo scrittore, a cui piace parlarci di orsi, di boschi, di vento, di spiriti, di tende e di nativi americani – a proposito: indimenticabile la figura di Flower, zia di Donald –, è estremamente e naturalmente colto, perché attinge alla ricchezza di un ordine primordiale che è oltre i pericoli della corruzione morale e che sembra contenere ogni cosa e ogni esperienza. Non abbiamo soltanto bisogno di natura, ma anche di aedi e di racconti che ce la rendano ancora una volta il comune e fatale paradiso perduto. Harrison fa al caso nostro. Chapeau!

Recensioni (di Christian Verzeletti, Sergio Pent, Will Blythe)

A pranzo con Jim Harrison

Due lunghe interviste: su The Paris Review e Outsideonline.com

Condividi:
 

cosa ne sanno più gli italiani dell’immergersi e nuotare nei fiumi e nei / torrenti – del gusto della sospensione e del galleggio – un sedile di / pietra dove starsene a scrutare la volta dei rami e delle foglie – là dove / balugina una luce riflessa tra penombre e spiragli di cielo… Non sono parole di Franco Arminio (che non è nuovo a queste pagine), ma è l’inizio dell’ultima raccolta versi di Roberto Cogo (che anche non è una voce sconosciuta). Ho fatto così tante “orecchie” a Terracarne (non a caso è già stato segnalato tante volte), che davvero non saprei da dove cominciare per esprimere qualcosa su questo recente zibaldone del noto paesologo di Bisaccia (Irpinia d’Oriente). Quindi ho scelto l’esordio di un riuscito poemetto del bravo poeta vicentino (Dell’immergersi e nuotare. Wild swimming), perché, mi sembra che riesca ad evocare al meglio il senso ultimo di una ricerca forse comune e altrimenti difficile da spiegare.

I percorsi di questi due Autori paiono intrecciarsi. Arminio vaga tra piccoli e “grandi” paesi del Sud, e cerca spesso il dettaglio, per trarne tutte le energie che possono nascondersi alla vista e all’udito di chi non riesce più ad accorgersene, perché immerso nell’“autismo corale” della civiltà urbana (“Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”: p. 12). Cogo si immerge e nuota, prevalentemente nelle sue terre del Nord-Est, in qualunque specchio d’acqua che gli consenta di tastare la sensazione di estrema fratellanza, se non di unione, tra fibre ed umori personalissimi, da un lato, e la superficie dei fondali, i colori degli alberi, il canto veloce degli uccelli, dall’altro (nelle vene gelate circola la chimica che inebria – acque gelide di / vita fin sotto le montagne impattano sulla pelle – scivola il velluto di / un vento smeraldino sul corpo minerale – l’eco di un ritorno al / luogo segue un tuffo senza indugio – nuoto e mutamento: p. 17).

A loro modo, poi, sia Arminio, sia Cogo sono scienziati, rigorosi applicatori di un metodo che ben si può dire sperimentale e che, difatti, li espone direttamente alla presa diretta di cose e di sensazioni, così come all’alternativa tra riscontro e falsificazione costanti delle rispettive intuizioni. Per il primo il laboratorio è fatto di tanti nomi, sconosciuti, quelli dei paesi che visita e ri-visita, in Lucania, o tra Puglia e Molise, o nel Cilento, o in Irpinia, ma anche notissimi, quelli dei paesi che sono stati fagocitati dall’immensa periferia di Napoli. Il suo spirito è quello del rabdomante, che cerca la vena segreta e ancora inesausta, e che alla desolazione o al caos non oppone alcuna facile ricetta, accontentandosi, semplicemente, di raccogliere lui stesso e di capire, saggiare o ricordare. Anche per Cogo si tratta di ricordare, in particolare di ricordare e di ritornare: il suo sistema è quello della ripetizione seriale, della messa alla prova, della tensione dell’arco del corpo, per riemergere in una dimensione primitiva e primigenia, e vivere l’occasione di poterla afferrare (sarà pace e foglie – sarà luce e giorno in silenzi di usignolo – il ritmo / delle cicale a remare nel torrente – saranno ancora una volta / spessori di terra e quiete contro un cielo di fatti azzurri – sarà roccia e / sabbia lambita da un riflusso di luna – sarà tutto o niente: p. 18).

