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Niente di nuovo man / tranne l’affitto per me (Adelmo Fornaciari)

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Simone Weil e le parole che salvano la vita (labalenabianca.com)

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Nel bel mezzo di una conferenza, un accademico, autorevole traduttore di Shakespeare, ha un momento di défaillance: la vista gli si oscura completamente. Il fenomeno lo ha preso alla sprovvista, lo smarrisce. Si ripete anche durante una lezione, nella quale ha l’impressione che i suoi studenti, apparentemente impegnati a discutere della propria, personale, percezione del Re Lear e del suo significato, si confrontino in realtà su di lui e sulla sua sorprendente caduta, ormai conclamata e inarrestabile. Nulla sembra più come prima, tutto risulta impossibile, anche le cose più minime. La routine quotidiana è improvvisamente cancellata. È una crisi vera, nera. C’è da chiedere aiuto alle persone più profonde: ad un amico prete, ad un amico fotografo, al nonno apparso in uno strano sogno. Il messaggio sembra chiaro: bisogna riscoprirsi, ritrovare se stessi, riconoscere le radici. O ripercorrere la mappa della città, cercare di trovare la bussola nei tracciati della geografia più prossima, da discutere ed esplorare con l’aiuto della famiglia. Ma tutto resta inesorabilmente difficile, e l’oscurità, lungi dallo sciogliersi, si trasforma in sogni grotteschi, accusatori, schiaccianti e angoscianti. La paura, addirittura, sembra materializzare anche una fine violenta, tragica, inattesa, inconcepibile. Poi c’è una voce, forse quella più scontata, quella più naturale: l’imperativo è rialzarsi, partendo dal piccolo ecosistema della casa, delle storie più intime e piccole. E con fatica, forse, la gamba si solleva dal suolo…

Questo breve romanzo è la cronaca di un deragliamento. Ma non si tratta di un incidente che può accadere a chiunque. Si potrebbe dire che, per perdere effettivamente la bussola, occorre esserne particolarmente dotati, averne coscienza, utilizzarla abilmente come proprio normale strumento, di lavoro e di vita, essersi affidati ad essa come a un riferimento indispensabile. Nessuno meglio di uno studioso può rischiare di farne reale esperienza: non tanto per la pesantezza specifica del senso della perdita, quanto per la crisi del presupposto di sicurezza estrema che la genera e che ne prepara tutta la gravità. È questo l’imputato, il grande drago, il mago che può guidare la sua vittima all’anticamera di un fatale abbandono paranoico. Il Prof. del racconto – che il protagonista sia un universitario è scelta più che azzeccata – tenta di guarire in modi diversi, e i suoi primi approcci sono forse un po’ ingenui, perché tradiscono una fiducia eccessiva, la volontà di conquistare nuovamente la certezza dei giorni migliori. Volendo scegliere una colonna sonora di questa prima fase terapeutica, con il Battiato de Il mantello e la spiga non si sbaglierebbe di molto. Ma “lascia tutto e seguiti” non è una soluzione così facilmente afferrabile, può essere, per l’appunto, una reazione velleitaria e presuntuosa. Occorre maggiore realismo, e proprio questo è il cuore di Atlas, che da racconto introspettivo, psicologico, si spoglia anche delle intenzioni del romanzo filosofico, per trasformarsi in una operetta morale dei nostri giorni. Atlas invita la nostra testa a ricordarci che da sola non ci può mai aiutare fino in fondo e che i deragliamenti, quindi, non si superano con il ritrovamento di una stella polare, ma si elaborano e si fronteggiano con la pazienza e l’esperienza, domestiche e affettive. Perché le ferite esistono, sono del tutto naturali e talvolta salvifiche, specialmente se si decide di lasciarle un po’ aperte e di far parlare il proprio patrimonio più intimo. La lettura di Atlas potrebbe turbare molti amici – molti colleghi – per i quali il libro potrebbe sortire lo stesso effetto che per Canetti ebbe la lettura del terribile memoriale di Schreber: ci si potrebbe rispecchiare, in tutto o in parte. Eppure sarebbe veramente positivo che tale turbamento si annidasse, anche solo per un attimo, nelle certezze di ciascuno.

