Chi lo avrebbe mai detto? Esistono davvero “pulci da collezione”, piccoli esseri fastidiosi che possono farsi rimirare con piacere e addirittura apprezzare proprio per il puntuale tormento che provocano… Sono gli imperdibili libretti della nuova e simpatica collana “Pulci nell’Orecchio” di Orecchio Acerbo, editore specializzato nelle pubblicazioni per bambini e per ragazzi. Sono racconti, ciascuno opera di un grande maestro della letteratura mondiale; e ciascuno composto e illustrato con grande maestria (in questo caso, quella di Fabian Negrin): perché, al di là dell’iniziativa, in sé e per sé lodevole, anche il corpus, di dimensione tascabile, è di tutto rispetto. Il valore di questa edizione, comunque, sta tutto nella selezione degli Autori e degli scritti. Per ora sono sei: Matilde Serao (Catinuccia), William Saroyan (Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa), Heinrich Böll (La bilancia dei Balek), David Herbert Lawrence (Rex), René Guillot (Fratello lupo), Anton Cechov (Van’ka). Qui vorrei soltanto dire dell’estremo piacere che mi ha dato la lettura di Saroyan e di Böll, e delle ragioni, quindi, del dolce tormento che queste pulci mi hanno provocato.

Di Saroyan la collana propone una specie di favola moderna, che con grazia e semplicità assolute esprime quanto la vita comporti inesorabilmente sfide costanti, anche terribili, ma da affrontare con coraggio: un insegnamento che solo alcuni popoli, come quello armeno, hanno metabolizzato fino in fondo. Lo scrittore tedesco, invece, sulle orme del miglior Kleist e del suo Michael Kohlaas, narra di un attento e ostinato eroe bambino, che non si arresta di fronte al sopruso ripetutamente subito dalla sua famiglia, cercando di ottenere una giusta riparazione e risvegliando, così, anche la coscienza dei suoi poveri compaesani: fatti che gli sapranno meritare soltanto un grave destino di lutto e di esilio. Sono storie brevi, pulite, facili, e per questo non possono non piacere. Ma sono anche straordinariamente evocative e crudeli, quasi disperanti, e perciò sono fastidiose. È un carattere che accomuna anche gli altri titoli: Van’ka, su tutti, è di una proverbiale, dickensiana, tristezza; e Catinuccia non è da meno. Chi ha pensato a questa collana, in sostanza, ha pensato a quanto può essere efficace una pedagogia del disincanto, qui perseguita con la scelta elegante di exempla che, mentre suscitano un surplus di empatia, se non di colleganza, sono idonei ad abbattere con determinazione ogni ingenuità. Ai più piccoli consegnano semi che prima o poi frutteranno; agli adulti offrono un’occasione per prendere le cose “con letteratura” oltre che “con filosofia”.

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