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Venezia è il palcoscenico su cui si muovono tre personaggi apparentemente eccentrici. Nereo Rossi è uno dei radiotelecronisti più bravi e ammirati, e ora teme, a causa di una malattia, di non riuscire più a dominare le parole. Adriano Cazzavillan insegna lettere in un liceo, è sposato e ha due figli, e sogna di diventare uno scrittore affermato. Carletto Zen accompagna i turisti negli appartamenti che hanno prenotato per le vacanze, e che lui stesso riordina e pulisce per i rispettivi proprietari; vorrebbe trovare una donna che lo ami, e di cui essere innamorato. I tre sono protagonisti microsistemi assai lontani e, dunque, di storie diverse, che si alternano l’una all’altra, in tanti brevissimi capitoli. Nereo si racconta, rivolgendosi alle sue care parole e cercando di capire che cosa fare, e come farlo, prima che queste scompaiano dal suo orizzonte: si intuisce che non è giunto in laguna per caso e che una missione finale da compiere, e che questa non coincide con la scrittura dell’autobiografia che un giovane editor cerca di ritagliargli su misura. Cazzavillan è sospeso tra l’invidia che prova per un suo collega e la quotidianità della sua vita familiare: la prima prevale presto sulla seconda, e ciò determina una brusca accelerazione delle ambizioni letterarie, ma anche un’avventura inattesa e del tutto sorprendente, per quanto solo virtuale. Carletto pare condannato a un’esistenza modestissima e neanche le sue straordinarie doti di amatore gli possono garantire di fare l’incontro che tanto attende: è sgraziato e impacciato, ed è bersagliato da una frustrazione pressoché invincibile. Le traiettorie dei tre seguiranno implacabilmente il loro corso, che, pur non essendo così confortante, non è quello previsto, né quello prevedibile. Come se la vita che conduciamo fosse un fattore puramente organico, doverosamente recalcitrante ad esaudire le nostre volontà.

Con questo libro Scarpa torna alla libertà di Occhi sulla graticola, il suo primo successo. La scrittura è divertita e sfrontata, come allora. E come allora lo sguardo è del tutto disincantato, fresco, illimitato. La differenza è che allora, nel bel mezzo degli anni Novanta, se ne parlava come di un nuovo linguaggio, quello della pulp generation. Forse era vero, forse no. Probabilmente no, o non del tutto. Perché era vero che si trattava di uno stile inedito, ma non era vero che la definizione pulp potesse rivelarsi così adeguata a identificarne univocamente le sue voci e, soprattutto, a sintetizzare verosimilmente le molte implicazioni di quella singolare sensibilità. Quanto meno non era vero per Scarpa, che in questo suo ultimo ritorno al futuro si rimette a nudo: un po’ rilanciando l’originalità e la sfrontatezza della sua penna, un po’ rivelandoci uno spicchio ulteriore di una specifica idea della scrittura e di un coerente approccio al mondo e agli uomini. Quella di Scarpa è una prospettiva che, pur non giudicando, giudica a fondo, eccome. Rappresenta i suoi eroi come doverosamente fragili, disinibiti e sciolti, non perché rivestano la funzione di macchiette satiriche, ma perché possano avere concretamente la possibilità di affrancarsi – di affrancarci – dai condizionamenti di un Super Io tirannico e perverso, alimentato da una realtà convenzionale e capziosa. Tanto è vero che la chance per emanciparsi sta sempre al di fuori di una cornice sociale di presunta normalità: al di fuori del comune senso del pudore, diremmo in primo luogo, ma anche al di là delle comuni ipocrisie, di fronte alle quali, in verità, anche il sogno, la realtà virtuale o l’istinto di vendetta possono veicolare ciò che di meglio ci potrebbe accadere. Il contesto, viceversa, è sempre scontato e opprimente, coscienzioso e ambiguo, occhiuto e onnipresente, come il cipiglio di un gufo, la condanna severa dalla quale sembra vano fuggire.