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Grazia Deledda, la ruvida faccia della realtà (da lindiceonline.com)

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1937: l’Impero è stato proclamato da poco più di un anno, ma l’Etiopia è ancora un paese in rivolta. La conquista di Addis Abeba non è stata sufficiente. Nel Goggiam è in corso una vera e propria sollevazione, che camicie nere, truppe coloniali e bande organizzate non riescono a sedare. Al Vice Re Graziani arrivano anche notizie inquietanti, storie di condanne sommarie e sparizioni, forse all’origine della rabbia dei ribelli. E dire che lo stesso Graziani, dopo aver subito un attentato, aveva inaugurato una repressione spietata. Ora teme di perdere il controllo della situazione, e si vede costretto a vederci più chiaro e a inviare una spedizione segreta, comandata da Vincenzo Bernardi, abile e stimato graduato della Giustizia Militare. Lo accompagnano il tenente Valeri e il fedele Welè, sciumbasci a capo della scorta armata. Il loro è un lungo e pericoloso viaggio nel “cuore di tenebra” dell’Africa italiana, dove tutto è ambiguo e poco decifrabile, e dove le minacce sono costanti. La resistenza della popolazione locale è forte e fiera, e gli occupanti italiani sembrano mossi da istinti poco virtuosi, se non da disegni indecifrabili e potenzialmente eversivi. Anche l’esercito pare comandato da ufficiali indolenti, timorosi e inadeguati, tanto che Bernardi e Valeri si trovano improvvisamente travolti dalla terribile disfatta delle truppe che avrebbero dovuto domare il nemico. Feriti e imprigionati dai ras del territorio, riescono a salvarsi per circostanze apparentemente miracolose, il cui oscuro significato riusciranno a comprendere soltanto molti anni dopo, a guerra finita: sarà il vecchio generale Badoglio a spiegare a Bernardi i retroscena di tutta quella strana vicenda.

Gli Autori hanno costruito un thriller storico di tutto rispetto, prendendo spunto da fatti realmente accaduti, qui reinventati con respiro cinematografico. La verosimiglianza c’è tutta, custodita dal montaggio accurato di un fitto apparato di dispacci militari, tratti da comunicazioni originali dell’epoca. È assai minuziosa anche la descrizione delle operazioni sul campo, degli scontri armati e dei corpi che vi sono coinvolti. Non sono meno efficaci le figure, a loro modo esemplari, che animano la trama, e che la dicono lunga, meglio di molte ricostruzioni storiografiche, sulle ambizioni, sulla crudeltà e sulla mediocrità della milizia occupante e dei suoi comandi. La leggenda del buon italiano ne riesce nuovamente smascherata. Naturalmente spiccano, per distinzione, i due protagonisti, Bernardi e Valeri, che non sfigurerebbero neanche nei romanzi di Leonardo Gori: coraggiosi, onesti e tenaci come il capitano Bruno Arcieri; un esempio di un’italianità leale, con la schiena dritta, che – come si desume dal racconto – dev’essere stata particolarmente rara. Va detto che il libro, pur avallando la tesi che da tempo cerca di accreditare l’idea di un esercito non del tutto al servizio del regime, lascia intravedere anche un giudizio negativo sulla monarchia e sui suoi più alti ufficiali. Come se la disfatta dello Stato sia stata anche il frutto di una contesa mai risolta tra fascismo e casata reale, a volte conniventi, altre volte l’un contro l’altra armati, anche a colpi di intelligence. Il romanzo, ad ogni modo, ha anche qualche punto debole: è un po’ troppo lungo, in primo luogo; e le vicissitudini, in patria, delle fidanzate dei due ufficiali paiono sostanzialmente posticce, troppo estranee al cuore dell’intrigo poliziesco e istituzionale. Dopodiché è un copione dal quale David Lean avrebbe potuto realizzare un Lawrence d’Arabia in salsa tricolore: e questo basta.

