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La barchetta di Carta (costituzionale) di Novello Papafava contro il fascismo (da ilponterivista.com)

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E già che avanzavano cartucce siamo rimasti / per vincere anche la pace (Lo Stato Sociale)

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La destituzione permanente (da minimaetmoralia.it)

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Per leggere questo libro con la sensibilità più congeniale al suo contenuto e al suo tono bisognerebbe innanzitutto concentrarsi sul sottotitolo: “Viaggio sentimentale nel paese degli zar, dei soviet, dei nuovi ricchi e nella più bella letteratura del mondo”. Poi, però, occorrerebbe anche enfatizzare la parola “sentimentale”. Perché La grande Russia portatile non è certo una guida per turisti; né il resoconto di un viaggio; né un saggio di storia o di costume. Pensare altrimenti aprirebbe la strada a delusioni o critiche fin troppo facili e prevedibili. La Russia di cui ci parla Nori è esclusivamente quella di Nori: è la Russia delle sue prime esplorazioni, compiute per la tesi di laurea su Chlebnikov, con relativi e numerosi aneddoti; ma è soprattutto una dimensione interiore e accogliente, il luogo in cui si sviluppa tuttora il modo con cui l’Autore sente e vive la grande letteratura, e pure il suo piccolo mondo, visto che “le cose di cui ti occupi in un certo senso ti occupano”. Leggere i russi – Nori riprende in principio un irresistibile invito di Manganelli – ha proprio questo effetto. Poi è impossibile liberarsene. È per questo che di tanto in tanto è indispensabile tornarci e ristorarsi. Di scrittori celebri, d’altra parte, il viaggio di Nori è pieno. Non mancano i più noti – Puskin, Cechov, Dostoevskij, Bulgakov, Pasternak, Brodskij… – e ve ne sono anche altri, non meno importanti, come Erofeev, Sklovskij, Charms, Dovlatov… È una galleria, un collage di immagini iconiche, episodi celebri, testimonianze suggestive: il tutto inframmezzato da digressioni rapsodiche, quanto efficaci, sulla lingua russa, sul rapporto tra gli intellettuali russi e il potere, e tra i russi e l’alcol. O anche sulla fascinazione nostalgica che può suscitare un mondo ormai perduto, in cui, sia pur nelle sue stranezze e assurdità, “non avere” poteva non essere un’irrimediabile sciagura. Alla fine si comprende che, pur non essendo un libro di viaggio, quello di Nori è un breviario per chiunque voglia predisporsi a scoprire la Russia senza pregiudizi. Cosa che, per i più svariati motivi, dopo la caduta del Muro non è più stata tanto naturale.

Il sito dell’Autore

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Incontri che sconfinano: “La macchina del vento” di Wu Ming 1 (da labalenabianca.com)

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Il delitto Moro e la crisi della Repubblica (da doppiozero.com)

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Tirare avanti a Firenze (da iuncturae.eu)

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Into thin air (da theguardian.com)

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I’ll keep on movin’ along / With no time to plant my feet (Axl Rose – West Arkeen)

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Dopo una serie di dieci fortunatissimi romanzi, seguiti da un periodo di silenzio, a sua volta intervallato dalla composizione di altri due cicli narrativi (uno sulla mafia italoamericana e uno sulle origini del socialismo italiano), Valerio Evangelisti rimette le vesti del suo più noto e apprezzato eroe: Nicolas Eymerich da Gerona, padre domenicano e spietato e sottilissimo inquisitore; un personaggio realmente esistito e operante nella seconda metà del Trecento, autore di quel monumentale Directorium inquisitorum, manuale teorico-pratico per i procedimenti contro gli eretici, che si pone anche alle origini del diritto del processo inquisitorio canonico. Le ultime due puntate della saga – che aveva debuttato nel 1994 ed è collocata in pieno Medioevo, pur essendo raccontata con intermezzi distopici e fantascientifici, che spesso interagiscono in modo essenziale con la trama della storia principale – sono Eymerich risorge (2017) e Il fantasma di Eymerich (2018). Questo secondo titolo ufficializza a tutti gli effetti l’avvio di un nuovo ciclo.