Il paesologo e il poeta, infine, sono animati da una chiara intenzione costruttiva, poiché il fine delle loro indagini consiste nel rendere attingibili le potenzialità di cui scrivono e nel tracciare, così, una mappa di ri-generazione, personale e collettiva. Arminio lo afferma con tutta l’onestà di chi vuole individuare un percorso, senza il timore di essere frainteso: “La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento allo sviluppo che non c’è stato, su chi se n’è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”: p. 330). Cogo, analogamente, è limpido e cristallino, si getta nelle acque anche quando tutti hanno mollato, quando è possibile un wild swimming di settembre (p. 28), che non è, quindi, l’esperienza della frescura estrema nella calura agostana, è il dialogo sempiterno con gli elementi, per immergersi di nuovo e provare effettivamente che cosa significhi lo scrosciare del cielo al tramonto, per respirare, in definitiva, l’immensa periferia dell’universo (p. 30).

Non so se Arminio e Cogo si conoscano, ma sarebbe davvero curioso vederli dialogare in riva ad un lago e osservare insieme, oltre il canneto, un antico campanile, nell’orizzonte impolverato dal rumore di una superstrada. In questo scenario questi due volumi si sono incontrati e, credo, piaciuti. Perché con loro il Nord e il Sud si toccano e finiscono per incontrarsi e per attraversarsi reciprocamente, con tutta la diversità e con tutta la somiglianza delle insperate risorse di cui dispongono.

Una breve intervista a Franco Arminio

Le poesie di Roberto Cogo

Condividi:
 

Il libro raccoglie in successione tre diversi testi: La talpaLe vetrate di Rembrandt e Biografia di un paesaggio anfibio. Sono piccoli romanzi, sospesi tra la forma del diario e quella della fiction. E hanno alcune cose in comune. La prima è che le storie cominciano tutte dal pretesto di dover offrire al proprio editore un pezzo sull’Olanda; proposito che sembra fallire, per trasformarsi volta per volta in personali, sentimentali, ma minuziosi, carotaggi nelle fondamenta e nella cultura della società neerlandese. Come anche in proficue occasioni di auto-osservazione. Altro aspetto condiviso è che quelle di questi romanzi sono trame tra loro collegate, quanto meno nel senso di un ordine cronologico: Le vetrate e Biografia, infatti, sono ambientate in un momento – di insperato e anonimo ritorno – che segue la rocambolesca avventura de La talpa – che termina con una fuga, nientemeno che dai servizi segreti. La terza caratteristica – si discuta delle misteriose viscere di Amsterdam, delle geometriche costellazioni del quartiere di Zeewijk o del mondo variamente mutante che si scopre attorno alle rive del Noordzeekanaal – è che Magliani si esercita in un costante gioco di rimandi e raffronti con le luci e i colori della sua terra d’origine: le ombrose valli liguri, il borgo natio, i campi, i torrenti e i carruggi. Non manca, infine, in ogni testo, qualche allusione erotica, destinata, tuttavia, a spegnersi sottilmente e invariabilmente.

Ci si può indispettire durante la lettura. Da un lato, per un’impaginazione un po’ troppo piena e per una serie di fastidiosi refusi. Dall’altro, per l’andamento complessivamente rapsodico, che non consente di traguardare un qualche orizzonte. In verità Magliani è un Autore tutto da leggere. Perché il suo girovagare, alla fine, produce un piccolo effetto ipnotico, che ha la forza di riportarci, ciascuno, al proprio personalissimo centro di gravità. Ed anche perché – al di là dei numerosi passaggi curiosi o ironici – ci sono figure (il traduttore Roland Fagel e l’amico Piet van Bert) e singole pagine (come quella in cui si riprende la lezione di Sebald sulla famosa Lezione di anatomia di Rembrandt) realmente degne di nota. Occorre anche dire che il Romanzo olandese si può leggere con profitto ancor maggiore alternandolo con Natura morta con briglia di Zbigniew Herbert, il quale, con i suoi saggi (molto narrativi) sulla pittura e sulla cultura del Seicento olandese, ci catapulta nello stato d’animo più adatto ad affrontare le esplorazioni di Magliani. Le ricostruzioni del grande poeta polacco permettono di accedere a un ritratto molto efficace del carattere assai originale di un’intera società: libera e imprenditiva, talvolta anche all’eccesso, ma pacifica e ordinata; borghesissima e ripetitiva, ma popolare; semplice e tranquilla, ma in costante tensione col suo fluidissimo paesaggio. Niente di meglio, dunque, per acclimatarsi, sentirsi accolto e lasciarsi, poi, portare via, alla volta di se stessi, dagli smarrimenti di Magliani.