Recensioni (di Maurizio Crosetti; di Antonio D’Orrico; di Alessandro Gnocchi; di Igiaba Scego)

Il libro a Fahrenheit

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Le periferie di oggi, luoghi della creatività e del “prodigio estetico” (da illibraio.it)

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Viva il maestro neoplatonico (da ilsole24ore.com)

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I Burroughs sono una famiglia di fuorilegge. Il loro clan vive da sempre di traffici illegali. A Bull Mountain, Georgia, nel cuore della foresta, sono padroni di un impero selvaggio, costruito sul traffico di whiskey e poi “evoluto” nella coltivazione di marijuana e nella produzione di droghe sintetiche. La montagna, quella montagna, è il loro regno, e niente è più importante. Rye è morto proprio per questa ragione: perché non si possono tagliare impunemente le radici che legano quella stirpe alla sua terra e alle sue leggi implacabili; neanche un Burroughs può farlo. Oggi tocca a Clayton sfidare il destino. Reietto lo è da un pezzo, da quando ha deciso di fare lo sceriffo, proprio lì, a Bull Mountain. Ora un agente federale, Simon Holly, gli propone uno strano patto: convincere il fratello Halford, il capo della famiglia, a incastrare l’organizzazione di Miami che fornisce al clan le armi; in cambio c’è la promessa di graziare tutta la banda, purché rinunci ai suoi affari. Clayton sa che rischia la vita. Ma non sa ancora che il motivo per cui rischia tutto non è soltanto la tenace violenza del fratello. Holly, infatti, porta con sé un disegno segreto. C’è uno spettro del passato che incombe su Bull Mountain. E vuole vendetta: una sentenza che, pagina dopo pagina, si lascia scoprire in tutta la sua ferocia.

L’opera prima di Panowich, già musicista girovago e pompiere volontario in un piccolo paese della Georgia, è un godibile intreccio tra Mario Puzo, Lansdale, McCarthy e Don Winslow. Cocktail di questo tipo, così tremendamente modalioli nel mainstream di genere, rischiano di essere indigesti, di deludere, di esplodere sin dal principio per eccessiva intenzione corrosiva. Ma non è il caso. Primo: nel romanzo domina un binomio di successo, terra e famiglia, matrice irrinunciabile e cornice ideale di qualsiasi tragedia ben riuscita, specialmente quando si tratta di narrare un’epopea malavitosa e cruenta. Secondo: il libro funziona anche come sceneggiatura, già pronta e finita, da proiettare sull’epico e spietato scenario di un Dixieland mai veramente scomparso e sempre affascinante. Faulkner e Capote l’hanno battezzato per l’eternità, perciò la sua resa è tuttora sicura, e qui si riesce a percepirlo, a vederlo, a toccarlo. Terzo: c’è un quid pluris. L’Autore aggiunge alla ricetta un pizzico di noir. È il vero tocco originale del racconto, se si vuole il meno americano, tanto che viene quasi da pensare a Derek Raymond. Il fatto è che questo sapore veicola il mood più giusto per interpretare correttamente il finale della storia, altrimenti un po’ scontato (che nessuno possa sfuggire a se stesso non è una grande novità…). A conti fatti, tutto si tiene in Bull Mountain, anche dal punto di vista fisico: EnneEnne si conferma come editore che tiene molto alla qualità della grafica di copertina, dalla quale ammicca, coerentemente, una natura oscura e terribilmente incombente. Insomma, Bull Mountain è davvero un oggetto gradevole.

Recensioni (di Elisabetta Favale; di Angel Luis Colón)

Intervista a Panowich

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You gave me life / now show me how to live (Audioslave)

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The Old Monuments (da theawl.com)

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