ART. 1

 

1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

2. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

È la disposizione cui l’Assemblea costituente ha consegnato, innanzitutto, la funzione di affermare il carattere democratico della forma di Stato che l’Italia ha inteso darsi con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, per mezzo del quale si è sancita la fine della monarchia. Tale è il significato minimo dell’articolo.           

Esso, però, pur aprendo solennemente la Carta, non è soltanto la sede per l’enunciazione del principio del carattere rappresentativo delle istituzioni sovrane (e in particolare del carattere elettivo del Capo dello Stato), ma è anche il primo e diretto riferimento per la comprensione piena di ciò che stabilisce, in chiusura, l’art. 139 circa l’impossibilità di sottoporre a procedimento di revisione costituzionale la “forma repubblicana”. Questa, per l’appunto, è intrinsecamente connessa non solo con il superamento del regime monarchico, bensì, soprattutto, con l’adesione dell’ordinamento italiano ad un’idea sostanzialmente democratica della società cui si riferisce. Tale è il significato materiale, o se si vuole spirituale, della disposizione.   

Si comprende subito, pertanto, perché l’art. 1 rappresenta tradizionalmente la “croce” e la “delizia” di molti interpreti. Non ci si può, infatti, accontentare soltanto di una lettura superficiale o banalizzante, tesa ad evidenziarne un pur rilevante significato politico e l’indubbio valore storico che in tal modo dovrebbe rivestire.

L’articolo ha una specifica portata precettiva ed implica la necessità di capire: A) in che cosa consista, precisamente, il predetto carattere democratico del nuovo Stato repubblicano e della società cui si interfaccia, così enfaticamente affermato al primo comma (rinviando inevitabilmente ad una ricerca che non potrà che compiersi sul piano dell’intero articolato costituzionale, in primis al livello di ciò che prevede il secondo comma, ma non solo); B) in quale senso sia da considerarsi qualificante il nesso con il “lavoro”, su cui la Repubblica democratica viene “fondata” (trattandosi, cioè, di valutare se sia proprio questo nesso a dirci in modo determinante che cosa sia la democrazia in una costituzione lunga come la nostra, ovvero se il rapporto con il “lavoro” implichi soltanto – se così si può dire – un criterio orientativo per la selezione e il bilanciamento degli interessi cui subordinare l’intera azione dello Stato democratico).  

A) Per quanto riguarda il primo interrogativo, si è soliti evidenziare che l’immediato (e, come si diceva, “minimo”) significato dell’affermazione di una Repubblica democratica è bene rappresentato e sviluppato dall’ulteriore affermazione, contenuta nello stesso articolo, secondo cui “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il popolo, dunque, è sovrano, ma, per effetto di questo chiarimento, non è, di regola, investito della prerogativa di esercitare direttamente le funzioni sovrane, bensì attraverso i propri rappresentanti, riuniti negli organi individuati nella seconda parte della Costituzione. Si tratta, così, di una democrazia rappresentativa, nella quale la democrazia diretta può manifestarsi in senso correttivo (v., ad esempio, all’art. 75, con riguardo alla disciplina del referendum abrogativo).    

In proposito, tuttavia, va rammentato – coerentemente con le risultanze dei lavori dell’Assemblea costituente – che l’utilizzo della dizione “appartiene” non è irrilevante. Questa formulazione comporta che la sovranità non venga semplicemente delegata o trasferita agli organi rappresentativi e, così, ai titolari delle cariche pubbliche; la sovranità è attribuzione che resta sempre e comunque incardinata nel popolo, che, anche al di là del solo circuito elettorale, è chiamato a testimoniarla per il tramite dell’esercizio continuativo dei diritti e delle libertà che la Costituzione garantisce.

Ricordando le parole di Piero Calamandrei, “i diritti di libertà in regime democratico non devono concepirsi come il recinto di filo spinato entro cui il singolo cerca scampo contro gli assalti della comunità ostile, ma piuttosto come la porta che gli consente di uscir dal suo piccolo giardino sulla strada e di portare il suo contributo al lavoro comune: libertà, non garanzia di isolamento egoistico, ma garanzia di espansione sociale”. In questo senso, la democrazia dello Stato repubblicano è sociale non solo perché alla Repubblica sono dati i compiti di emancipazione di cui all’art. 3, ma anche perché quegli stessi compiti derivano da un esercizio diffuso delle prerogative sovrane, imputabili ad ogni singolo individuo già sulla base del riconoscimento preliminare di una sua sfera inviolabile (art. 2).

Così concepito, poi, l’art. 1 deve anche leggersi unitamente all’art. 5 e all’art. 118, quarto comma, riconducendo alla definizione della forma di Stato sia il principio autonomistico, sia il principio di sussidiarietà orizzontale e le pratiche di cittadinanza attiva che su di esso possono legittimamente fondarsi. Soprattutto, però, così concepito, l’art. 1 allude alla costituzionalizzazione del carattere materialmente democratico della società, di tutte le sue articolazioni e di tutte le istituzioni pubbliche, che, avvalendosi del ruolo attivo dei cittadini e delle libertà che gli sono garantite, si caratterizzano sia per il rispetto diffuso e trasversale di diritti inviolabili e principi supremi, sia per una concezione pluralistica e aperta del discorso pubblico e delle politiche che da esso possono promanare.

Quest’ultimo aspetto ha notevoli ripercussioni anche sull’organizzazione e sul funzionamento dei “poteri” amministrativo e giudiziario (v. art. 97 e art. 101), ma anche sul valore centrale che, nella società democratica, assumono la disciplina dell’informazione e delle comunicazioni.          