Recensioni (di Tamara Baris; di Mimmo Cangiano; di Massimiliano Parente; di Pietro Spirito)

Scarpa presenta il suo libro

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Riscriviamo la storia della Resistenza: ovvero come la Resistenza ha fatto la storia (da minimaetmoralia.it)

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Thoughts arrive like butterflies (Pearl Jam)

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Il senso di Sciascia per il “giallo” (da ytali.com)

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Lo studio di Sciascia (da nazioneindiana.com)

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All’inizio degli anni Novanta Andrea suona la chitarra in un gruppo rock e passa le sue giornate di giovane studente a leggere da solo, sui gradini dell’università. Un giorno conosce Q, chitarrista e benzinaio, con cui condivide lunghe partite a scacchi in una birreria all’aperto; e scopre il grunge. Così esce dal gruppo, smette di studiare e comincia a suonare proprio assieme Q, che lo introduce all’amicizia di Squama, Sasquatch e Chico, allegri e incoscienti sfaccendati. Per il protagonista comincia anche un lungo periodo introspettivo, che gli ricorda i problemi della sua famiglia e lo porta alle soglie della depressione. La musica dei Pearl Jam, di Ten in particolare, scandisce le emozioni e le avventure dei cinque ragazzi, dediti a serate alcoliche, viaggi lisergici e feste scatenate. Dopo l’ennesima devastazione, Andrea parte in treno con Q, verso la Francia, l’Inghilterra e la Scozia, per un viaggio da vivere giorno per giorno: suonano per le strade, dormono dove capita e fanno incontri più o meno fortunati. La fame, la sete e la nostalgia li riportano a Roma, ma solo per ripartire di nuovo verso Amsterdam, ritornare ancora, rischiare la vita in un brutto incidente e capire che forse è venuto il tempo di passare oltre e definire per sempre un sodalizio decisivo.

“I dischi e i libri sono specchi, più o meno deformanti, in cui cerchi te stesso, le parole e i suoni che sei. E quando li trovi, è allora che esisti, totalmente, pienamente, che sei, senza propaggini, senza scaturire oltre i limiti, solo nel tempo che permane, nel preciso istante”. Basterebbe questo estratto per farsi l’idea, ingannevole, che Anni luce sia un concentrato di luoghi comuni triti e ritriti, e per etichettarlo come il più tipico romanzo generazionale, con Eddie Vedder a fare la parte che in altra epoca è toccata a Jack Kerouac (che pure viene citato nel testo…) e con l’Autore a raccontare nuovamente (assieme a Kafka, ugualmente citato…) l’impossibilità della giovinezza eterna e la funzione catartica di alcuni classici riti di passaggio. C’è da sperare che non sia per queste virtù che Anni luce è stato pronosticato come uno dei potenziali candidati allo Strega di quest’anno. Se così fosse, allora sarebbe bene che i giurati si facessero un esame di coscienza: se intendessero premiare un romanzo a sfondo musicale sull’adolescenza profonda, meglio rileggere L’erba cattiva di Ago Panini, fare un doveroso confronto e trarne ogni conseguenza, sia pur fuori ogni tempo massimo. Il racconto di Pomella, in verità, merita consensi per altre ragioni; in particolare per i vari e sparsi frammenti in cui si parla del grunge, del falso dualismo tra Nirvana e Pearl Jam, dell’evoluzione che questi hanno affrontato (da Ten a Vitalogy) e dell’individuazione delle loro radici (come, forse, di quelle di tutto il grunge) nella ruggine e nelle interruzioni di una narrazione, e di una classe, popolare che si scopre intimamente stanca, delusa e depressa (sul punto scrivere di – e citare – Steinbeck è calzante). Insomma, Anni luce fa venire la voglia di ripescare un intero arsenale di buona e sana musica, ed è questa la sua bontà.

Recensioni (di Francesca Fiorletta; di Gianni Montieri)

Una famosa performance dei Pearl Jam

Un pezzo di Pomella sui 25 anni di Ten

Il sito dell’Autore

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Did Human Sacrifice Help People Form Complex Societies? (da theatlantic.com)

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The Castle of Gela (da carmillaonline.com)

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I look at the world and I notice it’s turning / While my guitar gently weeps (The Beatles)

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Fascismo o Destra Radicale? (da doppiozero.com)

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