Recensioni (di C. Grande; G. Festinese; P. Vitagliano)

L’Autore presenta il suo romanzo

Un’intervista

Condividi:
 

In questa edizione, Adelphi raccoglie in volume unitario due libri di racconti di Kipling: Puck il folletto (Puck of Pook’s Hill, 1906) e Il ritorno di Puck (Rewards and Fairies, 1910). Del famoso e grande scrittore si conoscono e apprezzano, usualmente, titoli divenuti quasi leggendari, come Il libro della giunglaKimCapitani coraggiosi. Opere che a lungo sono state consegnate al genere spesso ambiguo della letteratura per ragazzi, pur affermandosi a più riprese il loro intrinseco valore formativo, anche per gli adulti. Da questo punto di vista, Kipling, che è stato pure un abile poeta, è ricordato universalmente come l’autore di If, un componimento che ha la stessa tensione pedagogico-esistenziale – e altrettanti successi di citazione – dell’altrettanto celebre Ithaca di Costantino Kavafis. Ma, in realtà, più che in ogni altro luogo, la statura di Kipling – “the power of observation, originality of imagination, virility of ideas and remarkable talent for narration which characterize the creations of this world-famous author” (cosi nella motivazione del Nobel, assegnatogli nel 1907) – si apprezza nei morbidi, caldi, e suggestivi pezzi di Puck. Questo, come è noto, è il nome dello spiritello che anima la trama di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. A lui, e alle sue improvvise comparsate, Kipling affida gli incontri che due bambini, Una e Dan, fanno – nel loro giardino, nel bosco e nelle campagne circostanti, in un borgo sulla costa sud dell’Inghilterra – con personaggi di ogni genere, piccoli e grandi protagonisti della millenaria epopea britannica. I quali, tra storia e invenzione, raccontano avventure mirabolanti, curiose e talvolta divertenti, eppure ricche di stimoli, ispirazioni e inclinazioni morali.

Gli interlocutori e i protagonisti di queste fairy tales sono vari: un’antica divinità sassone; un cavaliere normanno giunto in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore, che narra anche di un viaggio assieme a una ciurma di danesi alla volta dell’Africa; diversi nobili normanni, vissuti al tempo di Enrico I; un soldato romano che ha combattuto sul Vallo di Adriano prima della ritirata delle legioni; un ebreo proveniente direttamente dal tempo in cui è stata scritta la Magna Charta; una cortigiana della regina Elisabetta; un cacciatore dell’età del ferro; il marchese di Talleyrand e Napoleone; due guerrieri irochesi; un capomastro medievale; Francis Drake; un medico-stregone del Seicento. E la lista potrebbe continuare. Sicuramente la traiettoria scelta da Kipling è singolare e la scommessa è alta: come introdurre e appassionare un giovane lettore al cuore primitivo e profondo della storia del proprio paese? Con la magia e il mistero, naturalmente. Ingredienti che, a loro volta, si prestano a combinare una pozione utile ad altri scopi: trasmettere un messaggio sull’uomo e sul destino di ciascuno; e così sul coraggio, sull’attitude che quello stesso messaggio richiede. Perché, in verità, il mondo che si deve affrontare è come una cornice da cui è impossibile uscire. Ad essere incatenati, a ben guardare, ed anche da morti, sono tutti i personaggi che compaiono a Una e a Dan; sicché il simpatico Puck dimostra tutto il suo lato diabolico. La maledizione è messa in scena pressoché esplicitamente nel bellissimo Ferro Freddo, un racconto in cui Kipling quasi anticipa Tolkien e identifica proprio in un anello metallico l’immagine delle catene cui l’uomo è condannato dalla civilizzazione. Ma poco dopo, ne Il Coltello e il Nudo Gesso, l’orizzonte di una inevitabile dannazione sembra riscattarsi nella saggezza che sa dare la coscienza di appartenere alla medesima progenie. Chapeau al grande scrittore.

Condividi:
 

Mr. C, famoso regista, intende realizzare a Venezia un film western. L’impresa suona strana, tanto più che il progetto si mette sulle orme de Il mio nome è Nessuno e vede l’anziano Jack Beauregard nuovamente alle prese con il Mucchio Selvaggio nell’inedito scenario della laguna. Inoltre, poiché non c’è western senza cavalli, occorre che alcuni capi siano condotti nell’isola, ma è da subito evidente che l’operazione è difficilissima. Ed infatti i pochi esemplari prescelti finiscono presto parcheggiati in un’isoletta, tra intrichi burocratici, equilibrismi logistici, animalisti in protesta e dicerie diffuse. Nel frattempo, nel caldo umido e nei miasmi estivi, il casting delle comparse finisce per aggregare un gruppo violento di maschi locali, che – quasi fosse un nuovo Mucchio Selvaggio – batte campi, calli e ponti della città, distinguendosi in azioni variamente aggressive. Tutto sembra volgere al peggio: per il film, che alla fine viene cancellato; per i cavalli, ormai esposti a una fine triste e pressoché annunciata; e per il piccolo Momo, un bambino autistico, esposto più di altri ai sentimenti forti che la vicenda – quasi surreale – può suscitare. Il ritorno alla normalità passa per le parole di un anziano bidello, cui la voce narrante – quella di chi, a distanza di tempo, sta conducendo una sorta di inchiesta sull’accaduto – affida il compito di tirare le malinconiche fila.