Nel primo romanzo (ambientato nel 1374) Eymerich è alle prese con un movimento eretico apparentemente indecifrabile, su espresso mandato di Papa Gregorio XI. Succedono cose strane tra la Provenza e il Piemonte: incendi improvvisi e apparizioni misteriose, di luci ma anche di uomini; su tutti, di Francesc Roma, francescano di rango e potente e astuto consigliere di Pietro d’Aragona, antico avversario di Eymerich. Non c’è nulla di meglio, dunque, per stimolare la determinazione del dotto e terribile inquisitore, che con l’aiuto dei suoi più fidati compagni – padre Jacinto Corona, il notaio De Berjavel e mastro Gombau – si lancia alla caccia di un culto enigmatico. Sembra che il mistero si celi tra le montagne, e che sia difeso dalle comunità valdesi. Ma si tratta di qualcosa di molto più profondo e temibile, tanto che Eymerich, oltre a doversi confrontare con campioni della più varia umanità, affronta pure la morte, ritrovandosi improvvisamente, e inspiegabilmente, risorto. Anche in questo caso la verità è nascosta nelle pieghe di un lontano futuro, in cui le ricerche sorprendenti del dottor Marcus Frullifer spiegano quali siano le oscure forze che nell’universo agiscono, e che si manifestano anche attraverso l’operato ultratemporale di un lontanissimo e potentissimo magister, assiso sulla Luna.

Nel secondo romanzo (che colloca la storia tra il 1377 e il 1378) l’inquisitore, liberatosi dalla prigionia cui lo aveva costretto un suo acerrimo nemico, fugge dalla penisola iberica per dirigersi via mare a Roma, dove conferisce con il pontefice. Gregorio XI, infatti, ha spostato la sede del Papato da Avignone all’antica ma degradata capitale dell’Impero. Sta morendo e confida a Eymerich che il sottosuolo della città eterna nasconde luoghi e riti pagani e minacciosi. L’indomito domenicano prende la palla al balzo e, districandosi tra volgari caporioni, prelati-guerrieri e sante in estasi, comincia ad indagare. Nel frattempo, attorno a lui, succede di tutto: viene eletto un nuovo Papa, Urbano VI, gradito al volgo romano, ma la sua lotta contro la simonia si fa quasi eccessiva, tanto da coalizzare per l’elezione di un nuovo pontefice la maggioranza dello stesso clero che lo aveva scelto. Si va incontro, così, all’intronizzazione di Clemente VII e al grande e grave scisma d’Occidente, mentre Eymerich non guarda in faccia a nessuno e sfida e sconfigge la setta che vuole reintrodurre il culto di Mitra. In questa lotta non è solo, non tanto perché a seguirlo c’è sempre padre Corona, ma anche perché c’è il suo alter ego, il magister venuto dal futuro, a metterlo sulla strada giusta. Anche questa volta gli oscuri segreti di queste comunicazioni intertemporali si intrecciano con le eccentriche avventure del dottor Frullifer.

Che cosa c’è, di imperdibile, nell’epopea Eymerich? Intanto c’è Eymerich stesso, uomo machiavellico ante litteram: implacabile contro chi ritenga colpevole di eresia e crudele, all’occorrenza, ma sempre aggrappato alla logica come arma invincibile, e capace di una graffiante ironia. È il paradigma di ciò che si definisce un personaggio a tutto tondo: icona di un Medioevo medievalissimo, truce e a tinte forti e nette; massimo esempio della razionalità del suo tempo e di ciò che di quel patrimonio culturale è transitato fino a noi. Chi non vorrebbe essere saldo e forte come Eymerich? Un altro tratto speciale dei cicli creati da Evangelisti è la sintesi più che riuscita tra romanzo storico, thriller e fantascienza: una ricetta nella quale l’ultimo, e apparentemente eccentrico, ingrediente è dosato quanto basta. Non è funzionale, infatti, alla creazione di una sovrapposizione di generi; non è, cioè, un espediente narrativo. È il medium di una visione totalizzante della letteratura, nel senso dell’idea di universo che si vuole raccontare, ma specialmente nel senso della dimostrazione che è possibile, con la letteratura, e vale a dire a partire dalla sua dimensione, cambiare la realtà storica. Innanzitutto quella presente.

Un’intervista all’Autore

Un’analisi linguistico-stilistica su Eymerich

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