B) Il quesito sul valore del riferimento al “lavoro” può essere svolto, in modo appropriato, valorizzando la direzione indicata nella seconda delle alternative sopra segnalate. Mentre, in generale, può esserci uno Stato democratico che non si fondi sul lavoro, non può accadere, nello specifico, che la Repubblica italiana non metta il lavoro al centro della sua essenza costitutiva. Tale è l’affermazione di un vero e proprio principio lavorista, anche se la profondità della sua portata è oggetto di ampie discussioni.       

Il principio, peraltro, ha altre rilevantissime manifestazioni. Oltre a quanto viene precisato all’art. 4 sul “diritto al lavoro”, il fondamento lavorista della Repubblica viene esplicitamente contemplato e rinforzato in ragione di quanto previsto dall’art. 3, secondo comma, che mette al centro dell’operatività del principio di eguaglianza sostanziale e del principio personalista proprio “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Più in generale, però, il riferimento al lavoro contenuto nell’art. 1 è una specie di “testa di ponte” per tutte le altre disposizioni che, oltre a quelle da ultimo ricordate, riguardano da vicino il lavoro e la condizione dei lavoratori (v. in partt. artt. 35-40) o dimostrano di attribuire una grande importanza alle questioni del lavoro anche sul piano istituzionale e, precisamente, con la previsione di un organismo ad hoc e titolare, almeno teoricamente, di rilevanti funzioni nell’ambito dei processi di riforma economico-sociale (v. l’art. 99 sul ruolo del CNEL).  

Occorre rammentare che per la Corte costituzionale il principio lavorista può essere sicuramente invocato per accertare la legittimità costituzionale di norme di legge intese a proteggere la particolare e debole condizione dei lavoratore. Tuttavia il principio non può comunque utilizzarsi per sostenere che esistano formule predeterminate di tutela o di garanzia (v. Corte cost. n. 130/1973; ma v. anche Corte cost. n. 351/2008, che, in osservanza dei principi di cui all’art. 97, sembra esprimersi diversamente nei confronti della posizione del lavoratore alle dipendenze della pubblica amministrazione). Allo stesso tempo, il medesimo principio spiega anche il riconoscimento costituzionale, forte, di veri e propri, e inderogabili, diritti del lavoratore (v. art. 36).     

Nei “limiti” della sovranità, cui fa rinvio l’art. 1, si devono rammentare anche tutti quei vincoli che derivano dal diritto internazionale generale (art. 10) e da obblighi internazionali contratti dalla Repubblica (artt. 11 e 117, primo comma). In virtù di tali limitazioni, infatti, può riuscirne condizionato, o anche “svuotato”, l’esercizio di importanti funzioni sovrane, come, ad esempio, quella legislativa, che compete al Parlamento e, quindi, all’organo costituzionale che maxime rappresenta la sovranità del popolo. Non è un caso, però, che la Corte costituzionale abbia elaborato un’interpretazione capace di opporre a questo genere di limitazioni alcune cautele (v. le possibilità di sindacato costituzionale ammesse dalla Corte con riguardo all’interpretazione dei già citati artt. 11 e 117, comma 1), che, tuttavia, hanno la prevalente finalità di salvaguardare la disciplina costituzionale dei diritti e delle libertà.           

Oltre a ciò, il livello sovranazionale viene in gioco, nell’art. 1, anche in relazione alla circostanza che l’Italia ha stipulato convenzioni internazionali nelle quali ha dimostrato di aderire ad una determinata nozione materiale di “società democratica” (v., ad esempio, art. 21 del Patto internazionale sui diritti civili e politici; Preambolo e artt. 8, 9, 10, 11 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – CEDU).

I lavori dell’Assemblea costituente sull’art. 1

Bibliografia essenziale:         
Aa. Vv., La sovranità popolare nel pensiero di Carlo Esposito, Vezio Crisafulli e Livio Paladin, Padova, 2004 
P. Calamandrei, Costruire la democrazia. Premesse alla Costituente (1945), Roma, 2003
L. Carlassare, Sovranità popolare e stato di diritto, in Aa. Vv., Valori e principi del regime repubblicano, I, Roma-Bari, 2006, 163 ss.     
C. Esposito, Commento all’art. 1 della Costituzione, in Id., La Costituzione italiana. Saggi, Padova, 1954, 1 ss.           
C. Mortati, Commento all’art. 1, in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione. Principi fondamentali, Bologna-Roma, 1975, 1 ss.    
M. Olivetti, Art. 1, in R. Bifulco, A. Celotto, M. Olivetti (a cura di), Commentario alla Costituzione, I, Torino, 2006, 5 ss.       
D. Quaglioni, La sovranità nella Costituzione, in C. Casonato (a cura di), Lezioni sui principi fondamentali della Costituzione, Torino, 2010, 13 ss.     
R. Toniatti, La democrazia costituzionale repubblicana, in C. Casonato (a cura di), Lezioni sui principi fondamentali della Costituzione, Torino, 2010, 35 ss.        
G. Zagrebelsky, Fondata sul lavoro. La solitudine dell’articolo 1, Torino, 2013    

Tra diritto e letteratura:       
A. Camilleri, U. Cornia, L. Pariani, E. Rea, F. Recami, F. Stassi, Articolo 1, Racconti sul lavoro, Palermo, 2009

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