Questo è un altro gioiello della collana fremen di Laurana. Ma è un romanzo molto difficile da riferire in poche battute. Anche se, per invogliare i potenziali lettori, sarebbe sufficiente affermare che merita di essere scoperto pazientemente. Innanzitutto, attraverso la sua scrittura: che è sottile e raffinata, come lo è l’alternarsi, studiatissimo, dei diversi capitoli, che pur comunica un senso di grande linearità e naturalezza. Più di tutto, però, si tratta di un libro di cui è indispensabile assimilare l’inquietudine progressiva, che la “questione dei cavalli” catalizza e che, in realtà, abbraccia la generalità della scena e, simultaneamente, l’intera città. Il punto è colto assai bene da Dario Voltolini nella postfazione: la voce degli animali – resa a mo’ di coro tragico – fa da cornice ad un’azione altra. È quest’ultima a rappresentare il fulcro del racconto. Nel quale, in particolare, soltanto l’ipersensibilità di un bambino speciale coglie il dramma, mentre sul palco – o meglio, di fronte all’ipotetica camera da presa – si celebrano la decadenza e l’implosione spontanee di una collettività irrimediabilmente chiusa e, dunque, vuota e perduta; e per nulla sintonizzata su ciò che veramente conta. Rimane un ulteriore aspetto, interessantissimo, da evidenziare. La prosa dell’Autrice è biologica, a tratti quasi minerale: niente di meglio per evocare gli spruzzi d’acqua, gli afrori dei canali, i colori dei cieli e dei tramonti, gli odori e il sapore quasi salato della pioggia. È una scrittura che più veneziana non si può; e percorrerla è una bella sensazione.

Recensioni (di R. Barilli; di M. Terracciano)

L’Autrice a L’isola deserta

Il mio nome è Nessuno (1973)

Condividi:
 

Ci troviamo nel bel mezzo della famigerata contea di Yoknapatawpha. Lucas Beauchamp è stato colto con una pistola fumante in pugno, a pochi metri dal corpo morto di Vinson Gowrie. È stato preso miracolosamente in custodia e ora si trova in cella, nella prigione che sta sulla piazza della città. Ma ormai tutti si aspettano che i Gowrie – come gli altri del Quarto Distretto – si preparino presto al linciaggio di Lucas, il negro che ha sparato alle spalle di un bianco. Se lo immagina anche Chick Mallison, che ha sedici anni, è ancora un ragazzo, eppure sa bene che cosa sta per accadere. E sa perché Lucas rischia davvero: perché i Gowrie e la loro gente non scherzano; e soprattutto perché Lucas non si è mai comportato come un negro. È sempre stato troppo fiero, quasi altezzoso. È per questo motivo che lo vuole vedere e che accompagna lo zio Gavin, procuratore della Contea, fin dietro le sbarre. Dove Lucas, sorprendentemente, gli affida una missione segreta, quella di riesumare il corpo di Vinson Gowrie. Nella bara, infatti, si nasconde il segreto di quanto accaduto e non c’è tempo da perdere. In una vorticosa avventura, che si svolge tra un sabato notte e il lunedì successivo, Chick diventa improvvisamente e coscientemente adulto, con la complicità di Aleck Sander, un ragazzo di colore che è al servizio della sua famiglia, e dell’anziana e indomita signorina Habersham. Nel frattempo, ovviamente, con l’aiuto di un astuto e smaliziato sceriffo, anche la verità verrà a galla.

Faulkner – che in questo libro, un vero capolavoro, attinge a tutto il repertorio della sua prosa strabordante e inarrestabile – non produce semplicemente un tipico romanzo di formazione. Né si limita ad anticipare temi e situazioni che si ritroveranno nel Buio oltre la siepe di Harper Lee. Il grande scrittore ricorre all’espediente del giallo per calarci nel cuore oscuro del razzismo e per affidare ai ragionamenti rapsodici dello zio Gavin le sue più intime, e controverse, convinzioni: sulla necessità che i problemi del Sud con le persone di colore vengano risolti innanzitutto dalla gente del Sud; e sul fatto che si tratti di una questione eminentemente morale, insuscettibile di essere superata per il tramite di imposizioni dall’esterno. Ciò che più colpisce è che nel ragionamento di Faulkner il sedimento delle virtù più autenticamente americane viene collocato nella paziente resistenza e nell’attaccamento fedele, originario, delle persone di colore alla terra; a quei luoghi interni in cui sarebbe possibile sfuggire al vizio nazionale per la “mediocrità” (così nel testo) di una cultura vacua e consumistica e, dunque, confederarsi tra bianchi e neri, per un’alleanza che si potrebbe definire etica e costituente allo stesso tempo. Se è vero che tratti di questa prospettiva si prestano a interpretazioni ambigue, bisognose quanto meno di una forte storicizzazione (il romanzo è del 1948), non si può dubitare, neppure oggi, dell’immediatezza e dell’efficacia dell’insegnamento che lo zio Gavin cerca di veicolare a Chick con una certa insistenza: “Certe cose devi sempre essere incapace di tollerarle. Certe cose non devi mai smettere di rifiutarti di tollerarle. L’ingiustizia e l’oltraggio e il disonore e la vergogna”.

Recensioni (di A. Carrera; di G. Fofi; di D. Mosca; di A. Salvatore)

Intruder in the dust (il film del 1949)

Condividi:
 

Sono quattro i testi che compongono questo libro. Nel primo l’Autore gioca con i ricordi e con la tormentata vita sentimentale del giovane Stendhal. Ne ripercorre il tragitto durante la campagna d’Italia, al seguito di Napoleone. Si sofferma sul senso immediato di scoperta e su quello successivo, di endemico smarrimento, che lo scrittore prova, sia visitando il campo della battaglia di Marengo, sia di fronte alla reiterate insoddisfazioni amorose. Di questo racconto assume un valore centrale la rievocazione, quasi onirica, di un breve voyage, che Stendhal intraprende fino a Riva del Garda, al seguito di una delle sue numerose amanti. Nel secondo pezzo, invece, Sebald ricostruisce due peregrinazioni autunnali, da lui stesso compiute nel 1980 e nel 1987. In un caso narra del percorso che da Vienna, dopo una passeggiata in un borgo vicino con il poeta Ernst Herbeck, lo ha portato dapprima a Venezia, guidato sulle orme di Casanova da un misterioso veneziano di nome Malachio, e poi a Verona, dalla quale tuttavia è presto fuggito in treno verso il Brennero, assalito dall’inquietudine che alcune coincidenze sembrano avergli comunicato. Nel viaggio successivo, Sebald torna sui propri passi, ma svolge anche alcune digressioni: a Padova, a vistare la cappella degli Scrovegni; sulle tracce di Kafka, da Desenzano e lungo la costa orientale del Lago di Garda, fino a Limone, dove è ospite di una magnetica albergatrice e smarrisce il passaporto; e a Milano, dove si reca al consolato tedesco per ottenere nuovi documenti. A Verona soggiorna felicemente alla Colomba d’Oro, rivede i luoghi che lo avevano spaventato e si intrattiene a lungo con un cronista locale, alla ricerca della ragione delle sue originarie paure, per poi concludere con il ricordo del libro di Franz Werfel su Verdi, donato dallo stesso scrittore ad un Kafka oramai morente. Il terzo testo del volume è tutto su Kafka, in particolare su di un suo misterioso ed erratico itinerario, che nel 1913 lo ha visto partire da Vienna per Trieste, e poi risiedere per un qualche tempo a Venezia, ripartendo infine per Desenzano e Riva del Garda. Sebald si sofferma sul soggiorno di Kafka in una clinica sul lago e alla raffigurazione di un fatto tragico accaduto proprio allora sovrappone una storia inventata dallo stesso Kafka, dalla quale estrapola tutto lo struggimento dello scrittore per la sua esiziale incapacità di trovare l’amore. L’ultimo brano di Vertigini è intitolato Ritorno in patria ed è il prodotto di una reverie, che vede l’Autore raggiungere il suo paese natale, in Baviera, ai confini con l’Austria, e fermarsi nella medesima locanda in cui la sua famiglia ha vissuto per diversi anni. L’occasione gli offre la possibilità di scolpire biografie e disavventure di tanti e diversi personaggi del borgo, e di ricordare alcuni momenti salienti della sua formazione infantile. Il finale rientro in Inghilterra, a Londra, è motivo di nuove, portentose visioni e di una conclusiva conflagrazione, in cui esistenza individuale e universalità si confondono definitivamente.

Di Sebald, forse, tutti conoscono Austerlitz, il romanzo più rappresentativo. Molti avranno sentito parlare anche de Gli anelli di Saturno. O di Storia naturale della distruzione. Sono grandi libri, che hanno dato al loro Autore visibilità e riconoscimento internazionali. Vertigini non è da meno. Anzi, le prose che vi sono raccolte si possono dire esemplari del particolare metodo Sebald. Da un lato, è un metodo che per lo scrittore funziona un po’ come il metodo Stanislavskij per un attore. Sebald fiuta una via, un’occasione di redenzione, e la percorre con certosina pazienza e abbandono, come se fosse un copione, fidandosi degli indizi che gli possono dare le vite e le storie altrui. Il punto è che Sebald non si limita alla rappresentazione: si cala in quegli indizi, se ne lascia attraversare, si immedesima fino alla vertigine (per l’appunto), che è la porta per la comprensione di un grado di verità altrimenti non verbalizzabile, né (probabilmente) pensabile. Da un altro punto di vista, ma coerentemente con questa tendenza all’immersione esistenziale, il metodo Sebald è anche un metodo panletterario. Lo scavo della lettura e della scrittura impone lo scavo nello sguardo, sicché ogni soggetto letterario, potenzialmente, diventa medium dell’invenzione e della correlata esperienza redentrice. E ciò perché nel soggetto è possibile immaginare di ripercorrerre i tratti e di ricostruire la memoria della realtà, e dunque, così facendo, così fantasticando, di maturare le competenze necessarie a ricomporre la propria. L’esperienza diventa tanto più vertiginosa quando i livelli di lettura si sovrappongono, alludono l’uno all’altro, strizzano l’occhio all’osservatore e lo attraggono – in un gioco di allusioni e di richiami reciprocamente magnetici – nell’occhio di un ciclone. Che, da letterario, diventa concretissimo, perché è la concretezza delle emozioni ad averlo alimentato. In Vertigini i rimandi sono evidenti, molteplici e ammalianti: Stendhal e l’amore, in Italia e a Riva del Garda; Kakfa e la malattia, in Italia e a Riva del Garda; Sebald che viaggia come Stendhal e Kafka, e si stordisce di digressioni, di dettagli, di immagini, di oggetti (che, nel metodo Sebald, sono tipicamente riprodotti nel testo); Sebald nuovamente, che ripete il suo viaggio, perché, a quel punto, vuole “controllare meglio” i “fugaci ricordi” e “riuscire magari a mettere per iscritto qualcosa al riguardo”; e poi il ritorno a casa, quella delle origini lontane e in parte dolorose, e, nelle ultime pagine, quella che lo ha accolto, straniero a se stesso, alla sua stirpe e alla sua nazione. Ecco, leggere un libro di Sebald dà la sensazione che ci si possa conoscere e salvare ubriacandosi di letteratura. Sensazione bellissima.

Il culto di W.G. Sebald (di L. Coppo)

Sebald, l’ultimo romantico (di M. Freschi)

“Il ricordo ci dà le vertigini” (di V. Punzi)

“L’improvvisa incursione dell’irrealtà” (di C. Angier)

Un documentario su Sebald

Condividi:
 

Simon Sunderson è un forte e dedito bevitore, assomiglia moltissimo a Robert Duvall ed è un ex poliziotto del Michigan, fresco di pensione. Decide di dare la caccia ad un ambiguo santone, il Grande Capo, che si sposta di stato in stato e si fa chiamare in molti modi, anche Re Davide. Sunderson sospetta che questo personaggio approfitti della sua setta per abusare di ragazze adolescenti, ma gli mancano le prove decisive. Ne segue le tracce fino in Arizona, dove si reca per andare a trovare la madre ultra-ottantenne. Si fa aiutare da Mona, una giovane hacker che abita accanto a lui e che gli sollecita sensazioni contrastanti: da un lato, ne è irresistibilmente attratto; dall’altro, prova sentimenti paterni. Sunderson, infatti, dopo il divorzio da Diane, è rimasto solo, ed è costantemente in cerca di avventure e di relazioni umane più o meno solide. Le uniche cose che paiono dargli equilibrio sono la pesca al salmerino, le lunghe camminate nella natura più selvaggia e la compagnia dell’amico Marion, che fa il preside di una scuola ed è di origini indiane. La cultura e le tragiche vicissitudini dei nativi americani hanno sempre affascinato Sunderson, che ha un passato di brillante laureato in storia. Ora ritiene che queste conoscenze gli possano essere utili per il caso, e che – complici le suggestioni prodotte dallo studio di un fortunato saggio accademico: Sunderson acquista e legge molti libri – lo possano aiutare a capire il sincretismo religioso e la psicologia distorta di Re Davide e dei suoi accoliti. Proprio qui si manifesta il vero cuore del romanzo e della ricerca di Harrison. La detective story è solo un pretesto, destinato a sciogliersi tra vagabondaggi, piccole peripezie e qualche intermezzo erotico, con un epilogo tanto scontato quanto casuale e addirittura goffo. Quello che conta, invece, è il viaggio, il disorientamento, con la dinamica autoriflessiva generata nell’anziano protagonista e nella sua lotta con i fantasmi personali e con quelli della nazione bianca. Sunderson-Harrison fa i conti con la vecchiaia, con la sua biografia e con quella del Paese, e così facendo si immerge e si perde nel paesaggio e si spoglia del proprio io, cercando di mettersi in contatto con le radici dell’America per integrarsi in un ordine spontaneo e istintivo. La caccia all’uomo, quindi, diventa una caccia rituale, iniziatica, animata anche da simboliche opposizioni letterarie: tra una consolidata immagine posticcia (il mito suggestivo ma artefatto dei Classici americani di D.H. Lawrence) e un’esperienza di fiduciosa adesione alla natura primigenia e avvolgente delle cose (seguendo i passi di Gary Snyder). Questo Harrison è lo stesso di Ritorno sulla terra. Chi ha amato quelle atmosfere, amerà mettersi anche sulle orme del Grande Capo.

Recensione (di P. Dexter)

Un profilo dell’Autore

Condividi:
 

Ancora provato dalla scrittura di un libro in cui ha cercato di ricostruire la storia del padre – un oppositore del regime libico di Gheddafi, rapito in Egitto e sparito drammaticamente nel nulla – l’Autore approda a Siena, per alimentarsi ai dipinti di Duccio di Buoninsegna e Ambrogio Lorenzetti. Conosce già la scuola senese, lungamente studiata nelle sale londinesi della National Gallery, dove ha elaborato un meditato criterio di interpretazione. Non appena giunge nella città del Palio mette in moto il suo metodo e si concentra dapprima sul Palazzo Pubblico e sui famosi affreschi sul Buono e Cattivo Governo. Ne apprezza l’andamento dimostrativo e pedagogico, che gli consente di fare sintesi. Da un lato, fa i conti con una peculiare e ricorsiva rappresentazione dell’idea di Giustizia, e con ciò che questa potrebbe significare anche per la sua traiettoria personale e familiare. Dall’altro lato, e nel luogo stesso per cui quelle allegorie pittoriche sono state pensate, scopre lo scenario naturale per una riconciliazione interiore e sociale. È in questa cornice che il narratore – che per immergersi totalmente prova anche a studiare l’italiano – fa alcuni incontri che gli comunicano un’energia rivitalizzante. Ed è nuovamente il medium della pittura (questa volta con la frequentazione assidua della Pinacoteca) a condurre Matar ad un’ulteriore consapevolezza: su che cosa abbia comportato per la storia della pittura medesima e per la cultura europea e mediterranea, e araba, l’attraversamento della Peste Nera del 1348; ma anche su che cosa possa valere, per se stesso, la riemersione da un disorientamento durato così tanto tempo. Matar percepisce gradualmente l’unicità e l’esemplarità dell’esperienza che sta vivendo a Siena. I quadri che contempla nell’Oratorio di San Bernardino paiono esprimere al meglio una sorta di profonda nostalgia, che l’Autore descrive in termini di riconoscimento. Tuttavia l’approdo definitivo – l’abbraccio di una comprensione tanto ricercata – non si perfeziona a Siena, ma a New York, ancora di fronte ad un altro capolavoro della scuola senese.

Pur risultando a tratti lezioso e quasi dolciastro – è scritto coltivando un’intimità dai contorni fin troppo prevedibili – questo libro ha molti meriti. Ci ricorda l’intrinseca sapienza dei luoghi e l’importanza che essa può giocare per la nostra vita. Ci comunica anche un peculiare e apprezzabile modo di avvicinamento all’arte, come chiave per avere accesso al segreto di alcuni spazi, ma anche come deliberata postura di un paziente che si lascia curare dalla forza universale dell’immagine, dalla sua ultrattività. Sono curiose e stimolanti anche le osservazioni che Matar compie sulle opere da cui si fa deliberatamente rapire. Forse suonano come tecnicamente extravaganti, fantasiose o addirittura arbitrarie. Allo stesso tempo, però, non si può dubitare del fatto che le esperienze di fruizione obliqua dell’arte (ma si potrebbe dire lo stesso anche per la letteratura o per la storia o per l’economia…) presentano talvolta la capacità di rompere le barriere tra il discorso colto e il più grande pubblico dei non esperti. Né si potrebbe sostenere, d’altra parte, che Matar metta del tutto fuori strada il lettore. Anzi, pur partendo da un irriducibile punto di vista e da un’istanza interiore ed esclusiva, egli arriva anche a lambire l’idea di che cosa sia, in pittura, lo spazio italiano di cui argomentava con finezza Cesare Brandi nel suo classico saggio (da poco ripubblicato). Per la sua felice obliquità, Un punto di approdo è paragonabile a I fogli del capitano Michel, di Claudio Rigon, edito sempre da Einaudi un po’ di anni fa: un piccolo volume, composto anch’esso in punta di penna e dedicato alla rievocazione di una delle tante storie di soldati avvenute durante la prima guerra mondiale. Molti amici lo avevano criticato, per la sommarietà di talune ricostruzioni e per qualche evidente imprecisione. Erano giudizi sbagliati, perché dettati dall’innocente, eppure letale, acribia di chi non considera il motore empatico che alcune, mirate suggestioni possono accendere. La cultura, infatti, si nasconde anche lì e non ha minor valore di quella che si apprende da un saggio scientifico.

Recensioni (di L. Azzariti-Fumaroli; di R. Barzanti; di L. Beatrice; di C. Langone; di A. Olivetti; di E. Rialti)

Intervista all’Autore

Condividi:
 

Un nonno racconta alla nipotina aneddoti e storie della terra sulla quale ha vissuto per generazioni anche la sua famiglia. Sono dodici capitoli, concepiti come se fossero le altrettante stazioni di un itinerario ben preciso, da farsi in bicicletta. Il percorso segue dolcemente le curve di livello e la cartografia della zona: la lunga e ampia striscia di arenaria, mai più alta di 200 m (o poco più), che nelle Marche precede il Pesarese e culmina nel Monte San Bartolo. Per lo più si narrano vicende semplici, che si svolgono al di qua e al di là della impercettibile cresta che divide l’interno dal litorale e che, pure, solca il confine di due dimensioni reciprocamente altre, perché battute da venti, e anche da stagioni e destini, diversi. Affiorano così spezzoni, o ricordi, di epopee familiari, di piccoli e grandi eventi di una civiltà perduta, ma sedimentata, di contadini e di padroni, che per lungo tempo è parsa immutabile, salvo il procedere inesorabile delle acque marine, che si sono mangiate case, poderi, ville gentilizie e intere esistenze. Ma, paradossalmente, nell’erosione di uno scenario che continua a restare fascinoso si conserva e si rinnova comunque la memoria, talvolta anche terribile, di ciò che è stato.

Se fosse tutto qui, il libro sarebbe poca cosa. Per certi versi lo è realmente, ma nel senso diverso, opposto, di una cosa, cioè, tanto piccola quanto celata e preziosa. Il suo contenuto è paragonabile a quegli insetti preistorici che sono rimasti imprigionati, conservandosi miracolosamente intatti, in un guscio d’ambra; osservarli in controluce permette simultaneamente di accedere intuitivamente, quasi dolcemente, alla verità di epoche lontane, e di prendere coscienza, però, della loro persistente e invariabile presenza. In sostanza, e fuor di metafora, c’è un cosmo intero in questo libro, con un ritmo da eterno ritorno. Ciò si può affermare per due motivi: un certo, e sapiente, uso della lingua, che allude in modo elegiaco ad un tempo di cui provare nostalgia; un amaro fil rouge, la cui esistenza, al principio lieve, quasi edulcorata, diventa via viar incombente, fino ad un drammatico epilogo. Sul valore del ricorso studiato ad una terminologia dialettale ed arcaica, e confidenziale, funzionale anche alla trasmissione generazionale di un sapere di comunità, i critici si sono già parzialmente soffermati e ad essi si può facilmente rinviare con profitto (anche per moltepli esemplificazioni del vocabolario dell’Autore). Sul climax che percorre il racconto, non si può che lasciare al lettore la sottile inquietudine che è correlata alla sua conclusiva rivelazione e ad un orgoglioso colpo d’arma da fuoco. Qui è sufficiente osservare che – almeno a parere di chi scrive – lo sgretolarsi della materia cui è ispirato il titolo dell’opera sembra essere la pervasiva sanzione geologica di una condizione sociale naturalmente soccombente, fiera di riscatti soltanto episodici, rabbiosi e perdenti. E intanto il paesaggio ammalia e cattura sempre, nonostante tutto. Bene è stato scritto: “Il messaggio sotto o dietro le righe del testo, mentre si vaga e divaga in salita e in discesa, a caldese o vernìo, nei posti baciati dal sole o dall’ombra è: guardatevi attorno, è bellissimo, drammatico e bellissimo”. Arenaria è stato candidato allo Strega; avrebbe meritato la vittoria.

Recensioni (di Mario Barenghi; di Giulia Caminito)

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha